Break. Ossa Rotte di Hannah Moskowits

Hannah Moskowits;

Hannah Moskowitz ha 19 anni e vive a Silver Spring, nel Maryland. Le tematiche caratterizzanti dei suoi libri sono: i fratelli, l’ambiguità sessuale e i bambini. In totale ha scritto 4 libri, di cui al momento solo uno è già uscito gli altri sono attesi tra l’aprile del 2011 e il 2012. Hannah studia presso l’Università del Maryland.Anteprima Break.Ossa rotte: storia di un autolesionismoAnteprima Break.Ossa rotte: storia di un autolesionismo

 

 

Titolo: Break. Ossa Rotte
Autore: Hannah Moskowitz
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Edito da: Giunti Y
Prezzo: 14,50€
Genere: Young Adult, Romanzi Contemporanei, Autolesionismo
Pagine: 288 pag.
Voto:

Trama: Jonah ha una famiglia a dir poco difficile. Ha due genitori quasi assenti, che non ricordano più perché stanno insieme e a malapena riescono a tenere le fila di un matrimonio che sta rovinando la loro vita e quella dei figli. E ha due fratelli: Will, di pochi mesi, che piange incessantemente, e Jesse, di 16 anni. Il rapporto tra Jonah e Jesse va ben al di là dell’amore fraterno. Sì, perché Jonah è l’angelo custode di Jesse, colui che ogni giorno lo salva da morte sicura per soffocamento. Jesse soffre infatti di gravi allergie alimentari, soprattutto al latte e, dato che Will è ancora un poppante, Jesse non è mai al sicuro, nemmeno in casa. I suoi attacchi sono violenti, terribili, devastanti, tanto da spedirlo in ospedale. Jonah non può permettersi di perderlo mai di vista: controlla tutto ciò che mangia, tocca, respira. Si assicura anche che quella sbadata di sua madre non allatti Will e poi tocchi il fratello. Ogni volta che il cellulare squilla, il cuore di Jonah parte al galoppo per la paura che Jesse sia in fin di vita. Jonah vuole essere più forte, ha bisogno di essere più forte, per sorreggere una famiglia sull’orlo del baratro, per sostenere un fratello che rischia di morire ogni giorno, per non cedere al raptus omicida nei confronti di un bebè che riduce a brandelli i nervi di tutti. Rompersi le ossa e guarire è l’unico modo che Jonah conosce per rinforzarsi. Perché chiunque sa che un osso fratturato ha il potere di curarsi da solo e di ricrescere più forte, rinvigorito. E il primo pensiero di Jonah ogni mattina è quello di escogitare nuovi metodi per raggiungere lo scopo nella maniera più veloce ed efficace possibile. La sua è una storia di autodistruzione per amore. Dita, gomiti, femori, costole: il conto è minuziosamente riportato. È un’impresa metodica. Una scarica di adrenalina, poi il dolore, intenso, nauseante.

Un libro crudo e provocatorio, che descrive con realismo una forma estrema di autolesionismo. La storia di un ragazzo raccontata da una sedicenne: è sorprendente come la giovane scrittrice sia stata in grado di ricostruire le dinamiche psicologiche di un adolescente. Un libro che non può non lasciare un segno.

 

Citazione:

“Con la botta di oggi, fanno 2 femori + 1 gomito + 1 clavicola + 1 piede + 4 dita della mano + 1 caviglia + 2 dita del piede + 1 rotula + 1 perone + 1 polso + 2 costole. Totale = 17 ossa rotte. Ne mancano 189. Collisione. La prima sensazione è un dolore che conosco, un dolore sordo, il rumore del mio corpo che incontra il cemento. Mi preparo mentalmente al dolore vero – sarà tremendo, ma almeno ci sono abituato. E invece no. A questo dolore non sono affatto abituato. Mi sta letteralmente esplodendo un braccio. Ogni singolo tendine, ogni muscolo, ogni osso e tutto un fianco mi vanno a fuoco, corpo che schiaccia corpo, un dolore arancione e orrendo, il peggiore che abbia mai provato. Non appena riesco a prendere fiato, urlo.”

Recensione:

Break. Ossa rotte” è un romanzo che affronta la complessa e pericolosa tematica dell’autolesionismo giovanile; è un romanzo scritto da una ragazza di sedici anni per un pubblico adolescenziale. Nonostante la giovane età, possiamo facilmente riscontrare che il recente assioma consolidatosi in narrativa, “libro scritto da adolescenti=libro di poco spessore“, in questo caso non è assolutamente valido.

