Anna Marchesini
Dopo aver frequentato l’Accademia d’Arte Drammatica di Roma, debutta in teatro con Il borghese gentiluomo di Moliere. Nel 1982 costituisce il Trio insieme a Tullio Solenghi e Massimo Lopez. L’esordio avviene alla radio (Radio 2, per la precisione) con il varietà Helzapoppin, occasione in cui la Marchesini si produce in uno dei suoi cavalli di battaglia: la sessuologa. Dopo numerose partecipazioni a spettacoli televisivi di successo, il 1990 rappresenta l’apice della sua carriera con la trasmissione, in prima serata, della parodia dei Promessi sposi. Gli anni successivi sono dedicati al teatro, con gli spettacoli Allacciate le cinture di sicurezza e In principio era il trio, anch’essi baciati da grande successo di pubblico. Il 1993 è l’anno dello scioglimento del trio. Dopo una pausa, Anna si dedica nuovamente al tatro, da sola, e partecipa alle prime edizioni di Quelli che il calcio… con Fabio Fazio. Nel 2003 porta in teatro La cerimonia del massaggio, tratto da un racconto di Alan Bennett, e nel 2005 Le due zittelle, rielaborazione comica tratta dal romanzo di Tommaso Landolfi.
Dopo una lunga assenza causata da un’artrite reumatoide, Anna Marchesini torna in televisione nel 2008 insieme a Tullio Solenghi e Massimo Lopez. Il Trio si riunisce per celebrare i 25 anni di attività: lo spettacolo, in tre puntate su RaiUno, si intitola Non esiste più la mezza stagione, frase tratta da uno dei più noti sketch teatrali del Trio.
Nel 2011 Rizzoli pubblica il suo primo romanzo, intitolato Il terrazzino dei gerani timidi. Nel 2012 esce il secondo romanzo, sempre edito da Rizzoli, Di mercoledì.


Titolo
: Il terrazzino dei gerani timidi
Autore: Anna Marchesini
Serie: //
Edito da: Rizzoli
Prezzo: 17,50 €
Genere: Romanzo, Narrativa
Pagine: 232 p.
Voto:

Trama: Per la bambina che attraversa le pagine del racconto, come per ogni bambino, le esperienze sono tutte prime volte, che si tratti di avvertire il frullo d’ali di una farfalla che trema dentro le sue dita e poi ruzzola a terra senza vita, oppure del timore permanente che anche la mamma farà come quella farfalla. La vita scoppia dentro la sua minuscola esistenza; la vita, sì, ma anche la morte. Tuttavia le cose, le voci, le impressioni e le vite degli altri non si possono sentire nel tramestio quotidiano che scorre col tempo dell’orologio. La bambina che abita il terrazzino dei gerani timidi scopre piano piano che può ascoltarle nel silenzio immenso in cui annega quell’angolo di casa che si affaccia sui tetti, il luogo solitario che col tempo diventerà la sua stanza tutta per sé. Là le sarà possibile riconoscere le invisibilità che corrono sotto la crosta del mondo e avvertire il turbamento che suscita in lei l’offerta della vita. Proprio quella bimba, cui la mamma ha insegnato a camminare sul dolore, in silenzio assisterà alla nascita del sogno; e ancora per lei, seduta là dove regnano silenzio e piccioni, finalmente emergeranno la poesia, gli scrittori, la letteratura e le parole dei libri, la scoperta che le vite sbucciate e naufragate, che nella realtà non fanno che nascondersi e cessare di amare, nel sofisticato rammendo che l’arte è in grado di ricamarvi intorno possono diventare esistenze immortali. Così scrivere un libro in cui custodire quel silenzio diventa il sogno della bambina, un sogno che solo i gerani conoscevano e, tuttavia, hanno sempre tenuto nascosto.

Recensione
di Debora

Questo è un libro non solo difficile da leggere, ma anche da recensire e, ancor più, da descrivere.
Fin dalle prime pagine sono rimasta letteralmente incantata dal modo poetico di descrivere i gerani di Anna Marchesini e ammetto che pensavo di leggere uno stile completamente diverso. Pensavo di trovare frasi brevi e una scrittura ironica e leggera. Ho ricordi di Anna Marchesini che fa morire dal ridere in televisione e pensavo di trovarla così anche come scrittrice. Ma mi sbagliavo. Di grosso.

