Bad Boy Club… Viaggio nel mondo di Anne Stuart #3

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Bad Boy Club…
viaggio nel mondo di Anne Stuart

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Si scrive soltanto una metà del libro, dell’altra metà si deve occupare il lettore. L’impervio itinerario che mi sta conducendo per gli aspri territori del mondo Stuart ha reso quanto mai chiaro il significato di questa considerazione: è il personale sentire di innocenza-e-seduzionechi legge a far sì che la stessa opera letteraria possa risultare tanto invisa ad alcuni quanto cara ad altri. Giustificare le ragioni delle discordanti risposte che il pubblico può riservare al medesimo libro diventa semplice se non si perde di vista il senso di questo postulato che oggi mi appare altresì come l’occasione per indossare i panni della scrittrice. Voglio raccontarvi la mia metà della storia: Innocenza e seduzione di Anne Stuart e Gocce di Memoria, certa che non vi stupirete nel constatare quanto probabilmente quest’inedito riadattamento potrebbe essere dissimile da quello che la maggioranza del vasto pubblico Stuart ha ricreato nel sotterraneo nucleo della propria interiorità; certa che non sarete sorpresi se il copione che sottoporrò al vostro giudizio avrà tratti irriconoscibili rispetto alla storia che ricordate d’aver letto.

I più non hanno necessità di essere informati che Innocenza e seduzione rappresenta il primo episodio della saga storica i cui protagonisti appartengono al nobile Casato dei Rohan, fecondo vivaio che ha dato i natali a una singolare variante dell’illustre stirpe dei bad-boy stuartiani. Francis Alistair St. Claire Dominic Charles Edward Rohan, Conte di Giverney, Visconte Rohan, Barone di Glencoe è uno dei rappresentanti più insigni di questa blasonata schiatta e di sicuro ha le carte in regola per tenere alta la discutibile fama che i ragazzacci dell’autrice hanno saputo conquistare. Chi non è nuovo ai nostri incontri sa quanto i romanzi contemporanei della Stuart mi abbiano lasciato un’impressione dai contorni tutt’altro che rassicuranti rimandandomi a un universo umano intriso di terrena miseria: un microcosmo in cui si muovono personaggi maschili incapaci di decifrare la vera essenza della vita.

Inadeguati mediatori di un’esistenza che si attua pienamente solo nella prova suprema dei sentimenti ai miei occhi questi uomini sono apparsi emotivamente impotenti laddove si chiede loro di incontrare una donna nell’intimità sacra delle emozioni. evoluzioneLo scenario narrativo di volta in volta ha ritratto attori unicamente versati a fornire un’effigie utilitaristica dell’amore e del sesso lasciandomi con precisa puntualità un senso di insoddisfazione difficile da elaborare. Gli aristocratici rampolli della dinastia Rohan avrebbero saputo riscattare l’immagine negativa che mi ero fatta degli uomini Stuart? Non nutrivo particolari illusioni ma non mi aspettavo nemmeno uno scenario dai risvolti tanto sconfortanti: l’autrice ha superato sé stessa confezionando delle creature, esempio perfetto del processo che più che di evoluzione definirei di involuzione della specie.

Cinismo, freddezza, refrattarietà ai sentimenti erano le caratteristiche di individui ancora all’inizio di un chiaro cammino di abbrutimento e degenerazione che invece i personaggi storici riescono a percorrere fino al traguardo. Il Visconte Rohan è schiavo di un immobilismo morale senza pari. Governato da una coscienza inerte che lo rende corrotto nello spirito è impossibile individuare nel suo animo quell’integrità capace di giustificare un credibile percorso di riscatto. Può trovare la redenzione solo chi ha dentro di sé una consapevolezza radicata e incrollabile della differenza che passa tra bene e male; e se mai un uomo vivesse una transitoria situazione di disorientamento, comprensibile e non certo condannabile, – come succede al nostro eroe – la sua sensibilità morale dopo lo sbandamento momentaneo giungerebbe prima o poi in suo aiuto sottraendolo al torpore che l’ha dominato.

