I migliori film del 2015

cinemamania

Immagine5CinemaMania

le pellicole che – dicono – stanno sbancando al botteghino

I migliori film del 2015

La classifica di SognandoLeggendo

a cura di Jacopo Giunchi

Lo so, siamo in estremo ritardo, ma come per il 2014, abbiamo deciso di proporvi la nostra top10 delle pellicole uscite lo scorso anno. A scanso di equivoci, ricordiamo che la classifica si riferisce ai film usciti in sala, in Italia, dal 1 gennaio al 31 dicembre 2015. Bando alle ciance e partiamo con i titoli, in ordine crescente di gradimento:

10. Crimson Peak (Guillermo del Toro)

Un ottimo film ingiustamente passato in sordina. Visivamente straordinario, è un gigantesco omaggio al cinema horror (nelle sue declinazioni gotiche fino a quelle più genuinamente gore) che mette in scena superbi costumi dentro atmosfere romantiche e movimenti macchina funambolici. Ogni inquadratura è una delizia per gli occhi, che vorrebbero stoppare ogni frame per ammirare le geometrie composte, i colori cangianti e quei sublimi giochi di luce capaci di far venire la Bava alla bocca. È stato molto criticato per la trama troppo canonica e lineare, ma la ragion d’essere del film risiede nel virtuoso esercizio di stile registico, non certo nell’intreccio, che è in ogni caso solido ed elegante. Un gran calderone citazionistico che mescola Hitchcock, Poe, Lang, Corman, pur mantenendo l’inconfondibile trade mark di del Toro.

9. Diamante nero (Céline Sciamma)

Purtroppo questo film non è arrivato in molte sale italiane, nonostante il plauso della critica. Probabile che ve lo siate perso. Un altro spaccato delle banlieu parigine, stavolta da una prospettiva femminile. Una storia di (de)formazione che si presenta inizialmente come una sorta di “ghetto Thirteen“, per poi allargare lo sguardo, divenendo un po’ forzata e falsa. Porta avanti  un discorso piuttosto evidente sui modelli patriarcali, di cui la protagonista è perennemente vittima nella sua odissea adolescenziale. Indimenticabili le scene di ballo spensierato sulle canzoni di Rihanna.

8. Sicario (Denis Villeneuve)

Un gran film d’azione paramilitare, quello che Zero Dark Thirty non è riuscito a essere. La protagonista è un’agente dell’FBI che si offre volontaria per assistere un’operazione della CIA contro un cartello della droga messicano. Ben presto si rende conto di essere stata trascinata in un gioco più grande di lei, pericolosissimo e illegale. Ma è troppo tardi per tirarsi indietro. La regia di Villeneuve non sbaglia un colpo, offre inquietanti panoramiche sulle baraccopoli, da cui emerge tutto il senso di disagio e paura della protagonista, insieme a chirurgiche scene action dove il pericolo si fa palpabile. Un film crudo, duro e cinico, che non lascia spazio a illusioni edificanti. Benicio del Toro perfettamente a suo agio nei panni di questo mercenario misterioso che si aggira come una pantera tra i ritmi venatori di questa pellicola.

7. Mia madre (Nanni Moretti)

Sicuramente l’assoluta mancanza di estro visivo e la regia quasi televisiva non giocano a favore di questo lungometraggio, portato in concorso al Festival di Cannes; eppure, si può affermare senza indugio che è un’opera riuscita, forse una delle migliori  di Moretti. È in primis una storia di morte, una morte lenta e annunciata, che incupisce tutta la visione con la sua tacita presenza; è un film sull’Arte e sul cinema, un making of difficile, travagliato, a tratti assurdo; è una sceneggiatura che, nonostante l’essenza profondamente drammatica, riesce a far ridere molto meglio di tante commedie dementi, grazie anche a uno straordinario John Turturro. Una pellicola delicata e toccante, che fa divertire e commuovere durante l’attesa dell’ineluttabile finale, dove tutti i nodi si sciolgono lasciando un profondo senso di malinconia.

