Il Mago di Lev Grossman

Lev Grossman;

Lev Grossman (1969) ha studiato a Harvard e Yale e vive a Brooklyn. Dal 2002 è critico letterario del settimanale “Time”. È autore del bestseller internazionale Codex (Rizzoli 2005, ora disponibile in Bur). Il mago, uscito in America nel 2009, è stato a lungo nella classifica dei libri più venduti del “New York Times” e ha ricevuto una straordinaria accoglienza dalla critica.

Il sito web dell’autore www.levgrossman.com

Serie The Magican

1. Il mago (isbn:9788817037891)
2. The Magician King

Titolo: Il Mago (isbn:9788817037891)
Autore: Lev Grossman
Serie: #
Edito da: Rizzoli
Prezzo: 18,30 €
Genere: Adult Fantasy, Magia, Urban Fantasy
Pagine: 520 p.
Voto:2Bstelle.png

Trama: Quentin Coldwater ha 17 anni, frequenta una scuola superiore di New York, è brillante e infelice come molti suoi coetanei, ed è ossessionato da una serie di romanzi che leggeva da bambino, ambientati nel mondo fantastico di Fillory. Al momento di entrare all’università, scopre con meraviglia di essere stato ammesso a un college per maghi sulle montagne dello stato di New York, dove impara a padroneggiare i misteri della magia moderna, e attraversa le esperienze tipiche di qualunque studente di college: l’amicizia, l’amore, il sesso, l’alcol, la gelosia, la noia. Dopo la laurea, però, Quentin e i suoi amici apprendono che il mondo di Fillory esiste davvero, ed è molto più cupo e pericoloso di quanto immaginavano: così il sogno dell’infanzia diventa un incubo. Con Il mago Lev Grossman ha creato un mondo parallelo vitale, profondo ed emozionante, dove il bene e il male non sono solo bianco o solo nero, l’amore e il sesso non sono semplici e innocenti, e il potere può richiedere un prezzo terribile.

Recensione:

Il Mago di Lev Grossman è il classico libro che finisce inevitabilmente per spaccare i lettori in due gruppi, può essere giudicato un capolavoro (e di conseguenza Grossman venire etichettato come un “genio”) oppure come un inutile ammasso di carta.

I gusti del lettore e la conoscenza del mondo fantasy sono i metri di giudizio su cui verte la sentenza, quindi è ovvio che il risultato non potrà mai essere univoco.

Personalmente reputo “Il Mago” un libro pessimo, che nulla racconta e, piuttosto illogico nel 90% dei casi.  Il che potrebbe semplicemente significare che non sono  adatta a questi romanzi “futuristi” (dal punto di vista narrativo e stilistico) che narrano concetti, vicende assurde e illogiche aspettandosi che i lettori le assimilino come dati di fatto.

Che sia fantasy o meno, ogni universo deve avere delle regole per evitare il caos, elemento assolutamente vitale in un mondo in cui esiste la magia.

Qualunque  sia il motivo, però, il mio personale giudizio è sempre negativo, sotto tutti i punti di vista.

Addirittura qualcuno ha avuto l’ardire di scrivere, in quarta copertina, “Il nuovo Harry Potter degli adulti”. La mia reazione ovvia e automatica di fronte a questo nefandezza è scuotere la testa inorriditi e sgranare lo sguardo rimanendo allibiti.

Purtroppo, però, questa frasetta tendenziosa il suo compito lo esegue perfettamente, infatti, forse anche per questo  il romanzo vende!

Ma veniamo alla trama. Abbiamo il piacere di incontrare un ragazzo, che potremmo tranquillamente definire emo, di nome Quentin.  Questo ragazzo, Quentin, sempre perennemente insoddisfatto del mondo e della sua vita, finisce per caso, all’età di 17 anni, in un luogo assurdo dove viene sottoposto ad un esame altrettanto assurdo e privo di logica per accedere ad una scuola di cui non sa nulla e di cui nessuno dei partecipanti sa nulla. Un tantino inquietante, no? Inspiegabilmente, seguendo chissà quale logica, gli esaminati si siedono e fanno questo test per accedere ad un luogo che non conosco e di cui nessuno vuole dirgli nulla.

