It’s Christmas Time… Special Blog Tour #9

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Speciale

Baci sotto il vischio

il romanticismo a portata di borsetta… e non solo!

vischio


Mie care sognatrici, oggi, le due “romanticone” per eccellenza, Rorò e Simog,  non potevano lasciarsi sfuggire l’occasione di coinvolgervi in questo bel programmino natalizio: sognare insieme, attraverso alcune tra le coppie più belle e romantiche della letteratura romance, un Santo Natale un po’ speciale.
Questa volta, però, abbiamo ampliato la nostra scelta tra tutta le offerte delle case editrici e non solo quindi le uscite in edicola.
Facendovi i nostri migliori auguri di buone feste, vi “regaliamo” alcuni estratti di romanzi che hanno tutti una base comune: sono ambientati durante le feste natalizie e sono sicuramente magici, intensi, appassionati e… romantici.
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Dal romanzo L’ultima sorpresa di Lisa Kleypas: poche volte ho letto parole così appassionate e romantiche… 

La lettera era stata accartocciata e gettata nel caminetto. Le estremità erano bruciate, così i nomi all’inizio e alla fine del foglio erano stati mangiati dalle fiamme. Ma era rimasta una parte sufficientemente vergata con una grafia decisa per capire che si trattava effettivamente di una lettera d’amore. Quando Hannah lesse quelloletteradamore che c’era scritto sul foglio stracciato e annerito, fu costretta a voltarsi dall’altra parte per nascondere il tremito della sua mano:

… devo avvisarti che non sarà una lettera eloquente. Tuttavia sarà sincera, specie in virtù del fatto che non la leggerai mai. Ho sentito queste parole pesarmi nel petto, fino a che non mi sono stupito che un cuore potesse continuare a battere benché oppresso da un carico così gravoso.

Ti amo. Ti amo disperatamente, appassionatamente, teneramente, con tutto me stesso. Ti desidero in modi che, lo so, troveresti sconvolgenti. Amore mio, il tuo posto non è accanto a un uomo come me. In passato ho fatto cose che non approveresti, e le ho fatte un migliaio di volte. Ho condotto una vita di dissolutezza smodata. A quanto pare, sono altrettanto smodato nell’amore. Forse anche di più.

Voglio baciare ogni punto morbido del tuo corpo, farti arrossire e perdere i sensi, darti piacere fino a farti piangere e asciugare ogni tua lacrima con le mie labbra. Se solo sapessi quanto desidero assaporarti… Voglio prenderti con le mani e con la bocca e banchettare su di te. Voglio bere vino e miele da te.

Ti voglio sotto di me. Sdraiata sulla schiena.

baciMi dispiace. Meriti più rispetto di così. Ma non riesco a smettere di pensarci. Le tue braccia e le tue gambe intorno a me. La tua bocca, aperta ad accogliere i miei baci. Ho troppo bisogno di te. Una vita intera di notti trascorse tra le tue cosce non sarebbe sufficiente.

Voglio parlare con te per sempre. Ricordo ogni parola che mi hai detto. Se solo potessi visitarti come uno straniero che va in un paese sconosciuto, imparare la tua lingua, oltrepassare tutti i confini e raggiungere tutti i tuoi luoghi intimi e segreti, mi fermerei per sempre. Diventerei un tuo cittadino.

Dirai che è troppo presto perché io senta tutto questo. Mi chiederai come posso esserne così sicuro. Ma ci sono cose che non si misurano col tempo. Chiedimelo tra un’ora. Chiedimelo tra un mese. Tra un anno, tra dieci anni, tra una vita intera. Il modo in cui ti amo durerà al di là di ogni calendario, di ogni orologio, di ogni rintocco di qualsiasi campana che verrà mai fusa. Se solo tu…
E lì la lettera si interrompeva.

