Dal cartaceo al digitale in pochi e assurdi passi.

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Il Pensatoio

Dal cartaceo al digitale in pochi e assurdi passi.
Quando lo Stato proprio non vuole impegnarsi.

  • Decreto Profumo. In cosa consiste.
  • L’Italia è pronta per questo? L’aspetto economico e strutturale.
  • Non sottovalutare l’aspetto psicologico.
  • Problemi socio-educativi dello sviluppo dell’individuo.

 

Decreto Profumo. In cosa consiste.

Come molti lettori ormai sapranno, il 23 marzo 2013 è stato varato il cosiddetto Decreto Profumo, in attuazione della legge 221 del 17 dicembre 2012. Il web è impazzito, i titoli di vari articoli sono dilagati, e a grandi linee il messaggio trasmesso era sempre il medesimo: Addio ai libri scolastici cartacei, sostituiti dai digitali a partire dall’anno 2014/2015.

Così, studenti ed ex studenti, si sono trovati a dover scendere a patti con questa realtà a poco più di un paio d’anni dall’avvento del “Fenomeno Ipad”, dilagato con l’introduzione nel mercato italiano del fantomatico device della Apple che, a causa del prezzo decisamente d’èlite, ha impiegato qualche tempo prima di prendere effettivamente piede nel nostro paese, per poi diventare a tutti gli effetti una sorta di status simbol al pari del caro e vecchio Iphone.

Seguita a ruota dalla Samsung e dalle altre major della tecnologia, abbiamo visto arrivare nel mercato internazionale numerosi tablet, contribuendo di fatto, anche se involontariamente, a fomentare la fama del caro e vecchio Ipad, nato, all’inizio, come supporto interattivo di lettura ebook.

E così anche le case editrici, piegate dalla volontà del mercato tecnologico, hanno iniziato a dare sempre maggior rilievo agli ebook, i libri digitali. Gli ebook store hanno prolificato in tutto il 2012, la pirateria informatica ha arriso agli stolti, sbizzarrendosi, e tutti i lettori, anche i più accaniti sostenitori della carta stampata, hanno provato, volenti o nolenti, a leggere almeno un ebook.

 

In poche parole, in Italia il cosiddetto libro digitale è un prodotto nuovo, spesso mal interpretato e ancor più spesso mal presentato al pubblico come un bene sostitutivo del cartaceo. Di fatto l’ebook è ben lontano dall’essere un sostituto definitivo del cartaceo dato che, entrambi, hanno punti di forza e pecche diverse e quindi inconfrontabili.

Tutto questo prolisso intro solo per spiegare quanto sia, di fatto, acerbo che i nostri Rappresentati abbiano anche solo pensato di varare il suddetto decreto n°209 del 26/03/2013, e come questa manovra non sia altro che un impacciato tentativo legislativo per dimostrare alla Comunità Europea che in Italia ci si impegna a fondo per mettere in pratica gli obiettivi comuni europei concordati. Non si può non fare nulla, ma invece di impegnarsi su direttive e raccomandazioni di ben altra rilevanza il nostro organo legislativo ha preferito concentrarsi su una delle poche – o sarebbe meglio dire tante? – agende europee che l’Italia non era in grado concretamente di applicare.

Nel maggio del 2010, infatti, era stata presentata dalla Comunità Europea un’agenda europea (documento programmatico con obiettivi comuni), appartenente al programma di sviluppo strategico “Europa 2020”, che prevede una serie di azioni atte a incrementare un mercato unico digitale in concomitanza con l’obiettivo di migliorare l’efficienza dei sistemi d’istruzione nazionali.

In virtù di questo, l’Italia ha deciso, prima con il decreto-legge del 18 ottobre 2012 e poi con la sua conversione in legge del 17 dicembre 2012 (n°221), di buttarsi a capofitto e senza paracadute in questa esperienza di digitalizzazione estrema dell’istituzione scolastica italiana.

Chi, come noi, ha seguito con preoccupata attenzione l’evolversi di questo procedimento legislativo ha sperato fino all’ultimo che i nostri rappresentati rinsavissero, speranza andata in fumo definitivamente con il Decreto Ministeriale del Ministro Profumo, varata nel marzo di quest’anno.

A tutti gli effetti, secondo questo decreto, a partire dall’anno scolastico 2014/2015 i nostri studenti italiani dovranno passare dai libri scolastici cartacei a quelli digitali.

È fatta, è legge, i nostri parlamentari sono molto soddisfatti di loro. Se ne sono lavati le mani senza soffermarsi minimamente a riflettere, ancora una volta, sulle implicazioni. Ma noi, che dovremo fare i conti con questa bella “novità”, come studenti o tutori, alle conseguenze ci abbiamo pensato, e anche piuttosto approfonditamente.