Quentin è un ragazzo particolare, altrimenti detto un “genio”, che a 17 anni ha già dato alcuni esami universitari di matematica avanzata, il classico superdotato (non fisicamente!) che lo rende automaticamente superiore al resto dei poveri mortali che lo circondano, con i quali, ovviamente, non si immischia. Un ragazzo snob che si nasconde dietro ad un patina di autocommiserazione (molto in stile “nessuno mi comprende”), che lo fa apparire come una vittima delle circostanze e del resto del mondo. In realtà è un personaggio che suscita solo insofferenza con il suo egoismo, vittimismo, egocentrismo e perenne insoddisfazione. Lo si sopporta così poco che, quando finalmente uno dei co-protagonisti lo prende a ceffoni urlandogli contro tutto quello che abbiamo sempre pensato, non possiamo che sogghignare soddisfatti.

In definitiva, Quentin dovrebbe essere il protagonista, o meglio l’eroe, del romanzo, ma non sappiamo “perché”. Cosa dovrebbe rendere lui e non Alice, ad esempio, protagonista di questo libro? Cosa ci narra, trasmette, regala o getta addosso più degli altri co-protagonisti? Le sue turbe mentali, oltretutto immotivate? Ancora non l’ho compreso.

Appurato che il protagonista è indigesto quando un masso da 50kg, passiamo oltre.

La trama del romanzo è semplicemente assurda, priva di logica temporale e noiosa fino allo sfinimento. Abbiamo un romanzo di 500 pagine e per le prime 300 non succede nulla, nulla e ripeto nulla. Non si capisce nemmeno qual è lo scopo stesso del romanzo che, in questi casi, deve sempre avere una cavolo di missione o mistero da risolvere.

Invece di troviamo a dover leggere di un branco di ragazzi di 17 anni che tra scopate, risse, rutti e volgarità dovrebbero intrattenerci duranti i lungi (aaaargh!) cinque anni universitari di questa fantomatica scuola di magia che, di magico, non ha letteralmente una ceppa.

Vengono citati incantesimi e meccanismi magici che non hanno senso, logica e niente altro. Una scuola di magia, non dico tanto ma vuoi far volare una penna in mano ad un allievo? Un professore apparire dal nulla? Nulla. Cinque anni di scuola, fra un esame e l’altro viene narrato con svariati riferimenti a Harry Potter che, nella mia mente, hanno classificato questo romanzo come un plagio nevrastenico di una delle saghe fantasy più belle, complesse e particolareggiate dell’intero mondo fantasy contemporaneo.

Il nuovo Harry Potter un accidenti! Per favore non insultiamo!

Come se non bastasse per tutto il romanzo dobbiamo sorbirci continuamente i ricordi/racconti dei protagonisti in riferimento ad una saga fantasy, da loro particolarmente famosa e bella, che in realtà altro non è che un rimaneggiamento di Narnia. Ma ci stanno prendendo per i fondelli? A quanto pare sì.

Leggiamo, leggiamo e leggiamo in attesa di una svolta, di qualunque cosa che interrompa l’autocommiserazione di Quentin, ma arrivati a pagina 300 le nostre speranza sembrano destinate a naufragare miseramente. Soprattutto dopo che Quentin viene invitato a casa della fidanzata, Alice, e scopriamo che i maghi adulti sono tutti una manica di scoppiati di testa che non son in grado di gestire il potere – che apparentemente gli permette di avere tutto – e finiscono per impazzire, letteralmente dietro ai propri fallimenti. Quindi, comprendiamo, Quentin non è un fallimento della società, è solamente un ragazzo un po’ precoce, tanto alla fine tutti completamente scoppiati diventano, non c’è scampo.

Valori, in questo romanzo non ci sono, non cercateli. La logica neanche, ma ormai credo di averlo già detto un paio di volte.

Finalmente questi ragazzi finiscono la scuola e vengono sbattuti nella vita di tutti i giorni. Cosa succede? Cominciano ad autodistruggersi, ovviamente e, oserei dire, come previsto. Vengono citate delle “regole e leggi” e perfino una società di maghi ma qua, nel libro, non se ne è mai parlato. Cosa possono fare dei maghi adulti? Che lavori sono disponibili per questi ipercervelloni che, usando tutto il loro intelletto, sono in grado di attingere alla magia? Nessuno ce lo dice, nessuno lo sa. Amen.

Dopo altre 100 pagine di autodistruzione arriva un personaggio che tutti avevamo praticamente dimenticato e ci dice che l’accesso al mondo fantastico di Fillory (mondo fantastico da leggere anche come “Narnia”, con il quale ci hanno ammorbati per 400 pagine) esiste. Evviva! Allora questo libro ce l’ha!