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Dal romanzo Amanti pericolosi di Lisa Marie Rice: una storia intensa, drammatica, un thriller  ricco di passione, due protagonisti indimenticabili Caroline e Jack. Parole particolarmente hot…

All’improvviso la mano di lui si serrò sulla sua spalla, e Caroline lo guardò con sorpresa. La luce delle fiamme danzava nei suoi occhi sotto forma di minuscoli puntini di luce. Di calore.
«Non so un accidente di come si giochi a scacchi, ma sicuramente mi piacerebbe imparare, così potrò lasciarti in mutande» le sussurrò, con un ruggito grave, puramente virile che le fece venire un formicolio lungo la schiena.
Solo così, il desiderio montò, come una scossa elettrica che poteva sentire fino alla punta delle dita di mani e piedi. Era un miracolo che non avesse i capelli ritti in testa, come uno di quei personaggi dei cartoni che infila un dito nella presa della corrente. Pensava che il vino avesse dato calore al suo organismo, ma non esistevano al mondo Borgogna in grado di competere con il calore degli occhi di Jack.
In tutto il corpo si espanse il tepore, concentrandosi nel seno e nella vagina, che era già bagnata. L’aveva a malapena toccata, non l’aveva nemmeno baciata, e il suo corpo si era già preparato per lui.

