Il sentiero della mano sinistra – Annalisa Di Piazza

Il sentiero della mano sinistra

di Annalisa Di Piazza

 

Titolo: Il sentiero della mano sinistra
Autore: Annalisa Di Piazza (Traduttore: //)
Serie: //
Edito da: Silele
Prezzo: 14,00 €
Genere: Giallo, poliziesco
Pagine: 228 p.

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Trama: Una mattina di scirocco Mimmo Abbate, palermitano ispettore della polizia scientifica, viene chiamato sul cellulare di servizio: è stato trovato un cadavere alle case Rocca, un gruppo di case diroccate vicino al parco della Favorita. La vittima è un bambino di otto anni, il cui cadavere viene trovato in uno scenario di simboli satanici e con delle strane incisioni sul corpo. L’indagine viene condotta da Mimmo insieme ai colleghi della scientifica Mario Barresi e Costanza Marcella Bivona, e ai colleghi della mobile Leonardo Bennici e Stefania Mannino. Ma la soluzione del caso pare tutt’altro che agevole, e l’assassino è pronto a colpire ancora, con la medesima efferatezza.

 

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Recensioneùdi Livin Derevel

L’orrore corre lungo le strade di Palermo. È stato ritrovato il corpo di un bambino al centro di un grande simbolo tracciato su un pavimento colorato di sangue.

Pare suggestivo, nevvero? Più di quanto non sia in realtà.

Il sentiero della mano sinistra è un romanzo giallo dalle tinte noir, con diverse digressioni nella filosofia, nella religione, nell’esoterismo e, più di tutto, nella sicilianità nuda e cruda, evidenziata da tratti pittoreschi e caratteristici e rafforzati da nozioni e curiosità non solo sulla città, ma su una cultura sicula fatta di tante sfaccettature.

Peccato che la pecca, forse quella più marcata del romanzo, sia che gli approfondimenti di qualunque genere siano scarsi.

I caratteri dei personaggi. Poche informazioni piazzate a bella posta giusto per cronaca, frasi sintetiche per spiegarci com’è e come non è taluno o talaltro, spesso direttamente collegate con l’immediato contesto e quindi unite alla storia in sé da un filo sottilissimo, quasi superflue e poco arricchenti. Emblematico è il caso di Elisa, che a posteriori ci viene presentata con toni assurdi e ingiustificati, e non essendo avvalorati da adeguati dettagli sulla sua vita non sono granché credibili.

Alesteir Crowley (da cui Katsura Hoshino ha preso spunto per creare un suo personaggio in D.Gray-Man, e i produttori di Supernatural per creare il demone Crowley)

Le atmosfere. Soltanto i paesaggi e le informazioni più connesse alla terra di Sicilia riescono a dare un’idea completa e moderatamente esaustiva di ciò che vogliono trasmettere, per il resto permane una sterilità che un libro giallo – peraltro incentrato su delitti dalla forte connotazione evocativa – non si può permettere. Le descrizioni delle scene del crimine, delle case delle vittime e di chi gli è sopravvissuto, le dinamiche delle indagini e le riflessioni a esse correlate sono scarne, superficiali, blande, a volte così labili che il lettore si trova perplesso a leggere dell’inquietudine provata dagli investigatori perché non gli è stato permesso di cogliere l’impatto emotivo delle scene, e quindi di non comprendere affatto il motivo di tanto trasporto.

A questo proposito: troppo tell e poco show. L’autrice spesso e volentieri si premura di esporre informazioni in maniera soggettiva, come vorrebbe che il lettore le vedesse, ma non le mostra dopo averle manipolate in maniera che, pur senza dirlo, il lettore avrebbe compreso comunque. L’esempio più indicativo è la persona di Padre Luigi. Mezza pagina è servita a comunicare che costui è una figura assai controversa nel panorama ecclesiastico, un esorcista con la fama di essere carismatico, dalla personalità misteriosa e quasi mesmerica, charmante. Invece non lo è. L’assoluta mancanza di connotazioni descrittive e di aggettivazione lo rendono insipido, trascurabile, non certo all’altezza della grande presentazione che gli era stata riservata – e addirittura confermata in seguito senza alcuna ragione effettiva.

