I Watson e Emma Watson di Joan Aiken, Jane Austen

Joan Aiken

Nata a Rye, East Sussex, il 4 Settembre 1924, Joan Aiken era figlia di un poeta Americano che vinse il Premio Pulitzer per la poesia, Conrad Aiken. Anche i suoi fratelli, John Aiken e Jane Aiken Hodge erano scrittori, e Joan cominciò a scrivere dalla tenera età di cinque anni. Durante la sua vita ha pubblicato oltre cento libri per ragazzi e per adulti, inclusa la celeberrima serie Wolves of Willoughby Chase (Lupi di Willoughby Chase), un fantasy storico. Ha vinto numerosi premi nel Regno Unito, fra cui il Guardian Award nel 1969 e l’Edgar Allan Poe Award nel 1972. Inoltre, nel 1999 ha ricevuto l’onorificenza MBE (Member of the Order of the British Empire – Membro dell’Ordine dell’Impero Britannico) dalla Regina per i suoi servizi alla letteratura dell’infanzia. I suoi libri includono numerosissime serie e diversi generi, che spaziano dalla mitologia al fantasy, al romanzo storico, inclusi i sequel dei romanzi di Jane Austen. Joan Aiken è morta il 4 Gennaio 2004 all’età di 79 anni nella sua casa di Pethworth, nel West Sussex.

Titolo: I Watson e Emma Watson
Autore: Joan Aiken, Jane Austen (Traduttore: A. Zabini)
Serie: //
Edito da: TEA (Collana: Narrativa Tea)
Prezzo: 13,00 € 
Genere:  Narrativa, Classici
Pagine: 261 p.
Votohttp://i249.photobucket.com/albums/gg203/nasreen4444/SognandoLeggendo/5Astelle.png
   

Trama: Il testo completo del romanzo incompiuto di Jane Austen, pubblicato postumo col titolo “I Watson”, seguito da “Emma Watson”. Joan Aiken, riprendendo esattamente da dove l’autrice si era interrotta e dando vita a una nuova straordinaria eroina, regala ai fan austeniani un tuffo nelle incantevoli atmosfere del mondo Regency.

Recensione
di Cerridwen

Due sono i romanzi incompiuti di Jane Austen: Sanditon, interrotto nel 1817 a causa della sopravvenuta malattia dell’autrice e in seguito della sua prematura scomparsa, e I Watson.

I Watson, iniziato nel 1803 e portato avanti con qualche difficoltà fino al suo definitivo abbandono nel 1805, non verrà più ripreso in mano dell’autrice (differentemente da quanto accadde per quelle opere già iniziate e che, nella quiete di Chawton, si trasformarono in capolavori, come Ragione e Sentimento, L’Abbazia di Northanger e soprattutto il famosissimo Orgoglio e Pregiudizio). Probabilmente ciò fu dovuto a una serie di eventi spiacevoli che colpirono l’esistenza della Austen, inducendola a sospendere il manoscritto: il trasferimento a Bath (città poco amata dalla Austen) e l’improvvisa morte del padre, avvenuta proprio nel 1805, furono seguite da un periodo triste e buio, segnato da diverse difficoltà economiche.

 Le poche, vibranti pagine che costituiscono I Watson si presentano come l’imbastitura, mirabilmente intessuta, di un arazzo che, se completato,  avrebbe potuto dimostrare ancora una volta il formidabile genio narrativo di una donna della cui vita privata si conosce assai poco ma che da secoli si cerca costantemente di ricostruire, ravvisandone di volta in volta similitudini nei romanzi che portò a termine.

Jane Austen è una penna arguta, molto witty per usare un’espressione anglofona che meglio di altre si adatta a descrivere la presenza di spirito e la spiccata intelligenza critica di una delle più grandi scrittrici inglesi di tutti i tempi.

Dopo Jane Austen forse soltanto George Eliot ha dimostrato di possedere quella capacità, rara e quasi “mistica”, di svelare la vera natura umana, quella natura che si palesa tanto più efficacemente nella vita quotidiana che in situazioni più disperate anche se in modo più sottile e criptico, agli occhi dell’uomo. Questa impalpabile trama di fili, appena abbozzata ma contenente in sé già i semi di una grandiosità promessa e poi dimenticata, permette di intravedere caratteri, vicende, personaggi ben formati, vivi, ricchi di sfumature, nonostante i pochi capitoli che li vedono protagonisti. Vivono soltanto per pochi istanti ma quei rari momenti riflettono luci e ombre dell’intera umanità.