abbraccioE lui lo sapeva. Certo che lo sapeva. Niente sfuggiva a quegli occhi scuri pungenti.
«Ma allora,» sussurrò, spingendola con il braccio a raggomitolarsi contro di lui «forse non avrò bisogno di farti perdere a scacchi per lasciarti in mutande.»
Lui la sollevò e le coprì la bocca con la sua.
Il bacio fu lungo e languido, con la lingua che andava in profondità e accarezzava la sua, mentre al contempo la grossa mano le carezzava la gamba, dal fianco fino alla caviglia, e poi da capo.
Alla terza volta, la mano si infilò sotto l’elastico dei pantaloni della tuta per accarezzarle il sedere. Oh dio, era eccitante alla follia sentire la sua mano grossa, calda, sulla sua pelle, che l’accarezzava lentamente, spingendosi sempre più in basso finché non arrivava alla sua parte più sensibile, entrando appena dentro di lei con la punta del dito. Era già scivolosa, e sapeva che lui riusciva a sentire la sua eccitazione. Così come lei poteva sentire quella di lui, enorme e calda contro la sua pancia. Il suo dito si spinse più a fondo dentro di lei, e nel frattempo la lingua si insinuava più a fondo nella sua bocca. Riusciva appena a respirare per l’eccitazione, ma non faceva alcuna differenza. Lui stava respirando per lei, in un certo senso.
Il dito lungo entrò dentro di lei, accarezzando le pareti interne della sua vagina, con gesti lenti. Il pollice sfiorò il clitoride. Caroline ansimò nella bocca di lui, e lo sentì indurirsi. In un attimo, i pantaloni e le mutandine furono tolte. Si era accorta a malapena che l’aveva spogliata, tanto era presa dalla sua mano e dalla sua bocca.
Un attimo prima aveva indosso i morbidi pantaloni della tuta e un attimo dopo sentiva il calore del fuoco sul fondoschiena. In qualche modo l’aveva svestita, anche se non riusciva a capire come, visto che non aveva smesso di toccarla.
«Fammi andare piano» sussurrò nella sua bocca, mentre lei si sollevava sopra di lui. In un attimo gli si era messa a cavalcioni, con le labbra del suo sesso aperte sopra quella colonna lunga, spessa, calda. «Infilatelo dentro.»
«Okay» rispose con un sussurro.
Era così eccitato che le riuscì difficile allontanare il pene dallo stomaco e dovette sollevarsi sulle ginocchia per posizionarsi contro la punta. La fece scivolare contro di sé, mettendosi alla prova, e lo sentì espirare con forza nella sua bocca.
Lui liberò la bocca e batté piano la fronte contro quella di lei. Lei teneva il pene e si muoveva in senso circolare intorno alla punta, sentendolo gonfiare contro le sue dita e contro i tessuti del suo sesso.
«Oh, dio,» disse, con voce tremante «fallo di nuovo.»
Stava sudando leggermente. Una goccia di sudore scivolò dalla tempia lungo lo zigomo alto, fino alla mascella, dovepassione tremò appena e sparì nella massa folta di peli che gli copriva il petto.
Non faceva molto caldo. Quello che lo faceva tremare e sudare era l’autocontrollo che stava impiegando, lasciando segnare il ritmo a lei.
Non la stava toccando di proposito, aveva le mani serrate a pugno sul divano, con le nocche sbiancate come se non si fidasse a usare le mani.
Caroline ruotò i fianchi, scendendo appena per farlo entrare forse di un centimetro, poi risalendo per staccarsi. Lui emise un suono grave, profondo nella gola, ma non si mosse. Era così caldo che poteva quasi vedere il vapore fuoriuscire da lui; aveva il respiro pesante, era così eccitato che il pene tra le sue mani era come una barra di acciaio, ma le stava ancora lasciando condurre il gioco.
Scese un’altra volta verso di lui, un altro gemito, e lui reclinò la testa all’indietro sopra il divano, con gli occhi chiusi.
Il controllo visibile che stava esercitando su sé stesso era così eccitante che lei sentì un flusso di umore ingrossarsi dentro di sé. Una goccia scivolò lungo il suo pene, e lui rabbrividì.
«Ora. Ti prego.» La voce era bassa e gutturale.
Sì. Ora.
Tenendolo dalla base spessa, Caroline si abbassò lentamente per farlo entrare, sentendolo scivolare dentro di lei, prima la punta grossa, poi la lunga colonna. Quando si fermò, lui era incastrato completamente dentro di lei, e lei sentì i peli folti e ispidi del suo pube contro la pelle sensibile dell’interno delle sue cosce.
Mentre lo sentiva scivolare lentamente dentro di sé, aveva chiuso gli occhi, per assaporare la sensazione. Poi li aprì per ritrovare quelli di lui che la fissavano, ardenti. Guardandoli, si piegò in avanti e poggiò i fianchi lievemente sui suoi. Nel suo volto tutto era severo, dagli sfregi brutali sugli zigomi alla mascella dura, squadrata, le narici appena dilatate. Tutto a parte la bocca, che sembrava così dura e allo stesso tempo era così morbida a contatto con la sua.
Girando la testa, aprì la bocca di lui con la propria, esplorandola con la lingua. Al primo tocco della sua lingua, lui emise un gemito profondo dal petto, e il pene guizzò dentro di lei, gonfiandosi e ingrandendosi fino all’incredibile.
Oh, dio, era una cosa così seducente!
Jack Prescott era l’uomo più forte che avesse mai incontrato, mai visto. Portava con sé un’aura di potere, forte e solida. Dal punto di vista fisico non era affatto alla sua altezza, eppure proprio adesso si sentiva molto più potente di lui.
Si sentiva la regina dell’universo, con un guerriero da comandare, con quel corpo possente che vibrava sotto il suo, pronto a eseguire i suoi ordirti.
Gli carezzò di nuovo la lingua, e quando si mosse dentro di lei, fece pressione su di lui in un modo che somigliava a un colpo. Il respiro di lui fuoriuscì in un’esplosione muta.

