Cosmopolis. Il Film

 

Cosmopolis

Titolo: Cosmopolis
Regia: David Cronenberg
Sceneggiatura:
David Cronenberg
Genere
: Drammatico,
Durata: 105 minuti
Interpreti: Robert Pattinson: Eric Packer
Samantha Morton: Vija Kinsky
Jay Baruchel: Shiver
Paul Gimatti: Benno Levin
Kevin Durand: Torval
Juliette Binoche: Didi Fancher

Nelle sale italiane dal: 25 Maggio 2012
Voto:

Trailer: http://www.youtube.com/watch?v=cHlyQexo2Uw

 

Trama: Tratto dall’omonimo libro di Don Delillo, il film racconta una giornata del multimilionario Erik Packer che attraversa tutta la città per andarsi a tagliare i capelli. Durante il tragitto la sua limousine accoglie una serie di consulenti e di donne, pronti a dispensare consigli e distrazioni al ricco imprenditore.

Recensione
di Nicola Picchi

Il tycoon della finanza Eric Packer attraversa Manhattan a bordo di una limousine per andare ad aggiustarsi il taglio di capelli a Hell’s Kitchen.
Durante il tragitto, reso difficoltoso dalla presenza in città del Presidente degli Stati Uniti, da un corteo funebre e da manifestazioni di protesta, Eric incontrerà le sue amanti, sua moglie e i suoi collaboratori.
Mentre il caos e la confusione avanzano, verrà inoltre a conoscenza del fatto che qualcuno ha intenzione di assassinarlo.
Tratto dall’omonimo romanzo di Don DeLillo, uno dei padri del postmodernismo, “Cosmopolis” mette in scena il collasso di un mondo in cui l’economia è completamente virtualizzata e il denaro un concetto astratto, una visione che è facile definire profetica, visto che il libro risale al 2003.
“Uno spettro si aggira per il mondo: il capitalismo”. Questa sarcastica parafrasi del noto incipit di Marx, che campeggia sui tabelloni elettronici di una New York sconvolta dalle manifestazioni di piazza, dovrebbe restituire il senso della catastrofe incombente, ma a Cronenberg non interessa il contesto, l’annunciata agonia della contemporaneità, ma il suo protagonista e artefice: Eric Packer.

L’Odissea di Eric non è però fisica, ma tutta interiore. Il suo è un falso movimento, perché l’unico viaggio che importi davvero è quello dentro la sua mente, le sue ossessioni, la sua alienazione psicotica.
Imbozzolato in una macchina/utero isolata acusticamente, Eric controlla sui monitor le transazioni finanziarie, discetta delle fluttuazioni dello yuan o si fa esaminare la prostata, mentre squarci del mondo esterno si affacciano fugacemente dai finestrini. La virtualizzazione non si attiene solo all’economia, ma anche ai rapporti umani, liquidi, mutevoli e immateriali come il denaro, e conduce alla smaterializzazione del reale e all’insorgere di psicopatologie personali. 

Eric fa l’amore con la sua amante, incontra la moglie Elise per prendere atto della fine (anzi, della non esistenza) del loro matrimonio, va a letto con la sua guardia del corpo, assiste al crollo del suo impero finanziario, sempre frapponendo uno schermo fra sé e la realtà, una distanza che si fa sempre più incolmabile, ai limiti del distacco.

Il pavimento della limousine è di marmo di Carrara, il rivestimento di sughero come quello della camera da letto di Marcel Proust; l’interno è asettico, tecnologico, affollato di schermi e console che rimandano gli algoritmi dell’apocalisse imminente. L’esterno è degradato, minaccioso e affatto virtuale, un affastellamento di relitti che trovano la loro apoteosi nel caos informe dell’appartamento di Paul Giamatti.

I personaggi non comunicano, ma si abbandonano a monologhi di rara prolissità, seriosi (a parte la monetizzazione del topo) e atrocemente letterari.
Cronenberg, al contrario di quanto era avvenuto con “Crash” o “Il Pasto Nudo”, mantiene un’aderenza maniacale al romanzo originale, e così facendo riesce ad appropriarsene solo a metà.
La dipendenza dal Cosmopolis/libro ingolfa il Cosmopolis/film, rendendolo di anemica staticità e impedendo al regista di trarne un’opera autonoma, in grado di camminare sulle proprie gambe.
Il ricorso pedestre ai dialoghi originali, tra Pinter e Beckett ma senza il talento di nessuno dei due, non risolleva certo l’aridità dell’insieme, e la temperatura precipita parecchi gradi sotto lo zero. E qui non si tratta del tono raggelato e autoptico di “Inseparabili”, il problema è che “Cosmopolis” è sprezzantemente autoreferenziale, e la limousine super accessoriata di Eric Packer vale agevolmente come metafora dell’intero film: uno spazio ermetico, impenetrabile, solipsistico, impermeabile alle aggressioni esterne se non per qualche graffito che ne deturpa ad arte la superficie smaltata.

E a poco vale citare “l’Action Painting” di Pollock in apertura, o piazzare un quadro di Rothko sui titoli di coda, due artisti che hanno in sé tutta quell’energia dirompente di cui “Cosmopolis” difetta.


Robert Pattinson è perfetto per la parte, soprattutto perché ha il giusto physique du rôle per rendere al meglio lo spleen, la passività e l’apatia di Eric, ma a parte questo sembra che spesso non capisca le battute che sta recitando.  Si segnala la gradita apparizione di Juliette Binoche, da cui magari Pattinson sarà riuscito a imparare qualcosa sulla difficile arte dell’attore, nel ruolo di Didi, mentre Paul Giamatti è un degno antagonista.

In via teorica l’incontro tra DeLillo e Cronenberg era assai promettente ma, fatto salvo l’impeccabile manierismo della regia di quello che rimane un maestro del cinema, “Cosmopolis” è un’occasione sprecata, forse a causa della labile affinità tra i due autori.

Nicola Picchi http://www.quartopotere.com/

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