Hannah Moskowits ha uno stile fluido, semplice e di impatto, in grado di coinvolgere e trascinare molto gentilmente il lettore in questo mondo fatto di dolore estremo, di insicurezza, di ansia, solitudine e desiderio di rivalsa. La punteggiatura è usata in maniera fortemente personalizzata, in alcuni punti risulta addirittura un po’ fastidioso l’uso eccessivo del punto ma, essendo un romanzo scritto in prima persona e trattando i pensieri diretti di Jo, questo può essere giustificato, in parte.

Jo è un ragazzo normalissimo, bello e in salute. Una vita apparentemente perfetta, come singolo, se non fosse che, in realtà, la sua famiglia si trova a dover affrontare il grave problema di salute di suo fratello minore, Jesse.

Jesse, sedici anni e un corpo plasmato da mesi di allenamenti, è un ragazzo solare ma praticamente allergico a qualsiasi cosa. Le sue allergie lo portano irrimediabilmente a crisi respiratorie e, se non soccorso immediatamente, alla morte. Come se non bastasse da quasi un anno è arrivato in famiglia anche Will, fratellino di nove mesi che non fa altro che piangere e urlare dalla mattina alla sera. Urli che, spesso e volentieri, vengono affiancati da quelli dei genitori che non fanno altro che discutere fra loro.

L’accordo fra Jo e i suoi genitori è semplice, almeno a parole: lui si occuperà di Jesse e loro del nuovo arrivato e dei loro problemi di coppia.

In realtà Jo convinve da sempre con una fortissima pressione che lo porta, inevitabilmente, a scoppiare. Le cose a casa non vanno sempre bene, spesso basta un nulla per far scatenare un nuovo attacco a Jesse e, purtroppo, Jo si sente colpevole, inadatto e fin troppo “sano”. E’ un ragazzo sano e l’autrice ce lo mostra così, con semplicità, non c’è nulla in lui che non vada, almeno apparentemente.

Lui semplicemente vuole arrivare a fratturarsi più ossa possibile e per riuscirci non fa altro che gettarsi in piscine vuote, dallo skateboard e altre cose, onestamente, raccapriccianti. Il problema è che Jo non fa tutto questo per avere più attenzioni da parte dei genitori, il lettore questo lo percepisce chiaramente. L’amore del ragazzo per Jesse è sconfinato e si preoccupa per lui, praticamente più di quanto fanno i suoi stessi genitori dato che i due ragazzi arrivano a vivere praticamente in simbiosi.

Per Jo la famiglia è “comunione” e “condivisione”, la famiglia è sostenersi, amarsi e fare di tutto per aiutare gli altri membri del nucleo famigliare e lui, incosciamente, arriva a farsi del male perchè è “il suo turno“; ora tocca a lui soffrire un po’ al posto del fratello minore.

– […]Sai nulla del confucianesimo?
Lei fa cenno di no.
– Be’, io sono abbastanza appassionato. A ogni modo c’è un concetto – il più importante, a dir la verità. Dice che la famiglia è la più piccola unità di misura. Come se fosse impossibile suddividerla in individui. Ogni decisione, ogni problema… rimane tutto in famiglia. Tutto viene condiviso. […]Vedi, io ho un fratello molto malato.
– Oh.
– […]Lui ha sedici anni adesso. Sta male da quando è nato. Ma ha sempre fatto tutto il possibile per rimanere in salute. Evita i cibi a cui è allergico, fa sempre esercizio fisico, cerca di avere una vita normale, cioè, ci prova davvero. Ma c’è un limite. Più di così non può fare. Lui ha fatto la sua parte – per se stesso, per la famiglia.
– Non può guarire?
– Non esiste una cura.
– E’ tremendo!
Deglutisco. – Sì. Ma. Se è vero che la nostra famiglia è l’unità minima, allora ogni volta che Jesse sta male, tutti noi stiamo male. Il suo dolore è il nostro dolore. perciò se lui non può stare bene…- dico agitando il polso rotto – tocca a me. Io mi faccio male, poi guarisco. E divento più forte. E la mia forza è la forza di mia madre. La forza di mio padre. La forza di Jesse.

Questa interpretazione della psiche di Jo, che ci viene data dall’autrice, a mio avviso è qualcosa di molto dolce, anche se assolutamente folle. Folle perchè, onestamente, arrivare a fare una cosa del genere pressupone un fortissimo stress e, sorattutto, una fragilità emotiva che rasenta la debolezza psicologica.

