Bad Boy Club… Viaggio nel mondo di Anne Stuart #2

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Bad Boy Club…
viaggio nel mondo di Anne Stuart

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Il mio viaggio alla scoperta del mondo di Anne Stuart e dei suoi bad-boy è iniziato sull’onda di un ventaglio variegato di emozioni: curiosità, entusiasmo, trepidazione e un pizzico di naturale diffidenza. Non vi svelo nulla di nuovo; nella prima tappa della nostra rubrica confessavo un impaziente interesse per la scrittrice, alimentato dal continuo incalzare mediatico messo in atto dalle amanti dei suoi libri. Sapete anche, se avete letto il precedente articolo (lo potete trovare qui: Bad Boy Club #1), come ben presto queste sensazioni si fossero dissolte lasciando il posto a un sentimento di delusione diventato mio inseparabile compagno durante tutta la lettura di Buio. Le conclusioni cui ero giunta non erano incoraggianti. L’avventura stava tradendo le aspettative e la tentazione di cambiare rotta per dirigermi verso altri lidi era quanto mai forte.

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Sentivo di avere, già, le idee chiare sull’evidente incompatibilità con la Stuart, nondimeno la mia coscienza mi impediva di chiudere le porte all’autrice dopo l’incontro con una sola delle sue opere; d’altra parte non sarebbe stato corretto generalizzare le impressioni tratte da un singolo libro, mentre lo era rimanere aperta alla possibilità di ricredermi. Ed è con questo spirito che mi ritrovo tra le mani la mitica serie Ice: le amanti della scrittrice da anni ne attendevano la ripresa quindi la pubblicazione da parte della Leggereditore dei primi due capitoli di questa saga sembra trasformare in realtà ciò che per lungo tempo era stata una vana chimera.

Attorno a questi libri aleggiava un’aura di suggestioni e atmosfere intriganti e la stessa parola che li caratterizza — Ice — portava con sé troppe implicazioni seduttive legate a una dicotomia in grado di solleticare i sensi di ogni donna. GhiacciofuocoFreddezzapassione come non farsi investire dall’effetto di un tale tam tam dal riverbero ossessivo, capace di far vibrare le corde più intime dei desideri dell’animo femminile.

In questa dualità è racchiusa l’essenza di sogni ancestrali, di un bisogno istintivo di unirsi a uomini dalla natura coraggiosa, impavida, in grado di proteggere il loro mondo, pronti ad affrontare le battaglie della vita ma, al contempo, capaci di riservare alle compagne – e solo a loro – impetuosa e rovente dolcezza. Un impulso atavico che affonda le radici nella più ampia necessità di preservare e continuare la specie attraverso la selezione di individui volitivi e prestanti senza dimenticare, altresì, l’esigenza emotiva di una condivisione che soddisfi la nostra l’affannosa, e quasi imperativa, smania di essere amate.uomo-ice

Le aspettative erano, dunque, alte e alimentate dagli entusiasmi di coloro che avevano letto la serie in inglese: era giunto il momento di verificare. L’impatto è da subito controverso e una serie di perplessità iniziano ad affacciarsi alla mia mente. La semplice lettura delle trame — per me passaggio obbligato — mi rende diffidente e crea più di un dubbio sulla possibilità che tale tipologia di protagonisti sia in grado di affascinarmi. Potevano essere desiderabili uomini con alle spalle un fardello tanto pesante? … privi di scrupoli, assassini imperturbabili avvolti da una cortina di ghiaccio impenetrabile… Irraggiungibili. Oscuri. Sarebbe stato possibile giustificarli? Bastava convincersi che agissero dalla parte del bene per dimenticare che a sangue freddo e con lucida determinazione decidevano della vita altrui?

Ma sa bene chi legge che le riserve iniziali devono sempre essere accantonate: un libro è una scoperta e tra le sue pagine possono celarsi sorprese inaspettate. Accordargli una possibilità è, barricco-02non solo, una sorta di obbligo rispettoso nei confronti di un autore ma un’accortezza, direi, lungimirante in quanto l’esperienza insegna che l’evoluzione delle vicende narrate e, soprattutto, i trascorsi dei personaggi, potrebbero giustificare determinati comportamenti o portare a un riscatto credibile. Senza dubbio il non tener conto di queste variabili sarebbe un passo falso; un lettore serio, concede il beneficio del dubbio e non si approccia mai a un libro con pregiudizio, né esprime una valutazione senza cognizione di causa.