 

L’Italia è pronta per questo?
L’aspetto economico e strutturale.

L’Italia è pronta per questo decreto e la sua attuazione concreta? Evidentemente no.

Partiamo dall’aspetto più concreto della faccenda, quello economico. Sono anni che l’Italia ha, formalmente, intrapreso un processo di digitalizzazione parziale di supporto delle infrastrutture scolastiche italiane. Lo scopo sarebbe stato quello di introdurre device informatici, lavagne luminose, personale educativo specializzato… per accompagnare i nostri studenti verso una Scuola 2.0. La Scuola del Futuro.

Una scuola di lezioni fatte al computer, diapositive e slide, supporti audio e video. Aule di informatica ben attrezzate, ore specificatamente designate all’applicazione pratica delle materie approfondite in aula nelle ore teoriche e professori aggiornati.

Questo è quello che avremmo dovuto attuare per poter anche solo prendere in considerazione il decreto. Di fatto, però, forse il 2% delle scuole italiane ha ricevuto i fondi adeguati per apportare questi aggiornamenti, mentre il restante 98%, purtroppo, fa portare agli studenti da casa gessi, fogli a protocollo e quasi tutto il resto della cancelleria necessaria per mandare avanti le fatiscenti strutture. I computer funzionano e vengono impiegati per insegnare, al massimo, Word ed Excel – quando si è fortunati – e agli stessi professori sono stati forniti corsi di aggiornamento che prevedevano al massimo una panoramica generale sull’uso di Windows 98 e qualche cd-rom multimediale.

Senza contare che da decreto il costo dei tablet ed e-book reader è interamente accollato alle famiglie (sgravi fiscali a parte e comunque non ancora definiti). Considerando il periodo di crisi che stiamo affrontando, che ogni famiglia ha di media due figli in età scolare e che le nuove soglie di povertà non sono state ancora riconosciute come tali dalle leggi italiane (sempre a causa del non adeguamento delle fasce di reddito, al concreto potere d’acquisto della moneta in Italia che vede famiglie, a parità di reddito, oggi decisamente più povere di 5 o 6 anni fa), come pensano che questo decreto possa rispettare il diritto costituzionale all’istruzioneE, inoltre, si rendono conto che vogliono mettere in mano a bambini di 6 anni degli oggetti – fragili – che costano quanto lo stipendio di un mese di un cittadino medio?

Inoltre, come tesi positiva a supporto del decreto, abbiamo potuto leggere che è stata annoverata la diminuzione dei costi dei testi scolastici, un inflessione verso il basso anche del 40%. Almeno così dicono. I fatti, però, parlano chiaro: attualmente gli ebook di narrativa costano in media solo due o tre euro in meno dei cartacei. DUE o TRE euro, parliamo di una differenza ridicola, di fronte all’impalpabilità di un bene – che non ha costi effettivi di produzione fisici – di cui non disponiamo materialmente e di cui non abbiamo neppure la proprietà ma solo il mero diritto di consultazione. Senza contare che il settore dell’usato, in ambito scolastico, è un settore ancora vivo e produttivo, nonché in grado di far realmente risparmiare alle famiglie decine di euro, anche solo con il passaggio fratello-fratello. Tutto questo con l’ebook andrà a sparire.

Quindi i nostri rappresentanti – forse – pensano di aver gettato le basi affinché questo passaggio dal cartaceo al digitale sia il più agevole possibile, di fatto, però, siamo ai blocchi di partenza per moltissimi istituti e il massimo che sanno fare gli studenti con un computer o un device di supporto è andare su internet a vedere video su YouTube. In poche parole hanno fatto la legge e se ne sono lavati le mani.

 

Non sottovalutare l’aspetto psicologico.

Altro aspetto fondamentale e da non sottovalutare è quello psicologico.

Proprio a causa di questa non responsabilizzazione informatica il 90% degli studenti – di tutte le età – vedono il computer come uno svago, lo percepiscono come un mezzo di relax, di gioco. Al massimo come un mezzo per snellire – se non proprio evitare – lo studio scaricando riassunti, prose, tesine e risposte a quiz e test.

Schermi retroilluminati

Dopo alcune ore di studio si va al pc e si passa un’oretta su Facebook, si guarda qualche video del proprio cantante preferito e ci si svaga. La mente associa automaticamente internet e il supporto informatico a un mezzo per sfuggire alla pressione dello studio, per evitare la fatica. Anche quando ricercano notizie e informazioni attraverso Wikipedia, ad esempio, non lo fanno per accrescere il volume di informazioni da immagazzinare, ma per diminuirne il carico e assimilare passivamente il minimo indispensabile. Lo scopo è sbrigarsi, velocizzare, non perdere tempo e non impiegare risorse mentali. Come si aspettano che possano vedere un tablet e i libri digitali come un mezzo di acquisizione informazioni?