Consiglio della Livin: se volete rendere figo un personaggio non spargete petali di rosa prima che sia entrato in scena ma abbellite la scena stessa, eviterete di inciampare sul tappeto rosso steso a sproposito.

Ne Il sentiero della mano sinistra dunque si sommano sintomi di molti esordienti oltre a quelli già citati: dialoghi talora meccanici e troppo formali, dati tecnici snocciolati in maniera tanto subitanea e sciolta rispetto al tono del paragrafo da apparire più come conoscenze personali dell’autrice che utilità nella storia, generale schematizzazione del linguaggio che mantiene un registro aulico senza alcuna distinzione tra narratore (anche il narratore è ballerino: è esterno, ma la focalizzazione passa da essere interna a esterna e viceversa… decidiamoci prima di metterci a scrivere, la prossima volta) e dialoghi, se non per vocaboli o addirittura intere frasi in palermitano che a volte calzano a pennello e a volte proprio no.

Non tutti i lettori sono portati per conoscere un certo dialetto, e sarebbe opportuno o specificare il significato con note a piè di pagina o facendo immediatamente seguire un’esplicazione.

Neanche Lucifero è tanto convinto.

Inoltre (poi la finisco con le pignolerie) consiglierei alla casa editrice non tanto un editing quanto una semplice correzione di bozze. I refusi ci sono, errorini che riguardano per lo più virgole mancanti (soprattutto nei dialoghi… solo perché è un parlato non si può snobbare la punteggiatura, eh) e apostrofi. Santo Illior. Non è sto. Non è stò. È ‘sto. Quel dannatissimo apostrofo serve per segnalare la caduta della sillaba iniziale, e mi sono spaventata nel notare quanto durante la lettura una vasta gamma di sto, sti, ste accentati o totalmente privi di particelle mi siano venuti incontro minacciosi. Rileggere e correggere queste piccolezze è segno di una buona cura di un testo, e soprattutto di rispetto nei confronti di chi avrà sborsato quattrini per leggerlo.

Dopo questa bella trafila di deficienze penserete che mi ha fatto schifo, vero?

Beh, no, non proprio schifo.

La trama di per sé sta in piedi – persino malgrado l’assenza di ragionamenti che avrebbero rafforzato questo o quel cardine – e i personaggi bene o male sono piacevoli, simpatici, le cui credenze forse non sono sempre condivisibili ma sono qualcosa di più di figurine di carta stampate con l’inchiostro. Le indagini sono realistiche – escludendo che ci sia voluto mezzo romanzo per comprendere un’assoluta ovvietà: va bene non dare nulla per scontato, ma per la miseria, la premeditazione è lapalissiana – e anche il movente alla fin fine si svela, seppur attraverso una semplicistica analisi fatta dai personaggi e liquidata in poche righe.

Il sentiero della mano sinistra non è un poliziesco eccezionale, né indimenticabile. È un romanzo dalla forma immatura ma che già segnala potenzialità e un buon collegamento tra i vari elementi che lo compongono, cosparsi in un ordito che funziona e che a conti fatti ha interessanti risvolti psicologici… non sviluppati ma li ha.

È un libro che consiglio per il tempo libero. Non è lunghissimo, non appesantisce l’anima, il colpevole non è poi tanto un arcano (cogliete la parola chiave e scoprirete molto presto chi sia) e nel complesso la sua attrattiva si gioca sul susseguirsi delle indagini e soprattutto sul percorso psico-filosofico che pian piano le indirizza. E poi, beh, se amate la cultura sicula potrete calarvi nel caos assolato, afoso e caotico di una Palermo peculiare e accogliente.

Sufficiente.

 

Voto

 

 

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autriceANNALISA DI PIAZZA, è nata a Palermo ma vive e lavora ormai da molti anni a Bergamo. Sulla pagina Facebook dedicata a questo suo primo libro, potrete trovare l’interessante motivazione dell’uso particolareggiato del titolo e della copertina.