Sì e no. Le speranze che portano a terminare il libro in fretta sono presto deluse. In effetti abbiamo un viaggio in un altro mondo, un nemico da uccidere, qualche co-protagonista che ci lascia le penne, quattro troni da occupare e l’equivalente narniano del leone Aslan ci stordisce con qualche frase da Dio onnipotente. Nel giro di 100 pagine, torno a precisarlo.

E un finale che avrebbe potuto regalare quasi un punto all’intero romanzo, visto che poteva  trasmettere, forse, l’unico messaggio vagamente logico nell’arco di 500 pagine. Evidentemente, però, l’autore era deciso a sprofondare nell’inutilità più assoluta e ha buttato giù le ultime 20 righe che hanno, di nuovo, rovinato tutto.

Soldi buttati via, ma quanti soldi buttati via!

Il Mago di Lev Grossman è il classico libro che finisce inevitabilmente per spaccare i lettori in due gruppi, Può essere giudicato un capolavoro (e di conseguenza Grossman venire etichettato come un “genio”) oppure come un inutile ammasso di carta.

I gusti del lettore e la conoscenza del mondo fantasy sono i metri di giudizio su cui verte la sentenza , quindi è ovvio che il risultato non potrà mai essere univoco.

Personalmente reputo “Il Mago” un libro pessimo, che nulla racconta e, piuttosto illogico nel 90% dei casi.  Il che potrebbe semplicemente significare che non sono  adatta a questi romanzi “futuristi” (dal punto di vista narrativo e stilistico) che narrano concetti, vicende assurde e illogiche aspettandosi che i lettori le assimilino come dati di fatto.

Che sia fantasy o meno, ogni universo deve avere delle regole per evitare il caos, elemento assolutamente vitale in un mondo in cui esiste la magia.

Qualnque sia il motivo, però, il mio personale giudizio è sempre negativo, sotto tutti i punti di vista.

Addirittura qualcuno ha avuto l’ardire di scrivere, in quarta copertina, “Il nuovo Harry Potter degli adulti”. La mia reazione ovvia e automatica di fronte a questo nefandezza è scuotere la testa inorriditi e sgranare lo sguardo rimanendo allibiti.

Purtroppo, però, questa frasetta tendenziosa il suo compito lo esegue perfettamente, infatti, forse anche per questo il romanzo vende!

Ma veniamo alla trama. Abbiamo il piacere di incontrare un ragazzo, che potremmo tranquillamente definire emo, di nome Quentin.  Questo ragazzo, Quentin, sempre perennemente insoddisfatto del mondo e della sua vita, finisce per caso, all’età di 17 anni, in un luogo assurdo dove viene sottoposto ad un esame altrettanto assurdo e privo di logica per accedere ad una scuola di cui non sa nulla e di cui nessuno dei partecipanti sa nulla. Un tantino inquietante, no?Inspiegabilente, seguendo chissà quale logica, gli esaminai si siedono e fanno questo test per accedere ad un luogo che non conosco e di cui nessuno vuole dirgli nulla. Dei ragazzi di diciassette anni. Giusto, ha una logica, autolesionista e autodistruttiva ma va bene.

Quentin è  un ragazzo particolare, altrimenti detto un “genio”, che a 17 anni ha già dato alcuni esami universitari di matematica avanzata, il classico superdotato (non fisicamente!) che lo rende automaticamente superiore al resto dei poveri mortali che lo circondano, con i quali, ovviamente, non si immischia. Un ragazzo snob che si nasconde dietro ad un patina di autocommiserazione (molto in stile “nessuno mi comprende”), che lo fa apparire come una vittima delle circostanze e del resto del mondo. In realtà è un personaggio che suscita solo insofferenza con il suo egoismo, vittimismo, egocentrismo e perenne insoddisfazione. Lo si sopporta così poco che, quando finalmente uno dei co-protagonisti lo prende a ceffoni urlandogli contro tutto quello che abbiamo sempre pensato, non possiamo che sogghignare soddisfatti.

In definitiva, Quentin dovrebbe essere il protagonista, o meglio l’eroe, del romanzo, ma non sappiamo “perché”. Cosa dovrebbe rendere lui e non Alice, ad esempio, protagonista di questo libro? Cosa ci narra, trasmette, regala o getta addosso più degli altri co-protagonisti? Le sue turbe mentali, oltretutto immotivate? Ancora non l’ho compreso.