E attenendomi saldamente a questi principi sono giunta al quarto incontro con la Stuart. Percorse le accidentate vie di uno storico – di cui vi parlerò nel prossimo appuntamento – e degli acclamati titoli della serie Ice, ritengo di poter formulare una tesi quasi definitiva, non semplice frutto di interpretazione personale, ma conseguenza di un’analisi obiettiva e scrupolosa. Diventa una semplice presa d’atto riconoscere che gli uomini Stuart siano emotivamente asettici, incapaci di creare una relazione vera con la controparte femminile. Disattendono per intero tutta quella gamma di prerogative su cui si fonda un legame autentico: coinvolgimento, considerazione, rispetto, complicità e, su tutto, una riguardosa attenzione che testimoni il valore dato da questi eroi alle loro compagne.

Ghiaccio nero e Freddo come il ghiaccio comprovano in maniera incontrovertibile questa conclusione. Le tipologie di uomini incarnate da Bastien e Peter — rispettivamente protagonisti dei due libri — si sovrappongono, così come simile è la struttura della vicenda; chi li ha letti non potrà non accorgersi dell’evidente presenza di elementi comuni, suscettibili universo-uomodi essere accolti con favore se, solo, riuscissero ad avvolgerci di intensità emotiva e struggente passione, nonché di quella progressione logica che renderebbe plausibili gli eventi e i ragionamenti dei personaggi. Purtroppo lo scenario dipinto dall’autrice ci offre una visione lontana da questa prospettiva: gli avvenimenti sono intrisi di una forza emozionale inconsistente e gli interpreti sono spenti, privi dell’essenziale fiamma interiore capace di renderli, con la sua vivida vampa, qualcosa di più dell’amorfo stereotipo che ci viene offerto.

Nella fattispecie sono i protagonisti maschili a ostentare questo volto abulico e distaccato, facendo del cinismo e dell’insensibilità emotiva il loro tratto peculiare. Eppure non posso fare a meno di chiedermi come sia possibile per il lettore provare un prepotente cuore-ghiaccioturbamento dell’anima, inevitabile quando ci si sente coinvolti, se gli stessi personaggi non mostrano partecipazione e, piuttosto, si autocompiacciono di questa sorta di primato nel controllo di emozioni e sentimenti. A queste condizioni diventa improbabile riuscire a empatizzare con queste figure i cui pensieri e stati d’animo sono insondabili o, nella migliore delle ipotesi, trasmettono solo arida apatia interiore.

In Freddo come il ghiaccio Peter giunge a confessare — più di una volta e senza remore – di non sentire alcun trasporto nei confronti di colei cui avrebbe legato, in futuro, il proprio destino, ponendoci nuovamente dinanzi a una rappresentazione sterile e viziata del sesso. Il desiderio dell’altro è un’arma, usata deliberatamente per ottenerne la resa e l’assoggettamento; e Genevieve sarà la cavia su cui sperimentarne l’efficacia. Con disgustosa arroganza l’eroe lancia la propria sfida: sarà un mero esercizio ridurla in balìa del piacere più intenso, dimostrarle di avere potere su di lei senza subire la stessa sorte.

giochi-potere«Pensi che non ci riuscirò?» le sussurrò in un barlume di risata…
… «A fare cosa? Sedurmi? Non penso di avere molta voce in capitolo. Farai quello che vuoi, con o senza la mia collaborazione. Però non puoi costringermi a gradirlo.»
«Sì che posso. Ovunque, in qualunque istante. Andiamo in camera tua.»

E le dichiarazioni di irrispettoso scherno nei confronti della protagonista femminile diventano il fil rouge che attraversa tutta la storia.

«So che la cosa ti sconvolgerà, ma una che si è appena vomitata l’anima non mi risulta particolarmente eccitante. Di certo non ti ho salvata per il sesso, che, per quanto gradevole, non è stato niente di speciale. Ti garantisco che posso trovare di meglio senza alcuno sforzo.»

Mai nulla di diverso viene svelato all’eroina, costretta a misurarsi con delle verità che lo stesso protagonista fa apparire certe: mai una parola, mai un segnale rende malferme le informazioni che le giungono. Peter è diligente nel disseminare indizi che non lascino dubbi sulla sprezzante freddezza del suo cuore.

eistein-conoscenzaNon voleva nemmeno cominciare a pensare a quali fossero i sentimenti che nutriva per lei. Le aveva detto di non avere emozioni, e lei non aveva ragione di dubitarne. Aveva attraversato mezzo mondo per lei, e ancora non le aveva detto perché, ma poteva immaginarlo. Era il tipo a cui non piace accettare il fallimento.