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0 risposte a “Il sentiero della mano sinistra – Annalisa Di Piazza”

  1. […] Dicevo che ero indeciso ieri, fino all’ultimo, se recarmi all’“evento” di presentazione del libro della Di Piazza, che s’intitola Il sentiero della mano sinistra: un titolo esoterico, tanto per cambiare. Però poi mi sono detto che l’indagine sarebbe stata monca senza il riscontro di nuovi elementi che eventualmente emergessero nel corso della presentazione del libro. Dopo aver lottato alquanto con la mia filosofica pigrizia, finalmente lasciai il mio antro e misi piede sulla vettura che mi avrebbe portato al triste e depresso paese di Curno. Monto su per le scale esterne che conducono alla Sala consiliare del Municipio, che in quel paese si ostinano a chiamare Casa comunale. Mi affaccio alla sala, la vista cade su un proiettore collegato a un computer: Oddio, mi sono detto, vuoi vedere che anche qui proiettano le temutissime Gamba-slàid? (Le Gamba-slàid sarebbero le immagini proiettate su schermo, ottenute mediante il malefico programma PowerPoint da fogli Excel, di micidiale pallosità, imposte dal neo-assessore Gamba a tutto il Consiglio comunale di Curno, sindachessa compresa.) Poi l’occhio si posa sul pubblico in sala: sono tre persone, delle quali riconosco la sindachessa dott.ssa Perlita Serra e la bibliotecaria Agnese Previtali; la terza persona è una signora che non conosco, anziana ma giovanile, con un caschetto di capelli bianchi tagliati “alla maschietta”. Tutto qui. Mi siedo in quarta fila e porgo l’orecchio. Confesso di non aver raccolto nessun nuovo indizio al riguardo della determinazione della Di Piazza, forse per via del tono di conversazione tra amiche che l’esiguità del pubblico imponeva, forse anche perché sarebbe stato controproducente, da parte della Di Piazza, volersi imporre, per di più di fronte a un pubblico benevolo: in generale, è interesse dello scrittore che voglia captare la benevolenza del pubblico presentarsi generoso, proclive alla “cultura del dono” di dannunziana memoria, di modo che il potenziale lettore risponda al dono con un altro dono, quello dell’acquisto del libro. L’argomento meriterebbe, forse, di essere approfondito, perché qui si potrebbe parlare del concetto di ospitalità presso i Greci, della xenía (gr. ξενία), ma è un discorso che ci porterebbe lontano dall’assunto di questa cronachetta. Le finestre dell’aula consiliare erano aperte, l’esposizione della Di Piazza fu interrotta dall’ingresso di un pipistrello che, guidato dal radar acustico del quale la natura l’ha provveduto, planava in lungo e in largo per la stanza, compiendo improvvise cabrate davanti a una parete, poi tornando indietro e scegliendo di andare a sbattere, apparentemente, su un’altra parete, ma mai in realtà sbattendo, perché questa è la meraviglia del pipistrello. La Di Piazza, che aveva sulle spalle uno scialle, se lo portò sulla testa e si accucciò sui talloni, in modo da rendere minima la probabilità di impatto con il sorcio volante. La signora con i capelli tagliati alla maschietta non si scompose. Io me ne stavo tranquillo, anche un po’ divertito, laggiù in quarta fila; se fossi intervenuto a difesa delle donne, c’era pericolo che loro mi dicessero in tono femminista che non avevano bisogno della difesa del maschio. Infatti, la dott.ssa Serra prese in pugno la situazione, apri le finestre, spense le luci (ma non so quanto l’operazione potesse riuscire utile), riaccese le luci, liberò l’aula dalla presenza molesta del pipistrello. Non era proprio il Veni, vidi, vici di Cesare, ma poco ci mancava. La Di Piazza tirò un sospiro di sollievo e riprese a parlare. Intanto entrò in sala la consigliera nussbaumiana Paola Bellezza: si appoggiava a una stampella moderna, in lega leggera, perché infortunata a una gamba, o forse a un piede, fortunatamente non in maniera grave, così voglio sperare. La dott.ssa Serra riferì in breve alla dott.ssa Bellezza del pipistrello, quindi espresse un giudizio di apprezzamento del libro: in particolare, le piaceva la galleria dei personaggi evocati dalla narrazione plateale (in latino “piazza” si dice platea); in particolare, la dott.ssa Serra apprezzava le gradazioni di disagio o di difficoltà