Fatto sta che la transitoria situazione di disorientamento del protagonista si trascina da un ventennio durante il quale il poveretto – vittima di un passato ostile – cerca di superare il dolore che lo attanaglia demonioattraverso ogni possibile tipo di depravazione ed eccesso. Si potrebbe pensare che sia stato l’innocente vittima di figure dissolute che lo hanno traviato conducendolo per vie corrotte e sfrenate se non fosse che proprio il caro Francis risulta colui che organizza e ospita le scatenate riunioni dell’Esercito Celeste, un’associazione segreta i cui membri perseguono lo sfogo sfrenato delle passioni più proibite (citazione dalla trama); se non fosse che è noto a tutti con l’appellativo di Re degli Inferi.

«È quel demonio, vero?» disse Nanny con voce cupa. «È andata a finire nella tana del diavolo, dove fanno orge e cose del genere. Perderà anche i pochi soldi che ci erano rimasti, e probabilmente finirà sacrificata al maligno.»

L’autrice ci nasconde poco di lui e dell’anima impura che gli è toccata in sorte. Non si fa problemi a farci conoscere le sue sregolatezze, i putridi pensieri e le disonorevoli intenzioni.

Avrebbe potuto fare qualcosa per risolvere la situazione. Sdraiato sul divano, esaminò le possibilità. Quella maledetta megera aveva pochi rapporti con lui, e nessuno avrebbe potuto accusarlo di averne orchestrato la morte. I membri dell’Esercito Celeste che avevano notato la sua presenza lì quella notte non ne avrebbero mai fatto parola con nessuno, per non rischiare di essere estromessi dall’associazione. La polizia di Parigi era abbastanza inefficace, ma forse avrebbe prestato un po’ più di attenzione alla morte di una emigrata titolata. Ma non era detto: nella sua casa di Rue Saint-Honoré gli lasciavano fare ciò che voleva, anche se per il momento non era mai morto nessuno, almeno per quel che ne sapeva lui. No, i suoi istinti caritatevoli andavano messi da parte, almeno per il momento. Per quanto triste potesse essere la vita di Mademoiselle Elinor Harriman non era affar suo sistemargliela, rimuovendo i principali ostacoli alla sua felicità. Forse, però, la vecchia sifilitica poteva infastidire Reading al punto da indurlo a pugnalarla. Reading era notoriamente irascibile, sconsiderato e impulsivo. Forse ci avrebbe pensato l’amico a sistemare tutto quanto.

Eppure dopo poche pagine dall’inizio della lettura diventava chiaro che la partita si stava giocando su due piani: la Stuart usava due registri narrativi distinti dando vita a uno scontro in cui uno dei due livelli, Nietzschecon subdola intenzionalità, si proponeva di prevalere sull’altro. La scrittrice ci fornisce senza remore fatti, inopinabili e probanti, ma, al contempo, comincia a disseminare con eguale accuratezza una serie di opinioni dalla natura decisamente arbitraria e contestabile. Non serve molto per comprendere che in questo ring immaginario l’arbitro – la stessa Stuart – sia parziale e intenda mettere in atto una strategia che porti alla vittoria delle Opinioni sui Fatti.

L’intento è chiaramente quello di ridare una – mai posseduta – integrità al suo personaggio, smentendo quanto affermato dal susseguirsi degli eventi che ci presentano un Visconte in confronto al quale una cloaca sembra una Riserva naturale.

«Vostra madre ha il mal francese, bambina. O, come lo chiamano qui, il morbo spagnolo.» Alzò le spalle. «O anche il morbo inglese. Morirà pazza furiosa, e sospetto che voi lo sappiate quanto me. Se volete, posso dare ordine di gettarla giù dalla scogliera più vicina per farvi un favore.»
«Scherzare su queste cose è davvero di pessimo gusto, milord» ribatté lei, rigida.
«Perché mai ritenete che stia scherzando?»
Elinor riusciva a malapena a vedere il suo viso nel corridoio fiocamente illuminato. In un ambiente così ristretto lui sembrava ancor più grande, e lei era spiacevolmente consapevole del fatto che aveva la camicia di lino bianco aperta sul petto. Si rese conto che non stava scherzando affatto. «Ho fatto l’errore di ritenere che foste un essere umano responsabile» disse con tono sostenuto.

I fatti parlavano chiaro e avrebbero continuato a farlo ma l’azione manipolatoria che si stava compiendo aveva tutte le intenzioni di distogliere il lettore dalle certezze acquisite e sostituire la visione d’insieme, che si stava formando, con una realtà surrogata, falsata dalle fraudolente parole che diversi personaggi pronunciano pur di distrarci e farci accogliere senza esitazione la loro soggettiva rappresentazione della vicenda.