Era chiaro che un uomo così indifferente alla sensibilità emotiva di una donna non aveva alcuna chance di guadagnarsi la mia stima e, ancora una volta, dovevo fare i conti con una verità scomoda: i personaggi femminili della Stuart continuavano ad essere la pietra dello scandalo. Mi turbava profondamente che cadessero, senza troppi indugi, nella rete dei loro carnefici lasciando da parte ogni tipo di buonsenso e dignità personale. Impossibile per me comprendere quale arcano – e insano – meccanismo scattasse destando nelle loro menti, e nei corpi, un’attrazione tanto irresistibile nei confronti di questi uomini; trovavo inspiegabile che cedessero, che si facessero possedere, toccare intimamente da qualcuno che le trattava con disprezzo rivolgendo loro parole tanto denigranti. sì-noMi indignavo di fronte a questi modelli femminili che mostravano di non possedere alcun sentimento che le spingesse a rivendicare il proprio valore. Venivano svilite, svalutate, eppure rimanevano impassibili di fronte a queste ingiurie, anzi, l’effetto era quello opposto: si innamoravano, fornendo un riadattamento quanto mai sconcertante del famoso verso dantesco, Disprezzo ch’ha nullo disprezzato amar perdona.

Eravamo in una dimensione dai contorni insani, al limite del morboso, il tutto acuito dal fatto che, per l’ennesima volta, la Stuart lasciava troppi buchi narrativi non consentendo alla protagonista di operare delle scelte giustificabili. Non basta che il lettore conosca i pensieri e i sentimenti dell’eroe per convincerci dell’ammissibilità di quanto si sta costruendo. L’eroina non sospetta, non è al corrente , che quella cortina di ghiaccio solido che avvolge il cuore dell’amato si sta lentamente sciogliendo, dunque, come possono apparirci sensate le sue azioni? Su quali basi dovrebbero fondarsi? L’autrice presta un pessimo servizio alle sue creature femminili non fornendo loro elementi concreti che in qualche modo rendano logici e comprensibili i passi che compiono.

Anche se a malincuore dovevo giungere alla conclusione che Cassidy e Genevieve erano, assolutamente, identiche; entrambe in preda a un delirio folle e schizoide capace di condurle verso una rotta che, come minimo, attestava che la loro perizia nel governare la nave del destino era pari a quella del comandante del Titanic. Genevieve punta dritto verso l’iceberg: su di lei pende la spada di Damocle di una sentenza di morte che lo stesso eroe potrebbe eseguire ma neppure questa consapevolezza le fa ritrovare il senno e raddrizzare il timone.titanic


E la vergognosa, ineluttabile verità era che avrebbe fatto sesso con lui. Poteva anche cercare di convincerlo a non farlo, di convincere sé stessa a non farlo, ma era una conclusione già scritta. Avrebbe fatto l’amore con l’uomo che stava per ucciderla. A dir poco morboso!

Vero è che noi sappiamo che Peter farà di tutto per risparmiarla ma lei non sa! E in un quadro così lacunoso appare solo in preda a un incomprensibile istinto suicida e quasi masochistico. Il cammino non è plausibile ed è semplice accorgersi che siamo di fronte a un abuso nella costruzione della vicenda. L’intreccio è raffazzonato, tessuto con leggerezza e goffaggine, e come unico effetto ha quello di sminuire la figura femminile, ancora una volta sacrificata all’altare di un mondo maschilista e vessatorio. Sprovvedute, incapaci di discernere, prive di autostima, ecco l’archetipo delle donne-Stuart; pronte a buttarsi via senza una ragione valida. Diverso sarebbe stato se la controparte avesse lasciato trasparire un minimo del proprio universo emotivo, fornendo un appiglio — anche fragile — cui aggrapparsi per nutrire l’interesse e il desiderio che queste donne sentono nascere nei loro cuori.

E il difettoso epilogo col quale la Stuart decide di chiudere il libro diviene l’apoteosi di questo inadeguato sviluppo degli eventi che culminano in un miraggio allucinatorio della protagonista, che senza alcun tipo di presupposto, costruisce nella sua mente alienata la possibilità di un futuro con l’artico Ice Man. Da dove abbia tratto tale conclusione è un rompicapo in confronto al quale anche il cubo di Rubikwilly_wonka_02 sembra un giochetto. In 240 pagine non c’è stata alcuna corrispondenza di amorosi sensi; Peter non le ha mai fatto intendere di volerla — se non per qualche scopata occasionale —, di desiderare una vita con lei. Anche quando riconosce, nella solitudine dei propri pensieri, di essere innamorato è lontano da qualunque apertura verso un avvenire che li veda insieme.