passione1«Ti piace?» Caroline insinuò le mani tra i capelli neri, arrotolandoseli un po’ tra le dita per tirarli. Non abbastanza da fargli male ma abbastanza da fargli sentire la puntura.
La sorprendeva sempre sentire quanto fossero caldi i suoi capelli, dato che avevano il colore della notte.
«Dio, sì» mormorò, con tono gutturale.
«E questo?» Si sollevò un po’ sulle ginocchia, facendolo scivolare appena fuori da lei, poi scivolò di nuovo giù, usando tutto il suo peso. «Ti piace questo?»
«Sì. Oh, sì.» Stava ansimando e sudando, con le mascelle serrate nello sforzo di mantenere l’autocontrollo.
Caroline aveva intenzione di torturarlo un po’, esplorare questa sensazione di potere su di lui che era così allettante, anche se sapeva molto bene che era un potere che lui cedeva volontariamente. Eppure, era inebriante.
Ma il suo piano stava iniziando a ritorcersi contro di lei. Dei lievi tremori le percorrevano l’interno delle cosce, la sua vagina si contrasse una volta, due. La caduta libera verso l’orgasmo aveva inizio, e lei non aveva neppure iniziato a godersi quella sensazione di potere.
Non importava, il suo corpo stava prendendo il potere.
Andò su, poi giù, e lo sentì tremare. Stava tremando anche lei. «E questo?» sussurrò, guardando lui che guardava lei. Si sentiva come se stesse cadendo negli abissi oscuri dei suoi occhi.
«Caroline, non posso… mi spiace, devo…»
Le mani che aveva serrato a pugno sul divano si avvicinarono e si assestarono sui suoi fianchi, tenendola ferma mentre spingeva verso l’alto dentro di lei, con forza.
Lei trasalì, e lui si fermò, ansimando. Le sue mani grandi si aprirono, lasciandola andare. Ansimò. «Non voglio farticuore male.»
Avrebbe dovuto farlo da sola.
Caroline si chinò in avanti, tenendosi al collo di lui con le mani per fare leva, e cominciò una danza lenta su di lui, con colpi lunghi, oziosi, mentre gli mordicchiava il lobo dell’orecchio delicatamente.
Il tremore aumentò, ci era molto vicina…
Jack girò la testa e le prese la bocca con la sua, muovendo i fianchi quel poco che bastava per assecondare il suo ritmo. Dentro e fuori…
Accelerò i colpi e lei gli venne incontro, alzandosi e abbassandosi su di lui, un’ondata di calore, poi un’altra, e a un tratto lei venne, spremendolo con contrazioni forti, energiche, così intense da far male, quasi.
Anche lui venne, con una forte scossa, i fiotti di seme così forti che prolungavano l’orgasmo. Gemevano l’uno nella bocca dell’altro, e a Caroline sembrò di respirare attraverso di lui.
Le ci volle un bel po’ di tempo per rilassarsi, alla fine, ma quando la tensione finalmente abbandonò il suo corpo, si rannicchiò, piegata in avanti, accoccolando la testa sulla spalla di lui.
Come sempre, l’aveva ancora duro dentro di lei, perfino dopo l’orgasmo.
Lei rimase immobile. Qualsiasi movimento di lui dentro di lei avrebbe graffiato la sua pelle ultra sensibile, sul filo di un’eccitazione così forte da far male.

abbraccio2Lui capì, in qualche modo. Non si mosse, non cercò di spingere, non provò a ricominciare a fare l’amore. L’unica cosa che fece fu allungare la mano per prendere la coperta afgana gettata sul dorso del divano e avvolgerla con quella gentilmente, poi cingerle la schiena con le sue braccia.
Lei si sistemò meglio addosso a lui, rilassata e al caldo.
Anche se Caroline era stordita dal piacere, era perfettamente consapevole di ogni cosa. Gli odori pungenti del sesso che si mescolavano a quello ricco della legna bruciata. Il suo seno e il suo ventre si strofinavano contro i muscoli rigidi, ispidi di peli del suo petto e dello stomaco ogni volta che respiravano. I suoi capelli morbidi le solleticavano la guancia. Il sapore di sale nelle labbra.
Soprattutto, era consapevole di un’emozione gigantesca che si gonfiava dentro di lei, grande, luminosa e nuova.
Le ci vollero parecchi minuti prima di rendersi conto che era felicità.

