Cinemania: La La Land, il musical che ha fatto impazzire pubblico e critica

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le pellicole che – dicono – stanno sbancando al botteghino

La La Land

 

la la land posterTitolo: La La Land
Regia: Damien Chazelle
Sceneggiatura: Damien Chazelle
Genere: Musical, Romantico
Produzione: Black Label Media
Distribuzione: Summit Entertainment
Paese: USA
Durata: 128 minuti
Interpreti: Ryan Gosling, Emma Stone
Anno: 2017 (Italia)

TRAMA: Mia Dolan è un’aspirante attrice, che lotta per ottenere una parte. Sebastian Wilder è un testardo pianista jazz che sogna di poter aprire un suo locale. I due s’incrociano, prima in autostrada, poi a una festa, e la chimica tra loro è evidente. Ma la vita a Los Angeles non è facile e l’amore, da solo, non basta…

 

Recensioneùdi Francesco Mirabella

 

Damien Chazelle aveva già pronto questo progetto nel 2010, ma soltanto dopo il successo del suo Whiplash, vincitore di tre oscar (tra cui Miglior Attore non protagonista) su cinque nomination, Summit Entertainment ha deciso di produrre questo film, che ha riscosso un enorme successo di pubblico e critica, con sette Golden Globe vinti e ora 14 nomination agli Oscar, raggiungendo film come Titanic (che poi ne vinse 11) ed Eva contro Eva (che ne vinse sei) e superando altri film che poi hanno fatto la storia del cinema come li conosciamo. Ma si sa, l’Academy ha sempre adorato un musical ben fatto.

Ed effettivamente, il regista non ne sbaglia una, dimostrando di saper fare il suo lavoro. Ogni scena è ricca di dettagli, ogni particolare è ben curato e niente viene tralasciato. La telecamera si muove intelligentemente, riuscendo a tenere il passo con le coreografie senza confondere lo spettatore (ma su questo punto tornerò dopo), i colori sono piacevoli e ben abbinati, la colonna sonora, sebbene possa piacere come non piacere, rimarrà nelle orecchie per i giorni e settimane seguenti, anche se City of Star non lo fa per la sua memorabilità, ma perché prende lo spettatore per sfinimento, mettendo a dura prova la pazienza degli spettatori meno tolleranti.

Da un punto di vista tecnico, non è possibile muovere rimproveri al film. Sebbene si possa obiettare che alcuni numeri musicali durino troppo a lungo, non si dilungano in realtà più di quanto sia necessario per gli standard di un musical. Con la potenziale eccezione di City of Star come canzone originale (doppia nomination nella stessa categoria insieme a The Fools who Dream) che, a mio parere, non merita la ribalta datale alla luce di altre canzoni presenti nella short list ma scartate, si può solo dire che la nomination agli Oscar “tecnici” siano più che meritate. Il film presenta poi tante citazioni hollywoodiane, tra cui una a Nuovo Cinema Paradiso, e queste sono sempre cose che mandano in brodo di giuggiole i critici dell’academy. Ma, per quanto buono sia il comparto tecnico, questo non vuol dire che il film non abbia punti deboli

La debolezza più evidente di questo film è il suo attore protagonista, Ryan Gosling, inspiegabilmente candidato all’Oscar come migliore Attore protagonista e vincitore di un Golden Globe che grida vendetta al cospetto divino. Perché, ed è inutile far finta di non notarlo, Ryan Gosling non è un cantante, non è un ballerino e non è un musicista, e nessuna tecnica registica può nasconderlo. Quando canta, Gosling non è stonato, ma questo non basta a far di lui un cantante. La sua voce non può andare né in alto, né in basso, a tratti sembra addirittura che gli manchi il fiato. La sua performance da cantante è al massimo accettabile, ma scompare quando è costretto a duettare, persino quando la sua compagna è Emma Stone, neanche lei cantante, ma comunque decisamente più capace. I suoi balletti non sono niente che una persona nelle stesse condizioni fisiche non possa replicare con facilità e allenamento minimo (chi segue Dance Dance Dance su Sky può confermare come personaggi del tutto estranei al mondo della danza siano stati in grado di eseguire coreografie ben più complesse).

Il regista è ovviamente consapevole delle limitazioni dei suoi attori protagonisti, di Gosling in particolare, per cui riesce a non farli sfigurare finché non si considerano nel complesso del film: né Gosling né Stone infatti partecipano a coreografie di gruppo per più di una manciata di secondi (e comunque con routine diverse e palesemente più semplici) né cantano insieme ad altri membri del cast (la Stone ha un unico verso in Someone in the Crowd).

Per quanto riguarda le numerose sequenze di Gosling al pianoforte che, secondo la leggenda, lui avrebbe eseguito personalmente, non ci vuole un occhio attento per notare come quando occorre inquadrare la tastiera, la faccia sia sempre fuori dall’inquadratura. Ad eccezione di qualche taglio laterale, dove non serve dare enfasi ai movimenti, ad essere inquadrata sarà la SOLA faccia o le SOLE mani. C’è anche da segnalare una debolezza intrinseca del personaggio di Gosling rilevata da alcuni critici, per cui questo incarnerebbe il “Salvatore Bianco”, in quanto Sebastian sembra essere l’unico uomo in grado di salvare il Jazz, musica nera, ma non credo che questa critica abbia fondamenta solide.

Nonostante le debolezze dei protagonisti, il film funziona. E funziona proprio perché il fulcro del film sono Mia e Sebastian e la loro storia d’amore. I loro momenti felici e le difficoltà che affrontano, speranza e disillusione, tutto questo viene portato sullo schermo in modo credibile, riuscendo a coinvolgere lo spettatore nella loro storia, che inizialmente appare quasi scontata ma che acquista indipendenza dagli archetipi del genere man mano che la storia va avanti, fino a lasciarci ad un finale che è allo stesso tempo felice e amaro, a seconda del modo in cui lo si voglia interpretare. Poiché si è così coinvolti nella storia, le carenze degli attori diventano meno evidenti e perdonabili, diventando evidenti soltanto quando si riflette sul film a mente fredda.

Il film funziona. Nonostante i suoi difetti, rimane comunque una piacevole commedia romantica che però sconsiglio a chiunque non già appassionato o comunque almeno simpatizzante dei musical. Se non piacciono i musical, allora occorre mettere quanta più distanza possibile tra sé e La La Land, perché il film dura poco più di due implacabili ore e la stanchezza si farà sentire. Non è da escludere che sentire per l’ennesima volta “City of Star, are you shining just for me…” possa far sorgere l’istinto di stringere le mani intorno alla gola di Gosling. Perché, nonostante il clamore, alla fine La La Land è solo un musical romantico, un piacevole e solido film romantico, ma lontano dalla memorabilità che dovrebbe associarsi a un film con sette golden globe e 14 nomination agli Oscar. Un film adatto per festività come San Valentino, ma da vedere preferibilmente al cinema, dove è possibile apprezzare meglio i dettagli che la televisione non rende bene. Ma non è uno di quei film da vedere assolutamente, né rappresenta in alcun modo un nuovo traguardo per il cinema.

La La Land è un buon musical romantico. E questo è tutto.

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trailer

~ Francesco Mirabella

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