Insegnando s’impara di Giorgio Morelli

Giorgio Morelli;

Giorgio Morelli, nato e residente a Camucia di Cortona (AR), fu chiamato giovanissimo, appena concluso il Liceo classico, all’insegnamento nella Media in piena riforma della scuola dell’obbligo. Laureatosi in Lettere Classiche e superati i concorsi per l’insegnamento nella scuola media e nelle superiori, ha sempre optato per la cattedra in cui la fascia d’età dei discenti (11-14 anni) impone una particolare attenzione all’aspetto formativo oltre a quello informativo.

Ha insegnato lettere ininterrottamente per 46 anni nella stessa sede e nella stessa scuola, a Terontola, a 5 km della propria residenza. Quasi un primato nazionale in un settore operativo come quello della scuola dove la mobilità e precariato sono caratteristiche prevalenti.

Attore e attento spettatore del rapidissimo evolversi della società a cavallo di due secoli e di due millenni, nel suo libro, vede la scuola come palcoscenico della vita e sottolinea positivamente il repentino passaggio dalla civiltà contadina, immobile da secoli, alla nuova era della tecnologia e dell’informatica, senza peraltro rinnegare i valori e i puri sentimenti del passato. Ma in un mondo che cambia e progredisce così rapidamente assiste anche, con tristezza, al perpetuarsi e al ripetersi sempre uguale del dolore umano di fronte alla morte imprevedibile e spesso prematura.

Amore e solidarietà sembrano essere gli unici mezzi che l’uomo ha a disposizione per reagire a questo suo immutabile destino: un messaggio in questo senso viene proprio dai ragazzi che, nella loro spontaneità, diventano simbolo della vita e della speranza.

È continuando ad operare in mezzo a loro che anche l’autore ritrova ogni volta consolazione e ottimismo dopo aver assistito a vicende drammatiche.

 

Titolo: Insegnando s’impara
Autore: Giorgio Morelli
Serie: #
Edito da: Calosci
Prezzo: 16,00€ (se siete interessati a comprarlo scrivetemi che vi farò avere una copia)
Genere: Biografia, Narrativa Contemporanea, Società
Pagine: 112 p.
Voto:

Trama: Una Scuola per la vita. Una Vita per la scuola.

 

Recensione:

Introduzione

Contro ogni politica personale e del sito di Sognando Leggendo, quest’oggi ho deciso di analizzare e recensire un romanzo regalatomi da una persona, amica, che ha fatto parte del mio passato di giovane adolescente: il mio professore di lettere Giorgio Morelli.

Consapevole dell’impossibilità di un’analisi schietta e priva di favoritismo, ho deciso di orientare questo articolo verso qualcosa di profondo e più complesso del solito. Questa volta non mi limiterò a valutare il numero di refusi presenti, il prezzo del romanzo, l’impaginazione, la trama o i personaggi; anche perché è impossibile arrogarsi il diritto di “giudicare” la vita di un’altra persona. Questa volta vi parlerò di un libro, di cosa mi ha stramesso e di cosa mi ha riportato alla mente, commuovendomi.

Questo libricino, che stringo finalmente fra le mani dopo due anni dalla sua pubblicazione, è qualcosa di più della semplice autobiografia di un uomo che, arrivato ad una certa età, decide di raccontare il suo passato all’ignaro lettore, questa è la storia di una persona che, negli anni, ha contribuito a formare quasi quindici generazioni di alunni. Giovani ragazzi che, in questo piccolo paese che è Terontola (Cortona), il mio paese, hanno, negli anni, cooperato per far crescere, evolvere e migliorare una frazione di questa Italia che, ancora giovane e inesperta come Stato e Nazione, ha affrontato con coraggio il “boom” socio-economico degli anni 60/80.

Benché come ex allieva, non sarei in grado di giudicare questo libro con la giusta dose di imparzialità, come ragazza del 2000, come figlia di quei ragazzi cresciuti nei suoi insegnamenti e come, un domani, futura portatrice di questi valori, mi sento autorizzata a spendere qualche parola su questa piccola opera che racchiude i sentimenti, gli sforzi, i dolori e le “imprese” di un uomo che ha dedicato la sua vita a “crescerci”.

Dopotutto, siamo onesti, possiamo noi dire di conoscere realmente i nostri educatori? In realtà ciò che vediamo e percepiamo con gli occhi di bambini e poi ragazzi è solo ciò che ci è permesso vedere. Ciò che ci serve vedere per diventare uomini e donne migliori, niente più.

 

Ogni paese, piccolo o grande che sia, ha le sue tradizioni, le sue canzoni, le sue storie e i suoi miti. Terontola, piccolo paesino toscano, non fa eccezione e, benché forse il diretto interessato non ne sia perfettamente consapevole, il Professor Morelli è uno di quelle leggende che hanno allietato, e allietano ancora, le nostre cene fatte di racconti del passato. O infestato i nostri incubi di giovanetti scapestrati la notte prima di un compito in classe di ortografia o di un’interrogazione di storia.