Qualcuno ha scritto che Jane Austen osservava il mondo dalle retrovie e si limitava ad accettarlo per come le si presentava agli occhi: un luogo freddo, ostile, pericoloso come e forse più di un campo di battaglia, anche se abilmente camuffato sotto metri di merletto ed educate conversazioni.

 

Joan Aiken, scrittrice inglese di lunga e ben consolidata esperienza, non è un’autrice contemporanea e proprio in virtù di ciò avevo riposto grandi speranze in questo seguito. Nata nei primi anni venti del Novecento e figlia del noto poeta Conrad Aiken, Joan è l’autrice di ben sei seguiti ai romanzi della Austen (oltre che di una lunga serie di romanzi per bambini e ragazzi).

 In questo tentativo di dare un seguito ai Watson, Joan Aiken, tuttavia, sembra non rivelarsi all’altezza del compito.

 La vicenda prende il via esattamente dal punto in cui era stata interrotta dalla Austen e fin dalle prime pagine ci troviamo di fronte a continui, quanto fastidiosi – e anche piuttosto insensati – richiami al racconto madre. Il suo progressivo evolversi si presenta quasi come una “forzatura”, un susseguirsi di eventi insignificanti che non riescono a colpire l’attenzione del lettore, sia per il loro carattere lento e noioso sia per la loro estraneità a quella che sarebbe probabilmente stata la strada intrapresa dalla Austen.

 I personaggi, e la protagonista in particolare, Emma, subiscono una totale revisione da parte dell’autrice, che sceglie per essi caratteri e modi di fare ad dir poco inconsueti per la loro epoca. Emma, da raffinata giovane cresciuta in un ambiente lontano dalla famiglia d’origine, si trasforma in una creatura troppo estroversa, sarcastica e innaturalmente disinibita per risultare credibile. Lo stesso discorso vale per la sorella Elizabeth, la cui caratterizzazione iniziale scelta dalla Austen viene portata alle estreme conseguenze dalla Aiken, che contribuisce così a renderla un personaggio quanto mai scialbo e inconsistente.

 La Aiken introduce inoltre un nuovo personaggio, il Capitano Freemantle, ma di questo personaggio è davvero difficile dire qualcosa, in quanto la sua presenza nel corso della storia appare poco visibile e il suo rapporto con la protagonista Emma davvero debole e a tratti insensato.

Mrs Aiken non segue affatto quello che sarebbe dovuto essere l’evolvere del destino dei Watson così come concepito dalla stessa Jane Austen (e di cui noi siamo a conoscenza grazie alla testimonianza del nipote). Molto di quello che conosciamo ma, in misura maggiore, di quello che non conosciamo della vita e della genesi delle opere della Austen è dovuto  a Cassandra Austen che bruciò tutta la corrispondenza con l’obiettivo di difendere la privacy e il riserbo dell’amatissima sorella.

La scrittura della Aiken non è che una pallida imitazione dell’eleganza e del brio narrativo della Austen, nonostante un forte impegno infuso nel tentativo di ricreare quelle atmosfere cristalline, quei vivaci scambi di battuta, quelle situazioni dove sembra non succedere niente ma dove invece si consumano speranze, gelosie, meschinità, passioni e ardori giovanili.

Lo stile pecca di una certa ampollosità ed è appesantivo dell’eccessiva presenza di descrizioni, in stridente contrasto con quello della Austen, elegante nella sua semplicità e ricco di deliziosi dialoghi. Il ritmo narrativo si presenta, inoltre, abbastanza disomogeneo: parte lentamente per finire col prendere un’eccessiva velocità che non permette di apprezzare in pieno vicende e caratteri.

L’autrice non riesce a ricreare l’atmosfera dell’epoca e l’intero romanzo sembra quasi un continuo riferimento a situazioni e personaggi appartenenti a diversi romanzi della Austen: da Northanger Abbey a Mansfield Park.

In definitiva, quello della Aiken si può ritenere, per certi versi, un interessante tentativo di ricreare la magia e quel brio indimenticabile che caratterizzano i romanzi della Austen ma che, alla fine, nonostante le buone premesse, non soddisfa comunque le aspettative iniziali.

Consigliato soltanto alle irriducibili fan della Austen, per le quali, ovviamente, questo è un romanzo da non lasciarsi scappare, grazie anche all’ottimo apparato di note presente.

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