Appurato che il protagonista è indigesto quando un masso da 50kg, passiamo oltre.

La trama del romanzo è semplicemente assurda, priva di logica temporale e noiosa fino allo sfinimento. Abbiamo un romanzo di 500 pagine e per le prime 300 non succede nulla, nulla e ripeto nulla. Non si capisce nemmeno qual è lo scopo stesso del romanzo che, in questi casi, deve sempre avere una cavolo di missione o mistero da risolvere.

Invece di troviamo a dover leggere di un branco di ragazzi di 17 anni che tra scopate, risse, rutti e volgarità dovrebbero intrattenerci duranti i lungi (aaaargh!) cinque anni universitari di questa fantomatica scuola di magia che, di magico, non ha letteralmente una ceppa.

Vengono citati incantesimi e meccanismi magici che non hanno senso, logica e niente altro. Una scuola di magia, non dico tanto ma vuoi far volare una penna in mano ad un allievo? Un professore apparire dal nulla? Nulla. Cinque anni di scuola, fra un esame e l’altro viene narrato con svariati riferimenti a Harry Potter che, nella mia mente, hanno classificato questo romanzo come un plagio nevrastenico di una delle saghe fantasy più belle, complesse e particolareggiate dell’intero mondo fantasy contemporaneo.

Il nuovo Harry Potter un accidenti! Per favore non insultiamo!

Come se non bastasse per tutto il romanzo dobbiamo sorbirci continuamente i ricordi/racconti dei protagonisti in riferimento ad una saga fantasy, da loro particolarmente famosa e bella, che in realtà altro non è che un rimaneggiamento di Narnia. Ma ci stanno prendendo per i fondelli? A quanto pare sì.

Leggiamo, leggiamo e leggiamo in attesa di una svolta, di qualunque cosa che interrompa l’autocommiserazione di Quentin, ma arrivati a pagina 300 le nostre speranza sembrano destinate a naufragare miseramente. Soprattutto dopo che Quentin viene invitato a casa della fidanzata, Alice, e scopriamo che i maghi adulti sono tutti una manica di scoppiati di testa che non son in grado di gestire il potere – che apparentemente gli permette di avere tutto – e finiscono per impazzire, letteralmente dietro ai propri fallimenti. Quindi, comprendiamo, Quentin non è un fallimento della società, è solamente un ragazzo un po’ precoce, tanto alla fine tutti completamente scoppiati diventano, non c’è scampo.

Valori, in questo romanzo non ci sono, non cercateli. La logica neanche, ma ormai credo di averlo già detto un paio di volte.

Finalmente questi ragazzi finiscono la scuola e vengono sbattuti nella vita di tutti i giorni. Cosa succede? Cominciano ad autodistruggersi, ovviamente e, oserei dire, come previsto. Vengono citate delle “regole e leggi” e perfino una società di maghi ma qua, nel libro, non se ne è mai parlato. Cosa possono fare dei maghi adulti? Che lavori sono disponibili per questi ipercervelloni che, usando tutto il loro intelletto, sono in grado di attingere alla magia? Nessuno ce lo dice, nessuno lo sa. Amen.

Dopo altre 100 pagine di autodistruzione arriva un personaggio che tutti avevamo praticamente dimenticato e ci dice che l’accesso al mondo fantastico di Fillory (mondo fantastico da leggere anche come “Narnia”, con il quale ci hanno ammorbati per 400 pagine) esiste. Evviva! Allora questo libro ce l’ha!

Sì e no. Le speranze che portano a terminare il libro in fretta sono presto deluse. In effetti abbiamo un viaggio in un altro mondo, un nemico da uccidere, qualche co-protagonista che ci lascia le penne, quattro troni da occupare e l’equivalente narniano del leone Aslan ci stordisce con qualche frase da Dio onnipotente. Nel giro di 100 pagine, torno a precisarlo.

E un finale che avrebbe potuto regalare quasi un punto all’intero romanzo, visto che poteva trasmettere, forse, l’unico messaggio vagamente logico nell’arco di 500 pagine. Evidentemente, però, l’autore era deciso a sprofondare nell’inutilità più assoluta e ha buttato giù le ultime 20 righe che hanno, di nuovo, rovinato tutto.

Soldi buttati via, ma quanti soldi buttati via!

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