Un’azione che ho trovato da subito molesta e sleale: nulla tollero di meno di quando si vuole giocare con la mia intelligenza. Trovo scorretto ogni tipo di iniziativa tesa ad attutire le impressioni ricavate da un’osservazione scrupolosa dell’evidenza, soprattutto se rilevo che ciò viene fatto col palese l’intento di reindirizzarmi. La Stuart adultera l’immagine del suo bad-boy filtrando le mie valutazioni – frutto di deduzioni circostanziate e certe – attraverso i convincimenti dei personaggi secondari che disonestamente cercano di farmi perdere la giusta prospettiva, spingendomi ad abbandonare la mia percezione del personaggio a favore di una rappresentazione che possa giustificarne le azioni e mi spinga verso un giudizio più blando e clemente nei confronti del suo eroe.

Araldo di integrità è innanzitutto la voce della governante di Francis, colei che lo conosce da sempre, che lo ha seguito dall’Inghilterra,la sai l'ultima che riesce a vedere la sua anima, che lo segue con vigile attenzione, che in qualche modo si sostituisce a quella coscienza che sembra fargli difetto. Chi meglio di lei potrebbe fornirci i corretti criteri attraverso i quali vagliare il valore spirituale del suo protetto?


«Orbene, non cercate di difenderlo» la interruppe la governante. «È un ragazzo dolce, ma talvolta è così sventato! Oh, ma dovete avere anche i piedi bagnati.» Schioccò la lingua in segno di disapprovazione mentre si chinava a slacciare le scarpe troppo strette di Elinor.
«Io non…» Prima che potesse negare che lo stava difendendo, le parole della donna la colpirono. «Dovete esservi confusa» disse, cercando di spostare i piedi. «È stato il Conte di Giverney a condurmi qui.»
«Precisamente. Io sono quella che lo ha cresciuto. Venni dall’Inghilterra dopo che lui fu esiliato, e da allora ho sempre badato a lui.» Le sfilò una scarpa, poi l’altra, e le pose accanto al fuoco. Doveva aver notato che erano consumate e troppo piccole, ma non fece commenti, trattandole come preziose pantofole. Poi tornò a sedersi e osservò Elinor per un momento. «Avete bisogno di un tè caldo e di qualcosa da mangiare.» […]
[…] «Guardate questo, vero?» chiese Mrs. Clarke mentre le versava una tazza di tè e vi aggiungeva latte e zucchero. «L’ho portata dall’Inghilterra quando sono venuta qui. Pensavo che Padron Francis avesse bisogno di qualcosa che gli ricordasse il nostro paese. Era così giovane, povero ragazzo, troppo per perdere la sua famiglia, la sua casa, la sua patria.»
Elinor non intendeva fare domande. Aveva sentito dei pettegolezzi, ma le vicissitudini della nobiltà émigrée di Parigi non l’avevano mai interessata particolarmente, e sua madre, del resto, gliene parlava di rado.
«Davvero» commentò in tono vago.
«Davvero» ripeté allegra Mrs. Clarke. «Voi non volete parlare di lui, e posso capirlo. È un ragazzaccio veramente cattivo. Ma ne ha motivo, sapete.»
«Non riesco a pensare a nulla che possa scusare la sua…» Stava per usare il termine depravazione, ma ci ripensò e disse: «… il suo comportamento».
«No, suppongo di no. Voi siete troppo giovane per ricordare.» Si riscosse. «Vi terremo al caldo, vi daremo da mangiare, ci prenderemo cura di voi e vi riporteremo diritta a casa» disse con decisione.
Elinor cercò di essere educata. «Vi manca molto l’Inghilterra?»
«Certo che sì, bambina mia. Ma non potrei mai lasciare Padron Francis. Almeno fino a quando non la smetterà con questi suoi comportamenti artificiosi e dissennati e non si sposerà.»
«Credo che siano ormai diversi anni che l’Esercito Celeste organizza le sue feste» osservò Elinor. Così aveva sentito dire. «Forse dovreste rinunciare ad aspettare.»
«Credo che siano ormai diversi anni che l’Esercito Celeste organizza le sue feste» osservò Elinor. Così aveva sentito dire. «Forse dovreste rinunciare ad aspettare.»
«Stupidaggini» rispose decisa Mrs. Clarke. «Mangiate il vostro pane tostato, carina. Torno subito.»