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Dal romanzo Mentre fuori nevica di Sarah Morgan: Jackson O’Neil intende regalare alla sua Kayla nuovi indimenticabili ricordi d’amore.

Jackson prese il telecomando e spense la tv. L’unica luce nello chalet era quella del fuoco, insieme al bagliore argenteo della luna che si rifletteva sulla neve. Quando guardò negli occhi azzurri, Kayla ebbe un tuffo allo stomaco. Vide passione. Decisione. E qualcosa che non riconobbe. Provò un fremito al ventre insieme ad altre sensazioni più intense di qualunque altra sensazione avesse mai provato. Le danzavano sulla pelle e si fondevano con lei, le scorrevano nelle vene e le indebolivano le membra, finché non fu felice di essere distesa. Avrebbe dovuto avvisarlo che non era brava? Che cosa si aspettava esattamente? Lo capì un attimo dopo, quando si scostò da lei e la baciò lungo tutto il corpo, la lingua che tracciava una linea sensuale che la fece fremere per il piacere e l’impazienza. Fece scivolare una mano sotto una coscia, le piegò il ginocchio e si fece strada verso di lei. Il corpo nudo di Kayla era scaldato dal fuoco e illuminato dalla luna, ma non ebbe il tempo di provare imbarazzo, perché Jackson l’aveva già dischiusa, la bocca su di lei, la lingua che percorreva la pelle sensibile con mosse esperte. Kayla gemette e cercò di spostarsi, ma lui la teneva ferma, una mano forte sul fianco per impedirle di muoversi, l’altra che la riempiva con una pressione deliziosa mentre si prendeva quello che voleva. E quello che voleva era lei, e usò la bocca, abile e calda, finché Kayla non provò i primi spasmi. Si ritirò subito, gli occhi che brillavano mentre scivolava via da lei.
«Jackson…»
«Voglio entrare dentro di te. Quando verrai, voglio sentirlo. Tutto. Tutta.»
L’intensità, la disperazione, le erano sconosciute. Attraverso la confusione di quell’eccitazione quasi dolorosa, Kayla provò una debole fitta di panico.
«È soltanto sesso, Jackson.» Si sforzò di formare una frase coerente. «Dimmi che lo sai anche tu che è soltanto sesso.»
«Piantala di parlare…» Le prese il viso nelle mani e le posò la bocca sulla sua, in un bacio avido ed eccitato, la lingua che scivolava abile in un preludio erotico di ciò che sarebbe seguito. E lei ricambiò il bacio. Sentì i pensieri svanire ai bordi della mente, ma conservò il controllo abbastanza a lungo da mettergli una mano con decisione sul petto.
Lui si fermò e distolse la bocca da lei a fatica. «Stai… è un no?»
«No.» La voce di Kayla era roca come la sua. «Cioè, non è un no.» Capì che lui si sforzava di trattenersi. I muscoli della schiena guizzavano, la mascella era tesa, mentre cercavano di avere una conversazione lucida, quando quello che desideravano entrambi era soltanto terminare ciò che avevano iniziato.
«Kayla…»
«Non credo in Babbo Natale, ma credo nel sesso sicuro.»
Il silenzio scese fra loro.
Lui sorresse il suo sguardo per un attimo, poi imprecò piano fra i denti. «Sì… io…» Scosse la testa per schiarirsi le idee, si scostò da lei e cercò i vestiti che si era tolto.
Il senso di perdita la sconvolse.
Provò una delusione sorda, seguita da un desiderio disperato di riportarlo da lei. Poi capì che non si stava vestendo. Stava prendendo qualcosa dalla tasca dei jeans.
Quando vide il preservativo, Kayla scoppiò in una risata che era un misto di nervoso e sollievo. «Veniva con la pizza?»
«Veniva con me.»
«Tu… perché?»