A questi problemi si vanno ad aggiungere i problemi fisici: possibile che nessun luminare della medicina abbia messo in guardia il Parlamento di fronte all’impiego di device retroilluminati come mezzi di studio? È come se i nostri ragazzi, fin da piccolissimi, dovessero vivere con gli occhi incollati ad una piccola televisione portatile e passarci dalle 5 alle 8 ore al giorno, se includiamo le ore di studio pomeridiano. La vista, soprattutto dei giovanissimi, potrebbe uscirne fortemente danneggiata.

Aggiungiamo, dunque, visite oculistiche, occhiali e medicine contro il mal di testa alla lista delle spese da sostenere per le famiglie per questo progetto di “alfabetizzazione informatica”. Un po’ cara, la questione, no? Soprattutto in termini di salute.

 

Problemi socio-educativi dello sviluppo dell’individuo.

Oltre a queste considerazioni puramente deduttive che chiunque, con un briciolo di attenzione verso il sociale, avrebbe potuto elaborare anche in assenza di una laurea ad Oxford, c’è da dire che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Così, prima di puntare il dito e dire “Studiare su un supporto tablet non è fattibile, inutilmente faticoso e diseducativo”, nella redazione di SognandoLeggendo c’è qualcuno che si è concretamente messo in gioco e, con l’aiuto di scanner e tablet si è cimentato nella titanica impresa di portare in formato digitale due libri universitari – regolarmente acquistati – di media lunghezza (400 pagine) per poi tentare di studiarci sopra e prepararci un esame di Diritto Commerciale da sostenere a fine maggio.

Improponibile. Faticoso. Improduttivo. Dopo due mesi di tentativi il ritorno al cartaceo è stato visto come una sorta di grazia divina.

Di fatto, per chi come noi è stato abituato ad apprendere sul cartaceo, il passaggio è assolutamente disastroso, salvo che per pochi e veloci approfondimenti che avremmo comunque potuto effettuare con un normalissimo notebook.

Studiare non è come leggere un romanzo, questo dovrebbe essere chiaro a tutti, ma purtroppo non è così.

L’apprendimento è fatto di tanti elementi, non solamente della lettura. Le capacità organizzative, coordinative, riflessive, mnemoniche, pratiche e gestuali vengono tutte, e ripetiamo tutte, sviluppate attraverso lo studio, la ricerca e l’approfondimento.

Studiare, leggere, rileggere, segnare le parti importanti, segnalare con un post-it o con un segnalibro, approfondire, andare a ricercare in un altro testo, tornare indietro di 50 pagine, ricordare un dettaglio, una frase, forse un paragrafo in corsivo, inserire un matita e tornare a sfogliare un volume enciclopedico mentre, con l’altra mano si tiene il segno del testo centrale.

Ricerca, approfondimento, memoria visiva, tatto, riflessione, slancio, fatica, alzarsi, cercare e magari non trovare le informazioni richieste: stimolo e curiosità. Questo è lo studio, è il segno rosa sotto la parola, è il foglio di carta che spunta da in mezzo al libro blu che fa scattare un ricordo, il collegamento giusto, la risposta alla domanda. È deduzione, è fatica e difficoltà.

Come pensiamo di poter insegnare ai nostri ragazzi a studiare? Già oggi, a causa di internet, praticamente il 70% dei ragazzi italiani sono così pigri, cerebralmente parlando, che hanno lasciato scivolare la nostra media nazionale di alfabetismo fra gli ultimi posti. Cosa pensiamo di ottenere impedendo loro di esercitare le capacità che sono alla base dello sviluppo della persona? Come potranno sviluppare la loro grafia se tutto passerà attraverso il tap-tap di un tablet? Si rendono conto che, già oggi, molti ragazzi scrivono quasi unicamente in stampatello perché disabituati dai computer e cellulari a scrivere in corsivo?

Quando si ricorderanno che ciò che oggi ci consente di conoscere il nostro passato sono milioni di anni archiviati diligentemente in immense biblioteche cartacee, molte delle quali andate a fuoco, inondate, devastate, ma comunque sopravvissute?

Quando si renderanno conto che stanno rincorrendo un alfabetismo tecnologico che ci costerà, a conti fatti, l’analfabetismo generale e dilagato di una serie di generazioni non più in grado di operare in multitasking e completamente dipendenti dalle macchine? Non c’è modo di fermare tutto questo? Purtroppo, ai posteri l’ardua sentenza.

Debora M. Nasreen

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  1. […] questa mattina un articolo apparso su sognandoleggendo.net mi ha stimolato un po’ di […]

  2. […] riallacciarmi al post di Nasreen scritto su Sognando Leggendo e parlare un po’ del Decreto Profumo, varato il 23 marzo 2013 e […]

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