Tralasciando i piccoli traumi scolastici, che con ogni probabilità qualche volta ancora ci scuotono dal torpore notturno con l’ansia di non aver ripassato abbastanza la poesia “Davanti San Guido” (Carducci) per l’interrogazione “del Morelli”, dobbiamo dire che per i ragazzi del paese sapere che esiste ancora, al mondo, una persona in grado di far sbiancare i nostri ex-ribelli ed ex-scapestrati padri è qualcosa che va oltre la più grande soddisfazione umana. È puro, sadico, diletto.

Quando poi, arrivati alle scuole medie, i nostri adorati padri (o madri, anche se queste, di natura più pacata e riflessiva, difficilmente riuscivano a far saltare i “cinque minuti” al Professore) entravano in possesso della lista degli insegnanti e scoprivano che, sì, il nostro docente di Italiano e Storia sarebbe stato proprio “Giorgio Morelli” il loro sorriso soddisfatto e beato era per noi, frugoletti reduci dei numerosi racconti della loro epoca scolastica, un colpo al cuore.

In realtà, come ampiamente provato da numerose generazioni di studenti delle medie, avere il Professor Morelli come istitutore (parole desueta ma probabilmente più corretta da usare) si rivelava una fortuna e un dono di valore inestimabile. I nostri genitori, nei loro resoconti goliardici dei bei tempi andati, avevano sempre omesso le “motivazioni” che avevano portato il povero malcapitato professore a dar loro una bella ripassata.  Furbi, loro.

Un professore d’altri tempi, di quelli che oggi non si incontrano più e che i ragazzi si ritroverebbero a rimpiangere se solo sapessero cosa e quante cose ha fatto per il loro bene, anche quando si nascondeva dietro uno scappellotto, una sgridata o il suo famoso sguardo intimidatorio che, confermo e sottoscrivo, funzionava alla perfezione. Sempre.

Come accennato nella prefazione, tutto quello che il Professore ha voluto mostrare è stata solo una parte di ciò che ha fatto per loro e il resto, che fino ad adesso avevo intuito ma mai compreso appieno neanche io, ci viene narrato nella sua biografia. È qui che la conoscenza da “alunni” si evolve e, parola dopo parola, iniziamo a comprendere e conoscere “l’uomo” che per tutti questi anni ci ha seguiti e guidati.

Il professor Morelli è un professore del passato, che ha dovuto accompagnare e condurre i giovani figli dell’età contadina verso un’età progressista, tecnologica e sempre più depurata di ideali e valori. È un professore di un’epoca in cui le famiglie si rivolgevano con rispetto a questa figura istituzionale, “Il Signor Maestro/Professore”, di un’epoca in cui i ragazzi vedevano una persona da rispettare, in cui avere fiducia e da cui assorbire conoscenza, ma non solo. È il professore delle sgridate, quelle serie, quelle che poi, a casa, ti facevano passare un pranzo d’inferno con i genitori che non esitavano, non ribattevano e non vilipendevano la sua credibilità e professionalità contestando il suo operato. Genitori che se ti beccavi una scappellotto a scuola per aver mancato di rispetto al professore ti tiravano dietro una scopettata sulla testa, per aver dimostrato che in casa non erano stati in grado di darti un’educazione decente, ma che ti elogiavano con sincera felicità quando portavi a casa un buon voto perché sicuramente frutto di un duro lavoro.

Erano altri tempi e un’altra scuola. O forse altri genitori e altri insegnanti?

Noi, ex alunni più giovani, che abbiamo avuto la fortuna di avere il Professor Morelli sappiamo la differenza, perché l’abbiamo provata sulla nostra pelle. Abbiamo visto, provato e vissuto una scuola diversa, fatta da professori di vecchio e nuovo stampo, contemporaneamente. Professori “inutilmente buoni” e professori “onestamente buoni”, che sono due cose così diverse! Noi che abbiamo vissuto una scuola di “transizione”, una scuola che da centro formativo sembra essersi trasformato in un parcheggio per genitori troppo impegnati. Una scuola dalla doppia faccia, faccia che all’epoca non potevamo comprendere appieno ma che, oggi, parlando fra noi ringraziamo con tutte le nostre forze. Soprattutto quando ci rendiamo conto che, oltre a saper recitare ancora a memoria “A Silvia” (Leopardi) o “Il Sabato del Villaggio” (Leopardi), nelle nostre persone sono rimasti concetti più importanti della storia o dell’analisi del testo.