«Ho pensato che se ti fossi stufata di mangiare pizza e parlare di lavoro, avremmo potuto cementare le relazioni fra Stati Uniti e Inghilterra.» La bocca fu di nuovo sul suo collo, la lingua sulla sua pelle, che la assaggiava. «Secondo te come ce la caviamo?»
Non sapeva se essere sconvolta o ridere di sollievo. «Credo che sarà un’alleanza pazzesca.»
«Concordo.» Si abbassò sopra di lei, tutto muscoli lucidi e forza trattenuta. Lei gli affondò le dita nella schiena, sentì la spinta contro di sé e gli avvolse le gambe intorno, tirandolo più vicino. Avrebbe potuto avere freddo, nuda com’era al centro di quel panorama invernale, e invece era bollente, più calda di quanto non fosse mai stata, distesa davanti al calore del fuoco e premuta contro la sua pelle rovente. Il bisogno crebbe in lei, forte, potente e risoluto, e Kayla sollevò i fianchi mentre lui si spingeva dentro di lei, riecheggiando il suo ringhio sordo con un debole grido di piacere ogni volta che una spinta decisa e vellutata lo portava più in profondità. Il corpo di Kayla si tese intorno a lui e per un attimo le sembrò troppo – la pressione, l’intimità – e si chiese se lui l’avesse capito, perché abbassò la bocca sulla sua, la baciò, lentamente e intensamente, fino a quando lei non provò altro che il bisogno di quel che stavano facendo, il bisogno di lui.
Forse Jackson voleva che fosse lento, ma non andò così. Erano entrambi troppo disperati, troppo avidi. La sua mano era fra i capelli di Kayla, la sua bocca sopra la sua, mentre si muovevano insieme in un ritmo al tempo stesso sfrenato e primitivo. Lei era arrossata, febbricitante, travolta da un calore che non aveva nulla a che vedere con le fiamme che guizzavano nel camino, e a ogni spinta del suo corpo il piacere aumentava sempre di più, fino a quando ogni parte di lei si tese e Kayla rimase in equilibrio su quel confine pericoloso, trattenuta lì dall’abilità di Jackson e dal proprio soverchiante bisogno di non perdere il controllo. Ma lo perse, ovviamente, perché lui la spinse oltre quel confine e lei cadde giù, rotolando, le contrazioni del suo corpo che si stringevano su di lui, trascinandolo con sé. A Jackson sfuggì un gemito sordo, un suono roco, e poi la stava baciando di nuovo e continuò a baciarla per tutto il tempo.
E quando la tempesta passò, la realtà riprese a filtrare nel suo cervello.
L’ambiente intorno a lei, che era svanito dalla sua coscienza, tornò a farsi vedere e per la prima volta Kayla si rese conto che erano entrambi nudi, circondati da vetrate che arrivavano fino al soffitto.
Fuori però c’era soltanto il bianco silenzio della foresta che li osservava, gli alberi come unici testimoni della loro passione incontrollata. Era come essere distesi in una radura nella foresta, bagnati nella luce argentea dell’inverno con solo il bagliore rossastro del fuoco a scaldarli.
Era il momento più bello – perfetto – della sua vita e le vennero in mente le parole di Elizabeth.
Ti trascina via e ti toglie il fiato e tu sai che qualunque cosa succederà in futuro, ti ricorderai di quel momento per sempre. Sarà sempre lì, vivo dentro di te, e nessuno potrà portartelo via.
Sapeva che quello era uno di quei momenti. Ma sapeva anche, meglio di chiunque altro, che i momenti perfetti non durano. E più erano perfetti, più era doloroso affrontare il vuoto che seguiva.
Non appena se ne ricordò, cercò di allontanarsi da lui, ma Jackson rotolò sulla schiena e li coprì entrambi con la morbida coperta che era sopra il divano, il braccio che la stringeva in una presa possessiva.
«Hai abbastanza caldo?»
«Sì…» Dentro però aveva freddo, perché non era abituata a quella sensazione.
