Io sono un gatto di Soseki Natsume

Soseki Natsume;

Sōseki Natsume (漱石夏目), nacque ad Edo (antico nome di Tokyo) nel 1867, ottavo figlio di un funzionario della Pubblica Amministrazione. In quel tempo, l’epoca Meiji (1868-1912), il Giappone viveva una grande transizione: soltanto pochi anni prima era iniziata l’apertura verso il mondo esterno che nel giro di pochissimo tempo sconvolse le principali strutture sociali ed economiche. Studiò inglese nell’Università Imperiale di Tokyo e successivamente, dopo essersi laureato nel 1893, si recò in Inghilterra dove rimase per tre anni, durante i quali approfondì lo studio della lingua e della letteratura inglese. Al suo ritorno in patria assunse la cattedra di Letteratura Inglese nell’Università Imperiale. Nel 1905 pubblicò il suo primo romanzo: Wagahai wa neko de aru (Io sono un gatto). Seguono, tra gli altri, Bocchan del 1906 e Sanshirô del 1908. Nel 1907 lasciò l’insegnamento universitario per assumere un incarico all’Asahi shinbun, il maggior quotidiano giapponese, e dedicarsi alla scrittura a tempo pieno. Nel 1914 pubblicò “Watakushi no kojinshugi” (Il mio individualismo) – influente saggio sulla valenza psicologica e sociale dell’autonomia intellettuale – e “Kokoro”(Il cuore delle cose), considerato il suo capolavoro nell’ambito della narrativa. Morì prematuramente di ulcera duodenale nel 1916 a 49 anni.

Il suo ritratto è stato stampato sulle banconote da 1.000 yen emesse dal 1984 fino al 2004, anno in cui è stato sostituito da quello del batteriologo Hideyo Noguchi.

Titolo: Io sono un gatto (isbn:978-8865590225 )
Autore:
Soseki Natsume
Edito da:BEAT
Prezzo: 9.00 euro
Genere: adult, Romanzo Contemporaneo
Pagine:  476pag.
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Trama: Il Novecento è appena iniziato in Giappone, e l’era Meiji sembra aver restituito onore e grandezza al paese facendone una nazione moderna. Per il gatto protagonista di queste pagine, però, un’oscura follia aleggia nell’aria, nel Giappone all’alba del XX secolo. Il nostro eroe vive, infatti, a casa di un professore che si cimenta in bizzarre imprese. Scrive prosa inglese infarcita di errori; recita canti nel gabinetto, tanto che i vicini lo hanno soprannominato il “maestro delle latrine”; accoglie esteti con gli occhiali cerchiati d’oro; spettegola della vita dissoluta di libertini e debosciati. Insomma, mostra a quale grado di insensatezza può giungere il genere umano in epoca moderna. Pubblicato per la prima volta nel 1905, “Io sono un gatto” non è soltanto un romanzo raro, che ha per protagonista un gatto, filosofo e scettico, che osserva distaccato un radicale mutamento epocale: è anche uno dei grandi libri della letteratura mondiale, la prima opera che inaugura il grande romanzo giapponese all’occidentale.

Recensione:

Recensione di Debora

Eccomi qui a cercare di descrivervi questo grande libro della letteratura giapponese. Ammetto di essere affascinata dal Giappone e da tutto ciò che lo riguarda, anche se sono abbastanza ignorante in merito. Posso dire di aver letto un numero esiguo di romanzi di scrittori e scrittrici giapponesi, ma al di là di questo non vado. Detto questo voglio consigliarvi di non iniziare da questo autore, se volete cimentarvi con scrittori giapponesi. Potreste essere attratti dalla copertina, e quindi, vedendo il gatto di spalle in primo piano, potreste pensare che si  tratta di un libro dove un animale racconta la sua vita assieme al padrone, strappandovi lacrime e risate. Ma questa è soltanto una piccolissima parte del libro; anzi direi il gatto è solo un pretesto per introdurci nel vero romanzo e nel suo vero scopo, che è quello di farci filosofeggiare e riflettere di conseguenza. Quindi attenzione! Alla larga chi non ama i discorsi troppo lunghi, dove un piccolo movimento può essere descritto in molte righe.

La cosa che più mi è saltata all’occhio è come in Io sono un gatto tutto risulti estremamente statico, e mi verrebbe da sottolineare questa parola in grassetto. Nulla si muove, solo il gatto in qualche sua esplorazione; tutto il resto è immobile, il padrone del gatto, protagonista del libro, lo vedo quasi sempre fermo (direi addirittura che me lo sono immaginata come un uomo dai movimenti molto lenti) a chiacchiarare e a spettegolare assieme ai suoi “compagni di salotto”. Anche i luoghi in cui si svolge la storia sono sempre molto circoscritti.
E’ veramente un’opera grandiosa, perchè l’autore trova il modo di discorrere di moltissimi argomenti; si parla, tra le altre cose, della dinamica dell’impiccagione e si trova il modo di riderci su; si parla anche di fatti più “scientifici”, che possono sembrare banali, come l’evoluzione del naso negli esseri umani. Molta importanza viene poi data all’esposizione da parte dei personaggi del libro, di usi e costumi della cultura e società occidentale, che viene largamente criticata, contrapposta a quella orientale, naturalmente considerata la più “giusta”, sia dal loro che dal mio punto di vista.
Scoperta interessante ricavata dal romanzo è la leggenda secondo cui la morte di Eschilo sarebbe dovuta ad una tartaruga, lasciata cadere, sulla sua testa calva, da un’aquila che volava sopra di lui.

Molto interessanti e necessarie le note alla fine del libro, che spiegano molte cose che non risulterebbero altrimenti chiare. Unica pecca è il fatto che ogni volta bisogna andare in fondo al libro e cercare la rispettiva nota. Sarebbe stato più funzionale averle a piè pagina.

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