In anteprima: “Onde Road. Il film” di Massimo Ivan Falsetta

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Onde Road

 

Titolo: Onde Road
Regia: Massimo Ivan Falsetta
Sceneggiatura: Massimo Ivan Falsetta
Genere: Docu-film
Durata: 100 minuti
Interpreti: Barbara Cambrea, Francesca Zavettieri,
Federico l’Olandese Volante, Awanagana, Fabrice Quagliotti,
Battaglia & Miseferi, Paolo Pasquali, Lara Boldreghini, Pasquale Falsetta.

Anno: 2014
Nelle sale cinematografiche: 26 Marzo 2015

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Recensioneùdi Grove

 

Qualcuno ha mai sentito parlare del periodo di radio libere?

Prima degli anni sessanta in Italia le proposte radiofoniche erano decisamente meno creative e variegate di adesso. Cavalcando il periodo di rivolta di quegli anni anche le radio cominciarono a cambiare seguendo il gusto giovanile dell’epoca. Già nella seconda metà di questi anni la Rai e Radio Montecarlo cercarono onderoad1di dare una svolta al loro stile di conduzione, proponendo programmi più frizzanti volti all’intrattenimento, eppure la formula non risultava ancora soddisfacente. La musica passava attraverso troppi filtri che escludevano alcuni generi musicali, ma cosa ancora più importante risultava essere un mezzo di comunicazione solo parzialmente bidirezionale.

Il grande desiderio di libertà di espressione e di informazione della fine degli anni sessanta fornì lo spunto per la nascita delle radio libere italiane seguendo l’onda delle radio off-shore inglesi (come Radio Veronica), e già nei primi anni settanta emittenze radiofoniche private cominciarono ad invadere l’etere, occupando sempre più frequenze radio. Fino al 1975 aprire una radio in Italia era un’operazione al limite della legalità ma una legge dello Stato, la legge 103, permise ai conduttori radiofonici liberi di appellarsi alla sua ambiguità riguardo al “divieto di diffusione circolare” di una radio, e quindi prendendosi la libertà di esercitare le proprie frequenze su scala non nazionale. I sequestri di Rai e Polizia Postale degli apparecchi radiofonici diventarono progressivamente più sporadici e quelle che erano poche radio libere diventarono ben presto più di cento emittenti radiofoniche, surclassando le radio statali sia sugli ascolti sia sulle ore di trasmissione. Chi faceva radio? Chiunque avesse modo per trasmettere. E lì su quelle radio si ascoltavano i vinili e i CD presenti in casa del conduttore radiofonico di turno, seguendo la propria indole musicale. Nessuno si sognava di pagare i diritti d’autore, poiché ci si autofinanziava e si lavorava gratis, ciononostante la vendita dei CD cominciò ad aumentare vertiginosamente. Chi ascoltava la radio aveva modo di dialogare con i conduttori usando il telefono, con la libertà di scegliere e dedicare i brani da mandare in onda. Quella delle radio libere fu una vera e propria rivoluzione nel fare radio. Un mondo ad oggi quasi sconosciuto, squarcio storico però di autentica libertà che rappresenta le radici di quella che è che poi diventata la radio di adesso.

Massimo Ivan Falsetta parte da questo background per la creazione del suo docu-film. E cos’è un docu-film? Una serie di interviste e filmati che hanno lo scopo di ricostruire fedelmente il fatto storico, supportati però da una narrazione.onderoad4
Primo intento del regista è stato quello di riportarci in quegli anni con una colonna sonora firmata dal gruppo francese dei Rockets, tanto in voga in quegli anni, alternata alle trasmissioni radiofoniche del tempo, e con un cast costituito per la maggior parte dagli stessi speakers radiofonici delle radio libere, alcuni conosciuti a livello nazionale come Federico l’Olandese Volante e Awanagana, entrambi conduttori radiofonici storici di Radio Monte Carlo (RMC), altri decisamente più “di nicchia”, come il calabrese Adamo, attualmente venditore di peperoncini. Il tastierista dei Rockets si presta anche per una piccola parte nel film, nel ruolo di un “alieno”, con il suo caratteristico fondotinta perlaceo da palco.
Parallelamente Falsetta si è però preposto lo scopo di creare un prodotto che potesse rappresentare lo spirito di quelle radio. Da qui l’idea di girarlo nella regione dov’è nato, la Calabria, in cui il tempo sembra non passare mai, e di farlo con poche risorse economiche a disposizione. Falsetta gira seguendo lo stile dei film (appunto) “on the road”, raccontando la storia dell’agente dei servizi segreti Barbara Bi in viaggio per la Calabria, alla ricerca della misteriosa speaker radiofonica che come forma di protesta ha occupato tutte le frequenze nazionali disponibili inondando l’etere con trasmissioni degli anni settanta e ottanta.