Rimasero distesi in silenzio, a guardare i fiocchi di neve che fluttuavano pigri dietro le finestre, ricoprendo gli alberi con un luminoso mantello di un bianco accecante.
«Hai sempre odiato il Natale?»
Avrebbe potuto mentire. Avrebbe potuto fare in modo che la loro relazione restasse solo sul piano fisico, ma sapeva che erano già andati oltre, e questo la terrorizzava, perché se c’era un uomo completamente sbagliato per lei, quello era Jackson. Jackson, con la sua grande famiglia affettuosa e la sua forza incrollabile e i suoi valori. Era un uomo che meritava la verità. Non poteva dargli nient’altro, ma quella sì.
«No, un tempo amavo il Natale. Era il mio periodo preferito.» Parlò piano, come se la sua voce potesse in qualche modo disturbare la pace magnifica del bosco. «Mio padre viaggiava spesso per lavoro, ma faceva sempre in modo di essere a casa per le vacanze. Io non vedevo l’ora. Come molte famiglie, avevamo anche noi i nostri rituali.»
Lui la strinse di più. «Per esempio?»
«Andavamo nel bosco a scegliere un albero, poi lo decoravamo insieme…» Rivide la famiglia dei primi tempi. Rievocare la loro gioia e l’eccitazione risvegliò ricordi al tempo stesso vividi e tristi. «Mio padre reggeva la scatola degli addobbi e io li disponevo sull’abete, e lui pensava ai rami più alti dove io non arrivavo.»
Rimase sdraiata, tesa, incapace di rilassarsi. «La vigilia di Natale, io appendevo la mia calza. Ero sempre troppo eccitata per dormire. Non per i regali, anche se li adoravo, ma perché eravamo insieme. Niente telefonate di lavoro. Niente viaggi d’affari. Tempo per la famiglia. Il nostro Natale è sempre stato così, ogni anno, fino ai miei tredici anni.» Si scostò da lui, si sedette e si prese le ginocchia fra le braccia, fissando il fuoco.
«Che cosa è successo?»
«Sembrava il solito Natale. Non c’erano indizi che sarebbe andata diversamente. Quel mattino sono scesa al piano di sotto e ho trovato i miei genitori al tavolo della colazione, che bevevano caffè. Fin qui niente di strano. Mi dissero di aprire la calza. Con voce allegra, senza lasciar trapelare nulla. Apri la calza, Kayla. Guarda che cosa ti ha portato Babbo Natale. Non che credessi in Babbo Natale, ovviamente, ma era un altro dei nostri rituali. Lasciavamo una carota per le renne. Mio padre ci faceva perfino i segni dei denti. A quattro anni ci credevo e crescendo divenne uno scherzo di famiglia.» Aveva il respiro affannato e lo sentì imprecare piano e poi il calore della coperta sulla pelle nuda, mentre lui gliela avvolgeva intorno alle spalle e la attirava di nuovo fra le braccia. La tenne così, stretta e vicina, finché il cuore di Kayla non rallentò e il calore di Jackson divenne anche il suo. Era un’intimità tutta nuova.
Fuori aveva iniziato a nevicare abbondantemente, i fiocchi che cadevano fitti e scendevano dietro il vetro, come se il cielo piangesse per solidarietà. I ricordi la divoravano dentro e le graffiavano la pelle.
«Aspettarono finché non furono aperti tutti i regali. Ero circondata dalla carta dei pacchetti e dalla felicità del Natale e a quel punto…» Si interruppe, respirò. «A quel punto papà mi disse che non avremmo più vissuto insieme. Che non saremmo più stati una famiglia. Poi si alzò e se ne andò. Aveva un’altra donna e voleva trascorrere il Natale con lei.»
Silenzio.
Jackson non parlò, non le chiese niente, ma la strinse più forte.
