Al largo di Wyl Menmuir

Al largo

di Wyl Menmuir 


Titolo
: Al largo
Autore: Syl Menmuir || Traduttore: T. Pincio
Edito da: Bompiani
Genere: Narrativa, thriller e suspence
Pagine: 160 p. || Prezzo: 16,00€ book – 9,99€ ebook

Trama dell’editore:
Timothy arriva da forestiero in un villaggio della costa per recuperare una casa abbandonata in attesa che la moglie Lauren lo raggiunga. La casa è appartenuta a Perran, un pescatore di cui nessuno vuole parlare. Farla tornare abitabile sembra un’impresa impossibile, eppure Timothy la affronta con energia, interrompendosi solo per correre e nuotare, come se la fatica in tutte le sue forme fosse la sua medicina per una malattia non detta, un modo per non pensare al passato prossimo. Anche intorno a lui aleggia un malessere indefinito: una serie di grandi navi abbandonate riga la linea dell’orizzonte. Varcarla è vietato. Al di qua, pochi pescatori celebrano ancora i loro stanchi riti tornando a terra con casse di pesci malati che un’autorità misteriosa compra in blocco e fa sparire. Solo Ethan acconsente a portare Timothy al largo, a spostare il confine, a sfidare la memoria e il presente in un luogo dove sembra che non possa esserci futuro per nessuno

Recensione

di Romina Celani

“… Lo ricorda raccontare la storia di un uomo che patisce la maledizione di pescare in un oceano vuoto finché campa, la riva visibile all’orizzonte ma sempre lontana…”

Un mare nemico e crudele, un vento sferzante ed ostile, un paesaggio scarno, silenzioso, distante… e uomini duri e silenziosi che combattono una quotidianità asfissiante e dolorosa. Sono questi gli ingredienti di questo romanzo, a metà tra il thriller ed il gotico, un racconto oscuro, sospeso tra piani temporali diversi, dove il lettore avverte una tensione cupa, un’inquietudine sottile, un dolore non celato che pervade personaggi e luoghi.

Ethan vive da sempre in un indefinito villaggio di pescatori, Timothy arriva nello stesso villaggio per circostanze che il lettore ignora, ma intuisce nei gesti nevrotici e spartani dell’uomo, un dolore persistente, un passato da cui sembra voler fuggire. Timothy ed Ethan sono quanto di più diverso tra loro possa immaginarsi, due anime lontane, forgiate da vite assolutamente distanti tra loro, eppure si troveranno a condividere ciò che di più umano possa esserci: l’elaborazione del dolore, permanente e persistente, che si annida nella loro mente, condiziona i loro gesti, inghiotte ogni sentimento.

… ha la sensazione che Clem non sia affatto seduto al suo fianco, ma che se ne stia su quelle rocce insieme agli uccelli, a sorvegliare il mare anche lui, nella speranza che i pescatori abbiano preso qualcosa e tornino sani e salvi. Che l’uomo accanto a lui sia un golem, un guscio vuoto lasciato lì dall’acqua mentre il suo abitante era altrove.”

Tutta la lettura è pervasa da un senso di inquietudine, da un’ansia sottile, dalla percezione che sotto la superficie burrascosa del mare stia accadendo qualcosa che sfugge alla sua comprensione, che fa parte del passato dei protagonisti, ma che ne influenza irrimediabilmente presente e futuro; questa tensione narrativa rimane tuttavia fine a se stessa, il climax entro cui l’autore ci conduce non arriva mai a conclusione, è come un’onda che non raggiunge mai la riva.

Il racconto si snoda tra continui flash-back, dove emergono ricordi e vissuti passati, sfuggono le identità vere dei protagonisti e la storia si fa effimera, tra troppi particolari lasciati al “non detto”.

I personaggi che animano il racconto sono sfumati, quasi evanescenti ed il vero protagonista è il mare, sempre oscuro e tormentato, malato, inquinato, che restituisce un pesce malato, esangue, che inghiotte e si espande nell’oscurità.
Non è il mare sconfinato, da sempre emblema di libertà e rinascita, è un oceano buio, delimitato, nel suo spazio non solo fisico ma anche psicologico, da navi portacontainer, simbolo arcano di un potere oscuro, limite ultimo della libertà dell’uomo.

L’unico ad avere il coraggio di oltrepassare quel limite è Ethan, pescatore che conosce l’uomo ed il mare, e nel suo sconfinare alla ricerca di un pescato che possa assicuragli la sopravvivenza, porta con sé Timothy, che invece non conosce né l’uomo né il mare, che rimane ancorato al suo dolore, appiccicato nella sua realtà, da cui non riesce a riemergere.

La fuga di Ethan oltre i limiti costringe Timothy ad alzare lo sguardo verso un’altra realtà, verso una possibile redenzione, verso nuovi limiti, verso una nuova consapevolezza.

Il romanzo ha una buona suspence narrativa, una scrittura tagliente, scarna, come lo sono i suoi personaggi, come lo è il paesaggio che fa da sfondo alle vicende umane, ma, a mio avviso, non mantiene le promesse, non risolve i dubbi, non mette a fuoco l’anima dei protagonisti; la tensione del racconto si smorza d’improvviso come l’abbattersi di un’onda… lasciando sulla battigia solo rovine restituite dal mare.

Il senso di irrequietezza che pervade il romanzo sin dalle prime pagine, quella smania sottile di un qualcosa che sta per accadere non si concretizza mai, le storie ed i personaggi rimangono imprigionati in una bolla di immobilità, in un’atmosfera acquosa ed indefinita.
“Al largo” é un romanzo che grida in silenzio la disperazione e la solitudine, ma il suo grido rimane muto, strozzato nel fondo del mare, ed al lettore resta ancora il dubbio se quel grido abbia mai trovato risposta, se il viaggio oltre il confine di Timothy ed Ethan li abbia finalmente traghettati oltre il loro dolore.

Voto:

Wyl Menmuir: è nato nel 1979 a Stockport. Vive in Cornovaglia con la moglie e i due figli e lavora come editor freelance e consulente letterario. Al largo è il suo primo romanzo ed è stato selezionato per il Booker Prize nel 2016.


 

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