Gerani inerti; stavano su per dovere -si sarebbe detto- nessuna memoria linfatica di bagliori lunari o profumo di crepuscoli vespertini, macché, certi petali trasparenti come ali di mosca morta. 

Già da questo si capisce come la scrittura sia ricercata, poetica, quasi d’altri tempi, con lunghe descrizioni zeppe di aggettivi di cui, ammetto, sono dovuta troppo spesso andare a cercare il significato. Vi è inoltre un largo uso di metafore e molti concetti ripetuti tante volte, anche se in modi diversi.
Insomma, le frasi devono essere lette molto spesso più di una volta per coglierne il senso.
Anche se al primo impatto sicuramente ho colto la magia delle parole. Perché, personalmente, amo lasciarmi trascinare dalla bellezza delle parole.
Certo, a volte esagerare attira troppe critiche, ma sinceramente io ammiro questa scrittrice che ha osato moltissimo, scrivendo un libro difficile. Ma difficile per chi? Forse è difficile per me, che anche se ho studiato nella mia vita, fino a pochi anni fa, mi sento ugualmente ignorante e quindi sempre pronta a lasciarmi insegnare qualcosa di buono da una scrittrice come Anna Marchesini. Sicuramente non avrà come sue fan delle giovani ragazze che abitualmente leggono urban fantasy: non per sminuire quel genere che anch’io amo, ma perché, ammettiamolo, a volte preferiamo rilassarci sul divano e leggere un libro senza dover aprire il dizionario per capirlo fino in fondo. Con Il terrazzino dei gerani timidi dovete tenere vicino il dizionario; se non lo fate, complimenti, io vi ammiro. Ma io ne ho avuto bisogno!

Altro punto su cui riflettere. La narratrice e protagonista di questa storia è una bambina, quindi ancor più questa scrittura ricercata ci sembrerà  molto strana, non proprio adatta. Quali pensieri profondi escono dalla mente di questa bambina! Trova il modo di parlare degli argomenti più svariati.
L’occhio della bambina è  molto attento e curioso, osserva la gente e i loro dolori.  Nel libro non c’è solo la storia della bambina, ma sono ancora più presenti le storie di chi, anche solo per un attimo, le passa accanto e le lascia un ricordo, che la trascina in lunghi pensieri sulla vita e sulla morte. Piene di dolore, poi, la pagine che raccontano i pensieri sulla malattia.

Un tema che ricorre spesso nel libro è quello della religione e del rapporto con Dio. La bambina racconta tutto ciò che riguarda Dio con timore e paura. La dura disciplina, venuta anche dall’educazione della madre, la porta a vivere con ansia i momenti della confessione dei peccati. L’inquietudine la assale continuamente e crede che anche i suoi pensieri possano essere peccaminosi.

Insomma non c’è una vera e propria trama, non accade nulla di straordinario ed è tutto un continuo filosofeggiare da parte della bambina. Forse, far raccontare tutto proprio ad una bambina è stato un errore. È veramente difficile immaginarsi una bambina che parla in modo così erudito e complesso.

Più amate le ultime pagine in cui la bambina inizia a descrivere l’amore per i libri e il successivo sperimentarsi con la scrittura.

Riaprii il libro per rileggerne l’ultima pagina, faticavo a lasciarlo, accarezzai le ultime parole lentamente fino a rileggere la parola Fine.

Questo libro mi è stato consigliato da mia madre: ho apprezzato il consiglio ma evidentemente i nostri gusti non coincidono troppo.
Anche se da un lato mi è piaciuto farmi cullare dalla poesia di alcune frasi. Infatti il libro è ridotto proprio male dopo la lettura: l’ho vissuto, sottolineato e sviscerato.
Ma non posso darne un giudizio completamente positivo. È troppo. Ho apprezzato il tentativo di usare una scrittura ricercata che al giorno d’oggi è sempre più difficile trovare, ma sono presenti veramente troppo pessimismo, sofferenza e timore. Una bambina dovrebbe sapersi godere l’infanzia e avere pensieri più felici. È un libro troppo lontano dall’esperienza di noi giovani d’oggi.

Lavoratrice (naturalmente precaria) nelle scuole materne, 30enne, che adora i bambini, i cani e naturalmente i libri e la lettura. Debora ama viaggiare ma data la precarietà preferisce farlo attraverso i libri.