Come Mi Batte Forte Il Tuo Cuore. Storia di Mio Padre – Benedetta Tobagi

 Benedetta Tobagi;

Christine FeehanDai primi anni in un paesino vicino a Spoleto agli studi classici al liceo Parini di Milano, fino agli esordi come giornalista e alla piena affermazione professionale nella redazione del Corriere della Sera, Benedetta Tobagi ha ripercorso la vita e la carriera del padre. Con la partecipazione e l’affetto della figlia, ma senza mai rinunciare all’obiettività dello storico che si documenta con scrupolo, consultando documenti pubblici e privati e interrogando chi allora c’era. Ne nasce un ritratto del giornalista ma anche dell’uomo e del padre che fu Walter Tobagi, e di un periodo della storia italiana di cui è ancora difficile parlare. Un ritratto che restituisce di quel padre una immagine più vicina alla verità, senza strumentalizzazioni di parte. «Sono allergica alla retorica vuota del martire e dell’eroe, che troppo spesso si applica alle vittime del terrorismo. Papà ha avuto paura, ha faticato, ha assunto posizioni impopolari e molto discusse, ha continuato a scrivere le cose che gli sembravano giuste, ha cercato di riempire ogni giorno di senso il suo ideale di democrazia: questo, non il “martirio”, fa di lui un punto di riferimento».

Sito:https://www.facebook.com/pages/Benedetta-Tobagi/72969509548

Titolo: Come mi Batte Forte Il Tuo Cuore. Storia Di Mio Padre.
Autore: Benedetta Tobagi
Edito da: Einaudi
Prezzo: 19,00
Genere: Narrativa
Pagine: 308 p.
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Trama:

 «Hanno ucciso papà. Ma queste cose succedono nei film, non può essere vero. I compagni dell’asilo non mi credono. Allora insisto: “Hanno ammazzato papà, gli hanno sparato, bum! bum!, con la pistola” e mimo con le dita la forma dell’arma. Una P38».

Walter Tobagi è morto a Milano il 28 maggio 1980, assassinato sotto casa da una semisconosciuta formazione terroristica. Era una delle firme più prestigiose del «Corriere della Sera». Aveva trentatre anni. La figlia Benedetta aveva tre anni. Era lì. Oggi Benedetta vuole capire. Con forza, con delicatezza, ricostruisce la figura pubblica e privata del padre in un racconto che intreccia spietate vibrazioni intime ad analisi storiche lucide e rigorose. Cercando di comprendere cos’erano gli anni Settanta.
Un libro tenero e terribile in cui batte il cuore di un padre ritrovato.

 

Recensione:

Recensione di TheLunaticGirl (Serena Betti)

“Vi è un fenomeno caratteristico che interferisce con la memoria delle vittime del terrorismo… una vita intera viene risucchiata, come in un buco nero, dalla potenza di una fine tanto drammatica. L’identità della vittima è schiacciata. Quel che resta è solo il simulacro scintillante, ma vuoto, dell’eroe; nel mio caso, un martire della libertà di stampa.”

Vivere senza un padre non è facile. Tentare di colmare un vuoto tanto grande, cercare di ritrovare in piccole cose, come nella sua camicia preferita, in un libro letto o in una sciarpa indossata spesso, quella mano confortante che ti guida e ti sprona nella vita che ogni bambina merita è spossante e difficile. Se sei la figlia di un martire, “un eroe” idealizzato è ancora più difficile. Può risultare così stancante da essere impossibile.

” Avevo l’impressione che l’invadenza di questa immagine pubblica, anziché avvicinarmelo e aiutarmi a conoscerlo, non facesse che spingere mio padre un po’ più lontano da me, come quando insegui un pallone tra le onde.”

Benedetta Togabi ha solo tre anni quando il padre viene assassinato nel 1980. Ha tre anni ed è piena di domande che la assilleranno per buona parte della sua vita. “Perché lo hanno ucciso?”, ” Chi è davvero Walter Tobagi?”, “Chi è mio padre?”. Le risposte a queste domande, però, finiscono per perdersi o per giungere discordanti tra loro. Il giornalista viene ricordato, commemorato e presentato come una figura irraggiungibile, perfetta, troppo lontana dalla realtà per essere abbracciata e umanizzata. Benedetta però non si arrende; è consapevole di quanto sia difficile “riavere” suo padre, conoscerlo, ma non demorde. È da questa determinazione che nasce “Come mi batte forte il tuo cuore. Storia di mio padre”. Non si può che parlare di determinazione e coraggio, poiché riaprire certe ferite che, sebbene non siano mai del tutto sanabili, possono essere cicatrizzate, fa male. Fa paura. La Tobagi si rende conto a che cosa va incontro, ma con la sua grande forza e sostenuta dalla sua acuta sensibilità, prova ad imbarcarsi in questo cammino, rendendoci partecipe del suo dolore.

