I materiali del killer di Gianni Biondillo

Gianni BiondilloGianni Biondillo

Milanese, classe 1966, è architetto e scrittore di romanzi, saggi, testi per cinema e tv, articoli vari.

Titolo: I materiali del killer
Autore: Gianni Biondillo
Edito da: Guanda
Prezzo: 18,00 €
Genere: Thriller
Pagine: 439 p.
Voto:

Trama: In Lombardia accadono un po’ di casini di matrice criminosa. All’ispettore Ferraro viene affidato il banale caso di un ladro e un padrone di villa che si sono uccisi a vicenda in uno scontro a fuoco, al commissario Rinaldi (che sarebbe donna, e con l’ispettore un tempo intrallazzavano) invece una strage stile assalto all’Ok Corral ai danni di un’autoambulanza su cui viaggiava un detenuto. I due finiranno con l’indagare insieme a girare mezza Italia alle calcagna del fuggitivo, che sulla carta doveva essere un povere mentecatto ma visti gli avvenimenti forse non è esattamente così.

Recensione:
di Hydra

Fin dai primissimi capitoli di questo I materiali del killer l’impressione e che l’autore abbia fatto un viaggio in Africa, abbia subito una sorta d’illuminazione sulla via di Damasco e sia tornato con la voglia di diffondere la parola del continente nero. Questa è l’impressione, come sia andata nella realtà non saprei.

Resta che indagini, personaggi in divisa e sparatorie sembrano solo messe lì per far leggere con facilità all’ignorante lettore la storia di quel che succede in quel continente sfortunato. Nobilissimo, per carità, ma di fronte a queste operazioni io rimango sempre un po’ scettica. Perché se l’opera narrativa e gli intenti sottesi dell’autore s’incastrano alla perfezione, no problem. Vien fuori uno di quei bei libri che t’incollano alle pagine e ti lasciano anche qualcosa di più del mero intrattenimento. Ma se l’unione è farraginosa, la trama thriller non sta né in cielo né in terra, tutto quanto viene snaturato pur di inserire la drammatica storia dell’Africa, mi si perdoni il cinismo ma di una cosa del genere non so che farmene. Preferisco leggermi un bel thriller e dopo un saggio inchiesta sull’Africa, non un cocktail preparato con dosi a casaccio.

Volendo riassumere in poche righe questo romanzo, ci sono due protagonisti (suppongo incontrati in libri precedenti) che finiscono per l’indagare insieme grazie a una fortuita coincidenza, che risolvono il primo caso grazie a un fortuito assist fornito da un tuttologo via skype, e nei capitoli finali risolvono anche il secondo caso, grazie sempre a un assist del tuttologo. Tuttologo che per quanto simpatico non si riesce a capire da quale cappello cacci fuori le sue intuizioni. Però infonde la scienza all’ispettore e quello, che per il resto del libro si limita a non fare un beato accidente, va ed esegue. Appassionante.

Il commissario si dà un po’ più da fare, anche se anche lei in fondo gira in tondo senza concludere nulla e sembrando in perenne crisi isterica. Sempre più appassionante.

Nel frattempo che la polizia italiana passa da una trattoria di una città d’Italia all’altra, il fuggiasco per l’appunto fugge e ancora fugge, ma come accade nei cartoni di Holly&Benji la corsa viene continuamente interrotta da lunghi flashback che provvedono a informare il lettore del suo truculento passato africano. Storia anch’essa molto appassionante, essendo sentita e risentita. Si potrà obiettare che la vita reale non è certo originale, però questo è un romanzo, voglio leggere una storia coi controcavoli. Se si tratta di una cosa banalissima madama Noia mi prende per mano dopo mezza facciata e non me la molla fino alla parola fine. E così è successo. Madama Noia è una brava persona, anche sua marito messer Tedio non è da meno, ma insomma non si può dire che siano la migliore delle compagnie.

Se l’autore scrivesse da cani, e pazienza. Lo bolli come scrittore alle prime armi, dici che è normale avere progetti nobili e complicati in testa ma non riuscire a relizzarli sulla carta, eccetera eccetera. Invece quando vuole scrive bene. Quando non si perde in flussi di pensiero che vorrebbero essere profondi, riflessivi e melodrammatici è anche divertente. Da alcuni personaggi secondati emerge uno humor nient’affatto male. Però il tutto è stato sacrificato sull’altare del “libro pregno di significati profondi”.

Tutti i personaggi, anche quelli che compaiono per mezza pagina, appena vedono uno spiraglio infilano il piede nella porta e fanno partire lunghi pipponi esistenziali, di cui al lettore frega meno di niente. Quando finalmente non si perdono in questi menate, ecco che chiacchierano di argomenti d’attualità e controversi, per mezza facciata si discute anche del G8 di Genova! Perché ha a che fare con la storia? Naaa, semplicemente i protagonisti si chiedono se sia il caso di passare da Genova, e giacché l’hanno nominata perché non affrontare un attimo la scottante questione? Succede così anche per argomenti meno impegnati, ad esempio a un certo punto bisogna indagare su una partita e parte un lungo flashback sul perché l’ispettore odia il calcio, informandoci del suo passato al mercato ortofrutticolo in compagnia di un anziano fruttarolo. Interessantissimo.

Ciliegina sulla torta, per tutto il romanzo vengono fuori un sacco di coincidenze, ognuna assai fortunosa, e quando in una sotria che vuole essere realistica viene fuori un simile gioco di incastri che nemmeno serviva a qualcosa nella trama, non comprendo che senso abbia. Senza spoilerare, in pratica molti degli antagonisti si scopre che sono venuti a contatto con personaggi secondari amici dei protagonisti nel loro passato. Quale sia l’utilità di far consumare vent’anni prima a uno dei complici del fuggiasco una pizza assieme al compagno di banco dell’ispettore (esempio a caso, però il senso è quello), senza che ciò abbia influito in alcun modo sulla trama… boh.

Altro aspetto che fatico a comprendere è il linguaggio utilizzato, che oscilla dal tranquillissimo allo sboccatissimo. Per evitare equivoci, preciso che io non ho nulla contro un registro colorito nei romanzi. Uno delle serie noir che preferisco è quella di Hap&leonard di Lansdale, che di certo non fa lavare la bocca con l’acqua di colonia ai suoi personaggi e non si risparmia situazioni sordide. Anzi io ammiro quelle persone che riescono a parlare praticamente impilando una parolaccia dietro l’altra senza risultare per nulla fastidiosi, ma addirittura simpatici. Se ci provo io, invece, faccio ridere i polli. Si sentirebbe da Camberra che suona artificioso. Ne I materiali del killer c’è un linguaggio degno della peggiore osteria del porto di Genova (giacché la si nominava…), però l’effetto è solo inutile e squallido. Non è simpatico o realistico, è volgare.

Dopo tutto ‘sto lavoro di taglio e cucito gli assegno comunque due stelline, perchè la singola stella di solito la riservo per roba dilettantistica, e invece quest’autore non si può dire che scriva male.

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