E di certo non era perché desiderasse passare il resto della vita con lei. Poteva anche esserne innamorato, ma sperava con tutto il cuore di non doverla mai più rivedere dopo quel pomeriggio. Rivoleva la sua vecchia vita calma, fredda. Non gli piaceva il tepore che gli stava sciogliendo il ghiaccio intorno al cuore.

oscar-illusioneSono trascorsi tre mesi di vuoto assoluto, nessun contatto, niente di niente, eppure Genevieve si fa trovare ad accoglierlo come se li unisse un tacito accordo e le barriere del non detto non avessero peso quando ci si offre a un uomo. È lì, ad attenderlo, e mi appare come l’immagine perfetta di una mente dissociata che ha costruito una fantasia illusoria nella convinzione di avere una relazione con quest’individuo che mai le ha fatto intendere qualcosa di simile.

«Bene…» esordì lei dopo un attimo, il tono vivace. «Sono contenta che ti sia finalmente deciso a tornare a casa. Non sono sicura di avere abbastanza cibo per cena, ma posso sempre fare un salto dal droghiere. Di cosa hai voglia?»

La totale assenza di romanticismo di questo finale passa in secondo piano, surclassata dall’inadeguatezza delle scelte della scrittrice che per risollevare le sorti della sua eroina — salvandola dal raccomandabile ricovero in un centro di igiene mentale — doveva far sì che il suo bad-boy si mettesse in gioco. Era il suo turno: a lui spettava la parola, a lui toccava l’ultima mossa. Non era più il tempo di nascondersi e rifuggire l’amore; il protagonista poteva e doveva aprirsi — senza per questo essere snaturato — mostrando che anche nel suo arido cuore l’emozione aveva fatto breccia.

L’autrice, invece, sceglie di percorrere una strada diversa e pare che proprio in questo cammino lastricato di cinismo e freddezza stia il fascino irresistibile dei suoi bad-boy. Nessuno spazio per i cedimenti quasi che mostrare — e provare — emozioni non sia piuttosto un valore aggiunto. Al contrario si lascia intendere che forza, virilità e sangue freddo non possano conciliarsi col trasporto e col coinvolgimento dimenticando che la discriminante sta in una corretta contestualizzazione dei comportamenti. Un uomo può provare turbamento, può sentire passione, può avere un mondo emotivo complesso e vibrante, può abbandonarsi all’amore per dare voce a una parte di séintelligenza-emotiva e, comunque, non perdere nulla in quanto a capacità di fronteggiare con energico vigore la vita e le difficoltà che con essa si presentano. Dovrà, solo, modulare e riadattare la propria condotta in funzione delle circostanze: senza esitare di fronte ai percoli mostrando gentilezza laddove richiesta. Un uomo è completo quando racchiude in sé una tridimensionalità fatta di categorie anche contrastanti: luci e ombre, sensibilità e imperturbabilità, potenza e delicatezza, combinate secondo un equilibrio vitale che gli conferirà forma e spessore.

E quando parlo di sensibilità non mi riferisco certo a una fragilità dello spirito, a una facile impressionabilità, ma alludo al complesso di attitudini fatte di intelligenza, di predisposizione naturale a sentire le cose, ad avvertire la bellezza, ad ascoltare la voce di ciò e di chi ci circonda; una propensione a comunicare consapevolmente con la vita stessa, accogliendola in ogni suo aspetto.

Ecco dunque che gli eroi Stuart sono uomini a metà perché non portano con loro questa completezza del sentire e del vivere e diffondono una concezione dell’esistenza scorretta e manchevole, incapace di appagarmi, tanto più se si realizza attraverso la mortificazione continuata e sistematica dell’universo femminile. Le pagine da cui prendono vita sono come degli immaginari stargate che mi hanno condotto in un mondo ostile, stargatele cui regole e messaggi non mi sono congeniali; riescono a disorientarmi rendendomi impossibile trarre quel conforto che placa i miei desideri di speranza e armonia in un immaginario in cui le relazioni diventano momento di incontro paritario e di attento riguardo per l’altro.

L’inaccettabile sovvertimento dei valori che mi veniva offerto, invece, puntava dritto nella direzione opposta e mi lasciava un senso di amarezza e insoddisfazione difficili da far tacere. Si concludeva, così, l’esplorazione del microcosmo contemporaneo dell’autrice. Il viaggio, però, non è ancora giunto al termine: l’universo storico della Stuart mi avrebbe riservato qualcosa di diverso? Se avrete voglia di scoprirlo l’appuntamento è alla prossima puntata del Bad-boy Club.

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