Dicevamo: Chi meglio di lei? Le sue parole sono chiare: semplicemente un ragazzo dolce, sventato e dai comportamenti artificiosi e dissennati, un giovane che ha perso tutto… famiglia… patria… non certo quell’anima nera e turpe che pensavamo. Purtroppo devo dire che, se l’intento era quello di ripulire l’immagine di Rohan e farci empatizzare con lui, causa l’avversa sorte riservatagli dal destino, la Stuart non rende un buon servizio al suo personaggio. depravatoPer assurdo gli riconoscevo maggiore personalità mentre rimaneva avvolto da quell’aura di depravazione e vizio con la quale lo abbiamo conosciuto. Le parole della governante lo raffigurano come uno smidollato senza buonsenso, dedito da due decenni a perversioni e piaceri estremi quando tutto ciò non è nemmeno nella sua natura. Preferivo l’uomo genotipicamente degenerato, quello che ha nella struttura del dna i caratteri dominanti dell’abiezione, piuttosto che l’individuo senza alcuna forza interiore e mordente che la Stuart stava tratteggiando per bocca della sua confutabile emissaria.

L’intervento risanatore dell’autrice era più deleterio che vantaggioso: fin quando Francis dispiegava il vessillo di una deliberata volontà nella ricerca del male gli si poteva ancora riconoscere una qualche tempra. A dispetto dell’infima levatura morale quantomeno non aveva le fattezze della patetica caricatura che il fallito restyling gli stava assicurando.
In più non si tratta certo di un ragazzo come lo definisce Mrs Clarke, dal momento che di primavere ne conta ben trentanove e di tempo per ritrovare la giusta rotta ne ha avuto a sufficienza. Le parole di questo improvvisato strillone rivelano, a ben guardare, un disegno che si muove in diverse direzioni: non solo convincerci che il giovanotto non è quello che tutti credono, non solo persuaderci che è una vittima del fato malevolo e i suoi atteggiamenti sono il risultato delle trame della sfortuna ma soprattutto che una ed una sola cosa potrà restituirgli saggezza ed equilibrio. Sta in quest’ultima suggestione, probabilmente, il sortilegio che ha ammaliato le lettrici di mezzo mondo. Francis Rohan incarna una fantasia inconscia, smuove l’immaginario erotico di queste donne che vedono in lui il deus ex machina giunto a placare i loro reconditi desideri e a contentarne i bisogni.

Un ipnotico miraggio che agisce sulla psiche di coloro che ricercano un compagno necessitante del loro intervento salvifico: solo l’amore che saranno in grado di suscitare nel cuore di questi naufraghi avrà il potere di risanarli. Quale altra illusione potrebbe essere più prorompente che quella di sentire un tale illimitato potere! Null’altro diventa importante: non la necessità di immolarsi a questi disgraziati, non il fio da pagare in termini di dignità sacrificata, non l’assenza di quella riguardosa attenzione che testimoni il valore dato da questi eroi alle loro compagne. Tutto è oscurato dalla possibilità di diventare la loro eroina, colei che giunge a sottrarli all’inconcludenza, candy_10alla perdizione, alla noia; colei che potrà compenetrare e pervadere la landa desolata che è la vita di questi individui. Difatti la Stuart, con abile maestria, sa quali stimoli fornire e continua ad operare la sua malia aggiungendo altri elementi dall’attrattiva irresistibile. Ci presenta il Visconte come un uomo che oltre tutto, e questo ce lo svelano i suoi pensieri, è logorato da una profonda insoddisfazione, da un vuoto che nemmeno la febbrile ricerca del piacere riesce a colmare. Baccanali, eccessi e peccati stanno perdendo il loro fascino.

