Due chiacchiere con Francesco Manarini e Massimo Rodighiero

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Due Chiacchiere con… Francesco Manarini e Massimo Rodighiero

Dopo aver letto l’ultimo romanzo di Francesco Manarini e Massimo Rodighiero, Poco prima dell’alba, sono rimasta così entusiasta che ho pensato di approfondire la conoscenza con questi due talentuosi esordienti, ho quindi approfittato della mia amicizia con uno dei due (il Manarini) rivolgendo ad entrambi alcune domande nate dalla curiosità che la loro storia mi ha suscitato.

Qua potete trovare la recensione completa al romanzo: Poco prima dell’alba

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Chi sono Francesco e Massimo?

Francesco Manarini (Milano, 22 gennaio 1978 intorno all’una di notte) e Massimo Rodighiero (Varese, 6 marzo 1971 più o meno alle 7:30) sono colleghi in una nota azienda di materie plastiche in provincia di Varese. Hanno esordito per Eclissi nel 2011 con il noir “Quando il suo sguardo”, giunto alla seconda ristampa. Insieme scrivono romanzi e racconti per lo più destinati al cassetto, visto che nessuno dei due possiede ancora un camino. Finalisti per due anni consecutivi al premio GialloStresa, i loro racconti salvati dalla polvere sono presenti in diverse raccolte e antologie. Hanno anche pensato di darsi uno pseudonimo, per via dei cognomi lunghi e difficili da ricordare, ma finirebbero per litigare anche su quello.

Sito autori: Parola di Rodman

Cosa spinge due umili servitori della Plastica a prendere la penna e mettersi a scrivere romanzi e racconti che nessuno, esclusi parenti e amici mossi da pietà, mai leggerà? La motivazione è una, e profonda: penna e plastica sono indissolubilmente legati tra loro. Come terresti in mano la tua bic senza il suo trasparente e sgranocchiabile corpo in polistirene? Primo teorema di Rodman: senza plastica non si scrive. Il che ci sembra già un buon punto di partenza.

… Bene, ora che abbiamo rispolverato un po’ la nostra memoria con la biografia dei nosti ospiti,
avanti tutta con l’intervista!

Intervista

Rorò: Ciao ragazzi, innanzitutto grazie per essere qui. Oggi siete ospiti su Sognando Leggendo per darci qualche notizia in più sulla vostra ultima pubblicazione Poco prima dell’alba, e perché no, anche su voi stessi. A voi la parola.

F&M: Ci siamo conosciuti sul posto di lavoro, dove, chiacchierando della comune passione per la lettura e la scrittura, è nata la nostra amicizia e collaborazione. Il primo romanzo è stato scritto quasi per gioco, partendo da alcune idee avute davanti alla macchinetta del caffè. In Poco prima dell’alba, la nostra ultima fatica, abbiamo voluto affrontare il tema della verità, rappresentata metaforicamente dalla luce dell’alba: il momento poco prima dell’alba è una porzione di tempo indefinita, percepita ma non misurabile, una zona grigia in cui la verità assoluta e quella presunta, o desiderata, arrivano a sovrapporsi.

 

Rorò: Il tono che avete adottato mi sembra un mix molto accattivante di cinismo e ironia. Nella vita di tutti i giorni siete più cinici o ironici?

F&M: Entrambe le cose, con una predisposizione all’ironia. Tendiamo a non prenderci troppo sul serio, soprattutto come scrittori. Gli eventi “patinati” o troppo formali non ci sono particolarmente congegnali.

Rorò: Dite di essere due persone molto diverse, che tuttavia riescono a lavorare insieme. Ditemi, invece, cosa vi accomuna.

Francesco: L’amore per il cinema, l’idiosincrasia per le persone prive di senso dell’umorismo, e l’avversione per i saccenti che usano paroloni tipo “idiosincrasia”.

Massimo: Il rispetto per il nostro essere diversi, la passione per la buona cucina con l’inevitabile rallentamento del transito gastrico a fine pasto e successivo, implacabile, meteorismo.

Rorò: Entriamo subito nel vivo dell’argomento; nel vostro romanzo Eugenio Gessi, operaio specializzato, appare una persona frustrata, schiacciata dal sistema e dalla vita di fabbrica. Lo definirei un moderno “Ugo Fantozzi“. Siete d’accordo?

F&M: In realtà, tranne qualche citazione più o meno velata di fantozziana memoria, Eugenio non è caratterizzato da particolari tratti distintivi. È l’uomo medio, che vive la sua quotidianità un po’ monotona, ma che si ritrova, suo malgrado, a dover gestire una situazione decisamente fuori dalla norma. Lui reagisce istintivamente, proprio come pensiamo possa reagire una persona “normale”.