6. Non essere cattivo (Claudio Caligari)

Film che ha fatto molto parlare di sé, anche per la recente scomparsa del suo autore. Gli elogi non sono però un untuoso ossequio al defunto: il film è davvero buono. Non essere cattivo mette in scena con realismo disturbante la vita disagiata nei quartieri poveri di Roma, attraverso la storia di Vittorio e Cesare, due amici che vivono assieme un’esistenza fatta di eccessi. Le loro strade cominciano a divergere quando Vittorio decide di cambiare vita, dopo aver conosciuto Linda. Il legame con Cesare, però, è troppo forte e Vittorio non riesce ad abbandonarlo alla miseria in cui sta sprofondando. La parabola di un’amicizia intima e virile nata nell’humus borgataro, più forte e sincera delle vacue aspirazioni borghesi.

5. Whiplash (Damien Chazelle)

Un film semplice ma incisivo, che ha giustamente ottenuto prestigiosi riconoscimenti. Chazelle utilizza il classico impianto del film sportivo rielaborandolo in chiave jazz, non il jazz romantico delle jam session estemporanee, ma quello accademico e perfezionista delle orchestre; però Whiplash non parla realmente di jazz, ma di una vita totalmente immolata al conseguimento di un obbiettivo, disposta ad ogni sacrificio pur di raggiungere un traguardo. L’evoluzione del protagonista, lineare ed intensa, riesce a farci vivere iperbolicamente  gioie e sofferenze del  musicista. Forse troppo retorico e a tratti scontato, si distingue per i superbi montaggi-concerto e un J.K. Simons nel ruolo della vita.

4. Il racconto dei racconti (Matteo Garrone)

Gran prova di Garrone, che con questo fantasy nostrano si  cimenta in una produzione del tutto diversa dalla sua precedente filmografia. La materia prima è tratta da Lo Cunto de li cunti, una raccolta di fiabe in lingua napoletana scritte nel XVII sec. da Gianbattista Basile; il film mette in scena tre di queste storie con un montaggio alternato che le sviluppa parallelamente. Fiabe dal sapore antico, che si sfiorano l’un l’altra senza mai intrecciarsi, ognuna imperniata su di un’ossessione, un bisogno disperato  di trascendere la propria condizione ricorrendo a elementi fantastici. Sono presenti mostri, castelli, profezie, sortilegi e tutti i consueti topoi del genere, rappresentati con una messa in scena sontuosa che sfrutta la ricchezza paesaggistico-architettonica del nostro paese (si possono riconoscere molte location famose, come Castel del Monte o il Ponte del Diavolo), dimostrando che è possibile girare questo tipo di pellicole senza ricorrere per forza alla CGI; i pochi punti in cui Garrone ne fa uso, infatti,  costituiscono la principale pecca del film, anche perché la qualità della CGI non è al passo coi tempi e sfigura con il resto della curatissima realizzazione. Un’opera dove non mancano sesso, violenza, sangue e ambiguità morali, ma che anzi, mostra con insistenza immagini cruente o disgustose, proponendo un estetica diametralmente opposta alla fiaba edulcorata a cui il pubblico è abituato. Miglior film italiano dell’anno.

3. Babadook (Jennifer Kent)

Un film intelligente, inquietante, disturbante. Babadook propone un soggetto originale e lontano dai soliti cliché del cinema horror:una donna fragile con un figlio problematico che, dopo la morte del marito, deve fronteggiare da sola una vita complicata, finendo per sviluppare una vera e propria psicosi; la sua esistenza è un incubo-prigione senza via d’uscita, che non potrà che peggiorare, e il figlio diviene il feticcio su cui proiettare rabbia e insicurezza. Lo spauracchio (il Babadook del titolo) è  rappresentazione metafisica del Male, dei pensieri disumani e aberranti che suggeriscono alla protagonista la soluzione ai suoi problemi. Un Male a cui bisogna resistere, sebbene sia inutile fingere che non sia parte di noi. Horror dell’anno, con cui può rivaleggiare soltanto It Follows, il quale però, non essendo uscito in Italia, non rientra in questa classifica.