Sappiamo cosa significa il rispetto, cosa significa la fiducia, cosa significa una rimprovero, una sberla, un sorriso per il buon lavoro svolto, l’abnegazione e l’amore per il proprio lavoro, cosa significa affrontare una sconfitta, uno sbaglio con coraggio e testardaggine e una vittoria con umiltà e sicurezza.

Leggendo questa biografia si evince immediatamente il rigore morale di un uomo che, nonostante i cambiamenti della società, ha deciso di mantenere integro il suo metodo d’insegnamento, il cui unico scopo è sempre stato quello di mettere avanti a tutto e tutti i bambini e il loro futuro.

Allo stesso tempo, ciò che ci trasmette, è anche l’incredibile complessità di un lavoro che non consiste nella sterile trasmissione di concetti e nozioni, perché fare il “professore” non è semplicemente insegnare una tabellina o una poesia. Essere professore è sensibilità, è amore ed è rispetto, nulla che possano insegnare 10 anni in più di università.

Il Professor Morelli ha infatti iniziato la sua carriera subito dopo aver terminato le scuole superiori e conseguito la laurea mentre già si occupava dei suoi piccoli studenti, paradossalmente poco più giovani di lui. La sua capacità di comprenderli, aiutarli con piccoli gesti e attenzioni invisibili al resto del mondo ma evidenti per i diretti interessati, di accarezzare una bambina particolarmente timida o di sgridare senza alcuna pietà un giovanotto assolutamente discolo, perché in quel momento di “quello” il bambino aveva bisogno, ha fatto di quest’uomo uno dei professori più amati/odiati ma assolutamente rispettati e rimpianti (soprattutto ora che si sta godendo la sua più che meritata pensione) degli ultimi 50 anni.

Più volte nel libro, il Professore si sminuisce ringraziando la fortuna che lo ha aiutato a destreggiarsi in tante situazioni comiche, difficili, tragiche o divertenti ma, personalmente, anche prima di aver letto questo libro, sono sempre stata dell’opinione che, semplicemente, Giorgio Morelli sia IL professore. Non perché ogni mese prendeva una stipendio per stare dietro a una cattedra ma proprio perché incarna perfettamente la natura stessa del professore, non avrebbe potuto essere niente di diverso, è la sua natura.

Magari all’epoca di fronte a un compito difficile e dopo una sgridata con i fiocchi non riuscivo a comprendere e, come accade con i genitori, risultava facile arrabbiarsi e lamentarsi. Era facile giudicarlo “ingiusto” per un voto che non consideravamo abbastanza alto o per tutte quelle ore passate a studiare biografie d’autori.

Poi, come in tutte le cose, si cresce e si comincia a ripensare con affetto e obiettività a quelle sfuriate, dopotutto i nostri genitori non avevano torto: faceva davvero paura quando si arrabbiava! Ma quanto era divertente quando scherzava con noi? Quanto era dolce con il nostro compagno D. e con Andrea (†)? E quante volte si è mosso, da solo, per aiutare i nostri compagni che, in difficoltà ben più grosse di un compito non riuscito, avevano bisogno di una mano?

Ancora oggi, sentire i nostri genitori raccontare “del Morelli”, è sempre un argomento piacevole, a cena, perché questa volta possiamo unirci alla discussione e aggiungere anche le nostre esperienze. Vederli balbettare un po’, dal loro metro e novanta di fronte a lui, che tanto alto e imponente come loro non è mai stato, quando lo incontrano per il paese è sempre divertente. Ma oggi, che balbettiamo anche noi quando lo incontriamo, comprendiamo meglio e sappiamo che, in realtà, non è la paura a farli arrossire e abbassare un po’ gli occhi prima di sorridere e stringergli la mano ma, bensì, il grande rispetto, l’affetto e quel briciolo di soggezione che ci portiamo dietro quando incontriamo qualcuno che ha toccato così profondamente le nostre vite, aiutandoci  a sbocciare.

 

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2 risposte a “Insegnando s’impara di Giorgio Morelli”

  1. Debora ha detto:

    Bellissima recensione!!!!bella l'epoca in cui genitori e insegnanti collaboravano.. Oggi invece succede i genitori spalleggiano i figli peè poverini hanno troppo da studiare! e l'educazione e il lavoro che gli insegnanti fanno va tutto perso…tutto no ma molto..

    Parole di una giovane precaria supplente nelle scuole dell'infanzia. Ottimista nonostante le parole sopra ma consapevole che il lavoro no è da fare sui giovani, sui bambini ma sui genitori!(scusate forse ho allargato l'argomento ma a questo servono anche i libri…)

    • Nasreen ha detto:

      E' una recensione un po' particolare XD Alla fine è diventato uno sfogo, credo ^^ Ovvio che puoi allargare il discorso… dopotutto non hai detto nulla di OT ^___^

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