Rorò: Sono rimasta letteralmente affascinata dal personaggio di Sulley, un extracomunitario clandestino, pervaso da una purezza quasi incontaminata. Mi volete raccontare qualcosa di più su di lui…

F&M: Questo personaggio trova in parte ispirazione da una persona reale: Sunday, un immigrato Ghanese conosciuto qualche anno fa a Milano, dove passava intere giornate seduto sul marciapiede a chiedere l’elemosina. Il suo viso onesto e triste lo faceva apparire tremendamente fuori luogo, in mezzo alla frenesia milanese. Ci aveva raccontato la sua storia, fatta di una fede profonda, un “viaggio della speranza” ai limiti del credibile sulle spalle, e una grossa porzione di ingenuità. Anche Sulley, come tutti i personaggi del nostro romanzo, è volutamente tratteggiato in modo poco marcato: non esistono persone definibili come completamente buone o cattive; spesso le circostanze, l’istinto, o la disperazione, possono far pendere l’ago della bilancia da una parte o dall’altra.

Rorò: Se voi foste un personaggio del vostro romanzo quale sareste e perché?

Francesco: Personalmente tendo a evitare di calarmi troppo in uno dei miei personaggi, per non incappare in argomenti autobiografici. Roberto, però, col suo fare poco socievole e le sue passioni per la musica folk e bluegrass, lo sento più “affine”. Poi, potrei anche dire che alcuni atteggiamenti pragmatici dello Slavo li sento simili al mio modo di vedere il mondo, ma… preferisco non dirlo.

Massimo: Anche se quando scrivo cerco di evitare troppi elementi autobiografici, durante la rilettura mi accorgo che c’è una parte di me in quasi tutti i personaggi, e la cosa non mi dispiace.

Rorò: Ho notato una descrizione del territorio lombardo molto particolareggiata e dettagliata. Mi raccontate un sopralluogo che è stato determinante nella stesura del romanzo?

F&M: Al Cimitero di Lissago, ridente località nei pressi del lago di Varese. Piccolo, isolato, fiancheggiato da un sentiero che si perde nel bosco. La location perfetta dove far avvenire uno degli eventi cruciali della storia. Il sopralluogo lo abbiamo effettuato una domenica piovosa e umida, con una nebbiolina che faceva molto noir: è bastata un’occhiata per capire che era il posto adatto.

Rorò: So che per scrivere questo romanzo ci avete messo quasi due anni. Avete già in cantiere un altro progetto oppure vi prenderete una pausa l’uno dall’altro?

F&M: Entrambi scriviamo per passione, quindi solo quando abbiamo tempo e un’idea stimolante. Ci siamo dedicati al racconto breve (dove ci troviamo molto a nostro agio) partecipando a vari concorsi e vedendo poi i nostri sforzi premiati con la pubblicazione in antologie. Abbiamo però in programma di rimettere mano a un fantasy scritto anni fa e riprendere le redini di un progetto relegato in un cassetto: un romanzo ambientato nel futuro dalla trama talmente complessa e ricca di ribaltamenti e colpi di scena da aver necessitato di una tabella in Excel con tanto di macro.

Rorò: Nella storia mi sembra evidente una denuncia alla nostra società, dove le apparenze e le verità comode sembrano essere il cardine su cui tutto si muove. Nonostante questa visione abbastanza negativa, il messaggio finale del romanzo mi è sembrato comunque un segnale di speranza. Chi dei due l’ha incoraggiato?

Francesco: Tra i due l’ottimista è il mio socio. Io ho forzato la mano sugli aspetti meno piacevoli della nostra società, sulle verità “di comodo” e sul concetto stesso, relativo, di verità. Se fosse per me, farei sempre a meno dei lieto fine, perché non sempre, nella realtà, le cose van così bene come nei romanzi.

Massimo: Eh sì, sono io quello buono; Francesco a volte mi accusa di essere talmente ottimista da sfiorare il pessimismo. Mi sembra un complimento e sorrido, faccio male?

Rorò: Infine una scena, un passaggio o anche solo una frase ad effetto che ha scritto l’altro e che vorreste aver scritto voi.

Francesco: “Quando aveva spalancato la bocca, mostrandone i meandri all’igienista, lei aveva reagito, senza nemmeno simulare un minimo di distacco professionale, con la tipica faccia da porcatroia che fogna.” (La ciliegina del porcatroia che fogna è sua. E gliel’ho invidiata.)

Massimo:La parte in cui lo Slavo si lancia in una convincente digressione filosofica. “La faccio io che ce l’ho”, mi disse Fra. Avrei voluto scriverla a modo mio, ma letta la sua versione pressoché perfetta ho capito che avrei solo potuto peggiorarla.

Bene, l’intervista finisce qui, ancora un grande ringraziamento a Francesco e Massimo per aver accettato di essere con noi, spero torniate presto a trovarci. Complimenti ragazzi 😉

Rorò

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