Le premesse per una pellicola di tutto rispetto c’erano tutte, il risultato però è da mani nei capelli.
Partirei dal lato tecnico. Il sonoro rivela degli sbalzi di volume tra una scena e l’altra, a cui non si può rimanere indifferenti, con un doppiaggio mal coordinato con il coonderoad5mparto visivo. Inoltre spesso la musica copre le voci degli intervistati e della protagonista non permettendoci di comprendere appieno né la storia del film né tantomeno le ben più importanti storie dell’epoca. La fotografia è buona, soprattutto quando vi è poca luce, sorprendendoci ogni tanto con delle immagini d’impatto (in primis i primi piani delle labbra di Francesca Zavettieri e la scena nella vasca). Peccato che gli effetti speciali ridicoli, che dell’epoca non hanno proprio niente, e le scelte registiche opinabili annullano ogni sorta di finezza stilistica. Videoclip improvvisati, raggi spaziali, schermi touch-screen e danze blasfeme portano la pellicola al limite del trash. E poco interessa la citazione a film di genere oramai finiti nel dimenticatoio o a curiosità della Calabria (come il coinvolgente rito bizantino) se non servono minimamente a raggiungere l’obiettivo preposto.

La narrazione appare di troppo per un film che, se non per bramosia di creare qualcosa di nuovo, poteva essere tranquillamente un documentario. E i conduttori radiofonici che tanto avrebbero da raccontarci di quel periodo storico, si vedono costretti a recitare una parte che, giustamente, fanno male. Deprivati del loro habitat naturale, come anche del loro ruolo di speakers, sul grande schermo a far la parte degli attori appaiono dei veri e propri pesci fuor d’acqua. E la protagonista, che invece recitazione a teatro l’ha studiata, non riesce a convincerci neanche un po’ con il suo sguardo incattivito e il suo vestito luccicante da ufficiale della Gestapo. Piccola parentesi positiva va aperta però per le labbra di Francesca Zavettieri che lì sul microfono, laccate di quel rosso intenso, riescono a far bene la loro parte.

Ma l’intento del film era quellonderoad6o di ricreare il clima live/improvvisato delle radio del tempo, con tutta la loro libertà e indipendenza, giusto? Infatti di fronte ad un proposito del genere si potrebbe anche chiudere un occhio su ciò che si è appena detto, ma se questi stessi difetti finiscono per sovrastare quella che doveva essere una finestra sull’epoca, quell’occhio, dispiace, ma finisce per rimanere aperto. Quel che c’è di buono nel film proviene solo dal passato, dalle parole e dagli occhi così malinconici di chi ha vissuto quegli anni, dalla colonna sonora e dalle trasmissioni radiofoniche fedelmente degli anni settanta. Dal presente invece traiamo solo dei buoni propositi e dei pessimi risultati. Falsetta nell’intervista durante l’anteprima riferisce di voler mettere la finzione al servizio della realtà, ma personalmente ho visto una finzione che fa solo da intralcio alla realtà.

Onde Road ha perciò solo il piccolo merito di aver ricordato l’esistenza di un periodo del genere, che tanto avrebbe da insegnare al presente, senza tuttavia avere capacità sufficienti per illustrarlo, rivelandosi perciò un immenso buco nell’acqua.

~Grove.

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