«Bambini miei» disse in francese, lingua compresa da tutti i presenti, inglesi, francesi e immigrati tedeschi. «Benvenuti alla Festa dell’Esercito Celeste. Vi consumerete l’un l’altro come consumereste l’ostia consacrata, berrete il vino come se fosse sangue benedetto, e sazierete i vostri appetiti senza che alcuno vi giudichi. Per le prossime tre notti, le insignificanti regole della buona società sono bandite. Il nostro motto sarà… Fa’ ciò che vuoi.»
Fece un cenno con la mano, e i polsini di pizzo di Fiandra della camicia ondeggiarono. «Andate e peccate» concluse, la sua voce profonda e grave che echeggiava nell’immenso salone.
Le porte che davano accesso al resto del castello si spalancarono tra gli applausi. I festeggiamenti iniziarono, e Francis Rohan tornò ad adagiarsi sulla poltrona, desiderando di essere di nuovo a Parigi con un bicchiere di brandy e un buon libro, senza peccatori impazienti che cercavano la sua attenzione.
Si annoiava. Aveva assistito a quasi tutte le depravazioni possibili e a molte di esse aveva partecipato di persona, eppure doveva ancora trovare qualcosa che spezzasse la sua interminabile ennui. Certo, poteva ancora provare il piacere fisico, ma era solo un sollievo momentaneo. Se ne aveva voglia poteva vagare per le stanze del suo château e assistere ad atti proibiti dalla chiesa e dallo stato, o veder vincere e perdere intere fortune al solo girare di una carta. Poteva guardare uomini che cedevano ai loro più bassi istinti senza timore di alcuna ripercussione, ma alla fine tornava al suo opulento trono sforzandosi di tener vivo almeno un blando interesse.

Ciò che mi meraviglia non è certo questa sensazione di diffuso tedio che Francis Rohan avverte nel profondo del suo spirito, mi meraviglierei del contrario, invece mi stupisce che solo dopo quasi un lustro lui senta una malinconia e un malessere che avrebbe dovuto coglierlo molto prima. L’effetto è quello di rendermi sempre più spregevole la figura di quest’uomo; vignetta-snoopy-la-vita-noiosanon riesco ad apprezzare il tardivo ed esteriore ravvedimento al quale per altro non segue alcuna azione attiva che lo porti verso una condizione differente. Le mie impressioni non cambiano, non sono colpita dalla sua perspicacia morale, sebbene l’intento dell’autrice vorrebbe convincermi che il suo bad-boy possiede una coscienza, perché la trovo superficiale e non realmente sentita.

La figurazione narrativa attraverso questi interventi inopportuni stava tessendo semplicemente un manichino amorfo e apatico. Ovvio che il Visconte senta un’interminabile ennui; ovvio che avverta questo senso di prostrazione e inappagamento; non è ovvio, invece, che continui ancora a perseverare nell’errore e non si ribelli all’inconsistenza della vita finora condotta, tanto più se realmente si tratta di scelte innaturali. È semplice spiegare i motivi di questo stato d’animo e un uomo con la maturità del protagonista non dovrebbe stentare a riconoscerli: credere che il piacere fisico, quello che sentiamo solo nel corpo, riesca a colmare i nostri spazi interiori o tacitare i fantasmi che ci angosciano è la prima delle leggerezze.

Il sesso se non è compagno del coinvolgimento emotivo non saprà lenire i nostri tormenti e mai riuscirà a placare la nostra sete. Il soddisfacimento sarà passeggero e dunque vano. Francis Rohan, come molti dei protagonisti stuartiani, non ha compreso che l’unione fisica trascende l’elemento corporeo e fiorisce, invece, nella dimensione solenne e inviolabile del sentimento. Esso è liturgia; cerimonia di simbiosi carnale ed emotiva; rito di scambio spirituale; momento supremo di dono e comunicazione.

amantiAtto di partecipazione vicendevole si tramuta in arido utilizzo dell’altro se spogliato di queste essenziali prerogative in grado di conferirgli quel soffio vitale capace di renderci sorgiva per noi stessi e per chi amiamo. Se così intesa la danza sessuale ci consente, accompagnati da una colonna sonora le cui note riproducono l’armonico avvicendarsi di egoismi e generosità, di riappropriarci di uno spazio che va oltre l’io. Prendere nel dare e dare nel prendere; dissetarsi dissetando, così si compie l’autentica unione degli amanti.

È con quest’immagine che voglio lasciarvi ma il racconto di Innocenza e seduzione dal punto di vista di Gocce di Memoria non si conclude ancora: troppe le cose che restano da dire. Il libro è colmo di sollecitazioni intense e continue e riuscire ad esaurirle in uno spazio accettabile non è stato nelle mie capacità. Mi riservo di continuare il mio monologo nel prossimo appuntamento della rubrica nella speranza che siate interessati a seguirmi ancora. A presto 🙂

 

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