“Avvicinarsi al dolore fa molta paura, sfiorandolo s’impara a tenersene a distanza, scegliendo vie lunghe e tortuose. Spesso, per scansare gli ostacoli, ci si allontana troppo dal tracciato della propria anima e si finisce per smarrirsi, nel deserto, magari, invece che nella foresta. Si rischia di morire di sete, anziché sbranati dai lupi. Il cammino verso mio padre era pieno di pietre d’inciampo, era infestato dai rovi. Mi avvicinavo e poi mi allontanavo. Non sapevo da che parte cominciare. Allora non potevo certo immaginare che a condurmi per mano sarebbe stata la stessa persona che volevo raggiungere.”

Nel corso del suo tortuoso cammino, Benedetta scopre che la via per arrivare a suo padre, almeno in parte, era molto più vicina di ciò che pensava. Suo padre aveva vissuto per i libri, per il suo lavoro, e in questi avrebbe potuto ritrovarlo.  Lo studio del padre pieno di suoi volumi ricchi di annotazioni, le lettere scritte e ricevute aprono alla ragazza un mondo nuovo che le permette di ridimensionare la figura paterna. Avvicinarla. Umanizzarla. Allora Walter Tobagi non è più quel martire della stampa così perfetto e sicuro di sé, Walter Tobagi è quell’uomo a volte insoddisfatto, a volte insicuro. Walter Tobagi è un uomo. Walter Tobagi è “un vecchio che non ha ancora 23 anni”, scriverà di sè lui stesso in una lettera.

Dopo aver tentato di risponde alla prima domanda, ovvero “Chi è veramente mio padre?”, la Tobagi punta a risolvere la seconda domanda che la assilla da tempo: “Perché?” Non a tutto c’è sempre una sola giusta e indiscutibile risposta.

Nel suo tortuoso cammino, la scrittrice viene messa a dura prova quando si ritrova faccia a faccia con l’assassino di suo padre: Mario Marano.

“L’esempio di come un uomo intelligente può commettere in buona fede una violenza psicologica per una sorta di frainteso ardore missionario. Complice una superficialità diffusa nella mentalità italiana che tende spesso a consegnare il destino di una via d’uscita degli anni di piombo alla riconciliazione tra vittime e carnefici, spingendo in prima linea i soggetti più devastati per non farsi carico di un processo di elaborazione culturale lungo e complesso.”

Benedetta è intelligente, analizza tutto: causa scatenante e conseguenze. Come aveva detto precedentemente, per scansare gli ostacoli molte volte si finisce solo per peggiorare la situazione. Ed eccola lì: un’adulta tornata ad avere tre anni ed a sentirsi senza barriere di fronte ad uno dei due uomini che ha stravolto la sua vita. Per l’uomo non c’è possibilità di perdono, ma Benedetta non cade nel facile tranello della vendetta. Tentata dai suoi stessi pensieri a condividere il suo dolore con i figli dei carnefici, si rende conto che, in fondo, anche loro sono delle vittime.

La scrittrice non è mai banale in quello che racconta e, così come si è tuffata nel suo dolore per cercare di trovare la sua verità, si immerge nella natura umana, studiandola. Si interroga sul male, sulla capacità dell’uomo di autodistruggersi, senza pensare alle conseguenze. L’analisi non è mai distaccata, perché ogni buon scienziato deve avere a cuore il suo oggetto di studio, anche se spaventa, anche se “fa paura questo cuore buio del mondo, dove si riproduce eternamente la possibilità che la crudeltà, la violenza, l’omicidio ritornino.”

“Come mi batte forte il tuo cuore” è forse il libro più bello che abbia letto negli ultimi anni. Uno scrittore non deve limitarsi a raccontare una storia. A volte non è importante neanche che la trama sia originale e che sia scritta in maniera sublime. Ciò che conta veramente è quel “di più” che fa la differenza. Quell’extra che ti rende partecipe della storia, che ti fa catapultare nel libro e provare le stesse emozioni che prova il protagonista o, in questo caso, la scrittrice stessa. Il lettore, aiutato dallo stile impeccabile della Tobagi, soffre, si rasserena, sorride, è sul punto di piangere, tira un sospiro di sollievo, si sente impotente. Prova pietà, amore, dolcezza, dolore.  Quel “più” di cui parlo è ciò che ti spinge a chiudere il libro non per la noia, ma per la necessità di fermarsi a riflettere sulle parole, perché le parole contano. Radio, cellulari, tv, telefoni, autobus, macchine, moto, pubblicità, volantini, slogan: siamo bombardati da rumore, da parole senza senso. Così ci atrofizziamo, perdiamo il valore delle parole, non ci fermiamo a riflettere. “Come mi batte forte il tuo cuore” è quella pausa, quel silenzio che spinge a dire “Ok, ora basta. Pensiamo”.

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