2. Birdman (Alejandro G. Iñárritu)

Lungometraggio pluripremiato di cui si è già parlato molto, che merita sicuramente una recensione a parte. Inarritu, avvalendosi del maestro Lubezki, decide di girare il film come un unico piano sequenza, scelta che da una parte aiuta a ricreare il clima frenetico e ossessivo in cui è immerso Michael Keaton, dall’altra rende complicato cogliere durante la visione gli innumerevoli spunti, che sfuggono ineffabili  durante i movimenti macchina (consiglio infatti a tutti almeno una seconda visione); in ogni caso si tratta di una regia sofisticata ed elegante che conferisce alla pellicola una gradita cornice di lusso. Riduttiva e fuorviante è l’opposizione cinecomics/essai con cui è stato letto dai più, o meglio, è presente, ma all’interno di un discorso più ampio sull’Arte, su come viene prodotta e percepita. L’amore è un altro nucleo tematico importante, non a caso lo spettacolo che i personaggi devono realizzare è Di cosa parliamo quando parliamo dell’amore; il sentimento è un motore sotterraneo che guida le azioni e le vite dei personaggi, sempre confusi e incapaci di distinguere le sue mille declinazioni: ammirazione, passione, attrazione, approvazione, invidia, compassione e spesso semplice finzione. Opera oceanicamente profonda  che migliora ad ogni visione, facendo emergere sempre nuovi significati.

1. Mad Max: Fury Road (George Miller)

MAD MAX: FURY ROAD should be subtitled: “70-year-old director shows those young whippersnappers how it’s done!”

Con questo tweet Joe Dante commenta l’uscita del film di Miller,  una bomba nucleare al cui cospetto l’intero panorama della cinematografia action viene desertificato. Un unica, immensa fuga rocambolesca dove le parole sono ridotte al minimo sindacale e le immagini in movimento trionfano in un concerto folle e visionario. Una regia chiara ed esuberante che carica ogni momento di dinamismo e icasticità. Una brillantezza cromatica accecante che idealizza il contrasto tra le tinte auree del deserto, il celeste cangiante dell’orizzonte e il nero del grasso da motore. Un’ambientazione ricchissima e  caratterizzata fin nei minimi particolari, composta da piccoli dettagli che impreziosiscono ogni inquadratura, dando consistenza a un bizzarro e gigantesco mondo che ci è dato di osservare solo di sfuggita, durante scene di altissima tensione. Una serie di personaggi concreti e diversificati, il cui carisma non deriva da spiegoni o dialoghi affettati, ma dalle loro nude e crude azioni. Perché MM: Fury Road è innanzitutto un grande film d’azione; non un action stupido e privo di contenuti, come vorrebbe la critica più miope e compassata, ma un’opera dove l’azione è intelligentemente utilizzata per veicolare la narrazione: scontri, esplosioni, inseguimenti, cambi di guida e di mezzo, non sono mai fini a loro stessi, ma  sottolineano una svolta psicologica o un mutamento di rapporti tra i personaggi. Dopo una lunga gestazione e a distanza di quasi 30 anni da Thunderdome, Miller riesce a proseguire la sua  saga cult con un capitolo all’altezza dei precedenti,  se non addirittura superiore.

Per quest’anno è tutto. Purtroppo molti dei film qui proposti non sono stati recensiti, se tra questi ce n’è qualcuno che vorreste vedere recensito esaustivamente, scrivetelo nei commenti e vedremo di recuperarlo.

 

– Jacopo Giunchi

Lascia un commento

3 risposte a “I migliori film del 2015”

  1. _|Nasreen|_ ha detto:

    io volevo andare a vedere Il Racconto dei Racconti, quando uscì. E mi interesserebbe vedere Diamante nero … meritano quindi?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Condividi