Jo è costretto, anche se lo vuole visto l’affetto che lo lega a Jesse, a essere forte visto la sua condizione di “sano” ma questo lo porta a logorarsi interiormente fino a quando, ovviamente, non arriva al punto di rottura.

“Posso smettere quando voglio”

Il desiderio di “controllo” si sposa, nella sua mente, con quello di “essere più forte“. Rompendosi ogni arto è convinto che questi ricresceranno più forti rendendolo, in definitiva, maggiormente in grado di occuparsi dei fratelli minori meglio di quanto sia in grado di fare fino a quel momento. Inutili le parole di amici e consocenti che lo elogiano e lo incoraggiano perchè vedono, ogni giorno, quanto amore e dedizione mette nel prendersi cura di Jesse perchè per Jo non è mai abbastanza.

Quello che disturba, in questo libro, a mio avviso, è che alla fine l’autrice subisce come un cambio repentino di prospettiva e stravolge tutto il romanzo, in definitiva rovinandolo.

Jo viene allontanato da casa, visto che ha bisogno di curarsi e quindi di allonarsi dalla fonte di stress che lo opprimeva. Il ragazzo che, benchè autolesionista non è mai scivolato nella depressione vera e propria, viene trattato come un malato di mente e un pericolo pubblico. Improvvisamente è lui l’elemento da isolare e, come per magia, Jesse che subiva un attacco al giorno per causa della disattenzione della madre e che veniva salvato spesso e volentieri dal fratello  – sacrificando la sua normale vita di diciassettenne – pare star meglio proprio perchè Jo non è più a casa.

Questo è il momento che il romanzo diventa un po’ confuso, non tanto per gli eventi narrati ma proprio per il messaggio che l’autrice vuol trasmettere. Cosa, esattamente, vuol trasmettere?

Se avesse voluto calcare la mano sull’ossessione che Jo ha sviluppato per la salute del fratello minore, avrebbe potuto farlo in modo differente. Il bisogno di Jo, nel cuore della notte, nel silenzio della sua stanza, di essere rassicurato sul fatto che “va tutto bene” è un elemento sufficientemente chiaro. Jo ha il bisogno fisico di controllare e appurare personalmente che va tutto bene e che Jesse sta bene, è sempre stato il suo compito ed è ormai la sua ossessione più grande.

Invece vediamo un Jesse che, nelle sue brevi visite, sembra stare molto meglio, troppo bene e incredibilmente bene viste le premesse. Con l’ovvia conseguenza che Jo inizia a vedersi come il “problema” del fratello e questo è assurdo perchè, fin dalle prime pagine, noi lettori abbia visto chiaramente che i problemi erano in seno alla famiglia e congenini al ragazzo, perchè improvvisamente sta bene? Le allergie sono passate?

Tutta questa confusione sfocia nel momento in cui, non si sa perchè ne per quale motivo, Jesse che si era SEMPRE appoggiato spontaneamente al fratello maggiore (Quando torni a casa? Ho bisogno di te?), di fronte ad una legittima (anche se un tantino isterica) esplosione di preoccupazione di Jo, gli si rivolta contro stanco delle sue attenzioni.

Lo cerca, lo prega di tornare, fa affidamento sul fratello maggiore in ogni momento del giorno e della notte, lo chiama interrompendo i suoi appuntamenti con la fidanzata perchè ha delle crisi… e quando questo lo vede in atteggiamenti intimi con una ragazza (lui che non può nemmeno toccare le persone se queste non sono perfettamente pulite e disinfettate o rischia di morire) e giustamente si fa prendere dal panico (la ragazza avrebbe potuto aver mangiato qualcosa prima di baciare Jesse), il piccolo ingrato gli si rivolta contro? Ma che cosa diavolo è successo in 10 pagine?

L’intento dell’autrice magari è stato quello di voler far prendere coscienza a Jo della sua ossessione (degenerativa) nei confronti della salute del fratello minore, o magari di far prendere consapevolezza a Jesse di essersi troppo appoggiato al fratello ma, così come l’ha impostato, ha solamente reso un torto a Jo.

In definitiva un buon romanzo nella parte iniziale, soprattutto con un buon approfondimento psicologico che non perde mai verosimilità. Peccato che poi, verso la fine, l’autrice si perda e perda contatto con i suoi personaggi sconvolgendone i rapporti interpersonali nel giro di dieci pagine. Jo, che tanto brava era stata nel tratteggiarne il disagio psicolgico, derivante dall’eccessiva preoccupazione per la malattia del fratello, è stato fatto passare per un depresso, ossessivo-compulsivo e Jesse un fratello schizzato e ingrato!

 

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