Cose che il buio mi dice di Carolyn Jess-Cooke

Carolyn Jess-Cooke

Capitan Salgari

Carolyn è nata nel 1978 a Belfast. La sua grafomania si manifestò la prima volta a sette anni e non l’abbandonò più. Dopo aver tentato ostinatamente di pubblicare una sua opera scelse di impegnarsi in lavori più remunerativi, piuttosto che diventare una scrittrice senza editore. Nell’inventario della guida allo sbarcare il lunario annovera le seguenti mansioni: fotografa di viaggio, commessa, film-maker, pianista e insegnante di musica. Sono stati tutti lavori pesanti, noiosi e divertenti allo stesso modo. Almeno le hanno fornito denaro sufficiente per girare il mondo, un’occupazione mai inutile. La sua raccolta di poesie, Inroads, ha vinto un prestigioso riconoscimento in patria. Attualmente dirige il corso di Scrittura creativa alla University of Northumbria.

Il suo romanzo d’esordio, I diari dell’angelo custode (Longanesi 2011), è stato un grandissimo successo internazionale, tradotto in 21 paesi. In Italia 3 edizioni e 40mila copie vendute.

Sito: http://www.carolynjesscooke.com/

Titolo: Cose che il buio mi dice 
Autore: Carolyn Jess-Cook  (Traduttore: Silvia Piraccini)
Serie: //
Edito da: Longanesi (Collana: La Gaja Scienza)
Prezzo: 17,60 € 
Genere:  Young, Adult, Fantasy, Psicologico
Pagine: 398 p.
Votohttp://i249.photobucket.com/albums/gg203/nasreen4444/SognandoLeggendo/3Astelle.png
  

Trama: Alex ha dieci anni, vive a Belfast, ama le cipolle sul pane tostato ed è capace di dondolarsi sulle gambe posteriori della sedia per quattordici minuti ininterrotti. Il suo migliore amico è Ruen, un demone che ha 9000 anni. Ruen gli parla dal buio nel quale vive, lo conforta, gli dice che cosa può fare per salvare sua madre dalla depressione nella quale è caduta… Quando la madre di Alex tenta per la seconda volta il suicidio, Alex viene affidato alle cure di una psichiatra, Anya. Segnata personalmente dalla battaglia della propria figlia con la schizofrenia, Anya si impegna a fondo per cercare di convincere Alex che Ruen non esiste.

Ma c’è un destino che incombe su entrambi. Perché Ruen ha appena chiesto ad Alex di fare qualcosa per lui. Qualcosa che Alex stavolta non vuole fare.

Uccidere.

Recensione
di Nihal

Pennac, nel suo famoso decalogo I diritti imprescrittibili del Lettore mette al decimo posto Il diritto di tacere, quello cioè di non parlare di un libro fino a che ci sei ancora dentro. Da lettrice vorrei appellarmi al mio diritto di tacere ma da recensore non posso tirarmi indietro. Il fatto è che, come dice Pennac, essendoci dentro, non so rispondere ad alcune domande, anche semplici, come: mi è piaciuto? Lo consiglierei? O, molto più semplicemente, che genere è? Mi butto insieme a voi in questa recensione, sperando che scrivere mi chiarisca le idee su quello che ho letto.

Cose che il buio mi dice è la storia di Alex, un bambino di 10 anni che vive insieme alla madre, gravemente depressa, in un quartiere popolare di Belfast. La sua precaria condizione familiare lo porta a essere un bambino indipendente e decisamente troppo cresciuto per la sua età. Emarginato dai sui coetanei, il suo unico amico è Ruen, un pezzo grosso dell’inferno, deciso a studiare il bambino per la sua capacità di vedere i demoni e a tirare fuori il peggio che c’è in lui. In seguito all’ennesimo tentativo di suicidio da parte della madre, Alex viene preso in cura da una psichiatra infantile, Anya, appena tornata nell’Irlanda del Nord per studiare gli effetti dei Troubles sui bambini. Le storie di Alex e di Anya si intrecciano e, aiutandosi a vicenda, senza accorgersene, riescono a tirare fuori vicende sepolte nel profondo delle loro anime.

In questo libro l’autrice, Carolyne Jess-Cooke, gioca con uno dei più grandi dubbi dell’uomo moderno: il confine tra psicologia ed esoterismo, tra realtà e malattia. Il modo di affrontare questo argomento ci avrebbe dovuto dare l’indicazione per classificare il libro tra il genere fantasy o l’horror psicologico ma, arrivati alla fine, la scrittrice non ci suggerisce nessuna risposta, lasciando al lettore il troppo oneroso compito di decidere a quale genere ascrivere il libro e, di conseguenza, il significato che bisogna dargli. Questa è una cosa che mi fa impazzire: capisco i finali aperti alle interpretazioni del pubblico, ma così mi sembra un’esagerazione, quasi come se l’autrice temesse di deludere qualcuno dando delle definizioni più precise alla sua storia.

Il tema che fa da sfondo al racconto, il conflitto nordirlandese meglio conosciuto come Troubles, mi ha molto colpita perché non è qualcosa di cui si parla spesso nei libri, nonostante sia un avvenimento così vicino a noi non solo culturalmente, ma anche cronologicamente. Ovviamente tutti noi lo abbiamo studiato a scuola, ma vivere i problemi di un popolo devastato, prima psicologicamente e poi economicamente, è un’esperienza che solo un bel libro ti può dare. La doppia narrazione scelta per questo romanzo (dal punto di vista di Alex e dal punto di vista di Anya) da la possibilità di rapportarci a questa realtà mostrandoci le percezioni di chi ha vissuto gli scontri e li ricorda da lontano, e quelle di chi invece non ne è mai uscito e per cui la realtà e le conseguenze dei Troubles sono l’unica esistenza conosciuta.

Cose che il buio mi dice è una storia sulla forza della paura e delle colpe e di come queste cose possano influenzarci al punto da dirci chi siamo. Alex è vittima delle circostanze, è costretto a subire le conseguenze delle scelte altrui perché, in realtà, nessuno gli ha mai spiegato l’importanza del perdono e, soprattutto, del perdonare se stessi. Anya, da parte sua, è vittima del destino e anche lei è succube di una colpa che non le appartiene davvero, ma di cui non riesce a liberarsi. La domanda intorno a cui ruota tutto il libro non è sull’esistenza o l’inesistenza dei demoni ma su come possiamo scacciare queste presenze malvagie che, a volte, non ci riguardano neppure, ma che semplicemente ereditiamo da una persona che, troppo debole per affrontarle, le scarica addosso a chi le è più vicina.

Credo che, alla fine di questa recensione, io abbia scelto il genere a cui ascrivere il romanzo (ma non ve lo dirò per non influenzarvi) e abbia trovato le risposte alle domande fatte sopra: mi è piaciuto? Si, tanto, perché nonostante i temi difficili e le incertezze che ti lascia, è un libro che ti cattura dalla prima all’ultima pagina e ti colpisce nel profondo, perché non puoi non amare il piccolo Alex e soffrire insieme a lui. Lo consiglierei? Assolutamente si, per la semplicità con cui l’autrice ci parla di un passato che forse un po’ le appartiene, per il suo stile scorrevole e lineare e per la storia tutt’altro che banale.

Booktrailer

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