di vita interpretate coralmente dall’insieme dei personaggi. La presenza nel libro della tematica Lgbt è stata evidentemente apprezzata dalla dott.ssa Serra, come esempio di attuazione di una “buona pratica”, in linea con quanto auspicato dalla rete Ready-Lgbt, e dal Comune di Curno, che ha entusiasticamente aderito a tale rete. Via via che il tempo passava, avvertivo un certo disagio, ma leggero per fortuna: ero l’unico maschio presente nella sala consiliare, dove mi ero aspettato un dibattito e dove invece la presentazione si connotava sempre più come una conversazione quasi di autocoscienza tra donne; ero a disagio anche in qualità di resistente, ma soprattutto in quanto rappresentante unico di un pubblico “non istituzionale”. Non sono uno che si impressiona facilmente, il disagio non fu devastante. Ma disagio ci fu, come negarlo? Mi vennero in mente le parole del poeta: « Qui come venn’io, o quando? ». Ma lui, il Petrarca, pensava al paradiso della donna amata, io pensavo alla fine miserevole di Orfeo. Non c’è dubbio, infatti, che la dott.ssa Serra sia istituzionale: sappiamo che è sindachessa di Curno (e non dimentichiamo che “sindachessa” è molto di più che “sindaco”, nell’amministrazione comunale le donne contano di più degli uomini, tendenzialmente riducibili al ruolo di inutili pecchioni: non so se avete notato, ma quasi le iniziative culturali di Curno, le presentazioni dei libri ecc. fanno perno sulle donne) che è proiettata a un ruolo politico di rilievo internazionale. Più che istituzionale è, ovviamente, Annalisa Di Piazza, che fu segretario comunale di Curno e che adesso è segretario comunale a Martinengo. Quanto ad Agnese Previtali, che sedeva a destra della dott.ssa Serra, oltre che la bibliotecaria della biblioteca comunale di Curno, è vicepresidente dell’Associazione filosofica Noesis (si veda la locandina delle conferenze 2014-15) e consulente della Phronesis, l’Associazine italiana per la consulenza filosofica che fornisce consulenza filosofica alle amministrazioni pubbliche: “Mica t’ho detto cotica!”. Anche la consigliera Bellezza è istituzionale, per fortuna un po’ meno della sua collega Colombo che, pur così “ggiovane”, fa presagire un viraggio della sua espressione verso la mutria istituzionale. Quanto alla signora con i capelli a caschetto, ho appreso dal contesto che si chiama Anna Maria, ma non so se abbia un ruolo istituzionale: forse no, però ho capito che lavora con il gruppo di lettura del Comune di Curno (a proposito, la prossima lettura, mercoledì 26 maggio, sarà molto femminista e molto Lgbt): in ogni caso parlava molto sicura di sé, molto autorevole. Insomma, aveva l’aria di essere parecchio determinata, anche lei. Mi sono domandato sconcertato: ma io chi sono? Chi sono io? Sono indeterminato, caratterialmente e filosoficamente, detesto l’etica protestante del capitalismo, come pure l’astuzia contadina e quella cartaginese (per i romani antichi, l’odioso astus punicus), amo l’onore e la lealtà, dunque sono minus quam merda. Di qui nasceva il mio disagio. Ma intanto la Di Piazza arrivò a un punctum dolens del suo libro, l’incuria editoriale. Riconobbe che la punteggiatura e l’ortografia del suo libro lasciano a desiderare. Disse però di aver fatto affidamento sull’editing della casa editrice, cioè sulla revisione – se non altro, formale – del suo testo che solitamente è garantito dalle case editrici. Precisò comunque che nel libro erano scivolati errori che in origine non erano presenti. Lei stessa fece riferimento a una critica al libro apparsa su Internet, l’unica sfavorevole, fra le altre entusiastiche (ed è vero: le critiche sono entusiastiche, come pure le interviste pubblicate sulla stampa locale e nei siti Internet; si veda in particolare l’intervista pubblicata su Bergamo contro l’omofobia). La critica non entusiastica riguardava una certa fretta nella caratterizzazione dei personaggi del libro (dunque tutto il contrario di quanto aveva affermato la Serra), la gratuità di descrizione delle atmosfere e delle situazioni e la sciatteria editoriale. Concentriamoci sulla terza critica, che è quella passibile di riscontri oggettivi. Leggiamo dunque nel sito Sognando leggendo […]

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