«Mia madre lo sapeva. Nel caos che seguì si lasciò sfuggire che si erano sposati perché lei era incinta e i genitori di entrambi avevano insistito. Ci avevano provato, finché lui non aveva conosciuto un’altra e dopo un po’ non aveva più potuto recitare la commedia.» Kayla aveva la testa sul petto di Jackson, la guancia premuta contro di lui. «Ho sentito tanti racconti sui genitori che divorziano e quasi sempre c’erano litigi e piatti rotti. Una ragazza con cui lavoravo disse di aver tirato un sospiro di sollievo quando i genitori si separarono, perché le sembrava di vivere in una zona di guerra. Per me non era così. I miei genitori non litigavano mai. Credevo che fosse perché eravamo felici, invece era perché si vedevano con altre persone. Avevano deciso di restare insieme per causa mia. Un attimo prima le cose sembravano perfette e l’attimo dopo era finito tutto. Niente litigi. Niente piatti rotti. L’unica cosa rotta ero io.»
Jackson si spostò e le mise la mano sulla schiena, dolce e protettiva. «Non sei rotta, tesoro. Sei forte e tutta intera.»
«Penserai che cose del genere succedono in continuazione. Che è l’ennesima storia triste di un matrimonio che non è durato. Lui però non aveva soltanto un’altra donna.» Kayla parlò piano. «Aveva una famiglia. Due figlie gemelle. I suoi “viaggi” non erano viaggi. Viveva con loro per la maggior parte della settimana. Andò da loro quel giorno, dopo aver aperto i regali. Era surreale. C’erano l’albero e il mucchio di pacchetti. In apparenza sembrava un Natale normale. Ma mio padre era scomparso.»
«Aveva un’altra famiglia?» Il suo tono si indurì. «Che razza di codardo fa una cosa del genere?»
«Quella sera sono scappata. Patetico, lo so, ma pensavo che tanto a loro non importasse. Probabilmente speravo che venissero a cercarmi, che si rendessero conto di quanto ero sconvolta e tornassero insieme. Avevo tredici anni ed ero disperata. È stato allora che ho capito che il lieto fine non esiste.»
«Dove sei andata?»
«Sono rimasta seduta a Trafalgar Square. Avevo dimenticato il cappotto e non avevo soldi. Per fortuna un poliziotto mi ha vista e mi ha portata alla stazione di polizia. Mi hanno dato una cioccolata calda e una coperta e mi hanno abbracciata mentre piangevo. Poi hanno telefonato ai miei genitori. Mio padre se n’era già andato, ovviamente, quindi è stata mia mamma a venire a prendermi. Era furiosa con me.» Fece scivolare le dita sul petto di Jackson. «Da allora, ho iniziato a fare la testa matta. Lei non riusciva a gestirmi, così mi mandarono in collegio. All’inizio tornavo a casa per le vacanze, ma la nuova moglie di papà non voleva un’adolescente fra i piedi. E per come la vedeva lei, aveva già condiviso mio padre fin troppo a lungo. Lui si sentiva in colpa quando mi guardava e mia madre aveva un’altra relazione e faceva tutto quello che a quanto pareva si era persa quando aveva rinunciato alla sua vita per avere me. Il Natale per loro divenne un misto di senso di colpa e di dovere, e per me erano giorni di disagio angosciante. Erano anni che la mia matrigna aspettava di avere papà tutto per sé. Voleva un Natale da sogno con la sua nuova famiglia e l’eredità dello sbaglio di papà non poteva farne parte. Io ero un’estranea.»
Jackson imprecò, senza smettere di stringerla. «Walter ha usato questa parola l’altra sera. Ecco perché eri sconvolta.»
«In parte. Ha fatto scattare qualcosa, ma tuo nonno aveva ragione: io sono un’estranea. È la mia specialità.»
«Kayla…»
«A dire il vero preferisco così. Gestisco io la mia vita. Sono felice. Sono orgogliosa di quello che sono diventata e mi piace quello che possiedo. È solo a Natale che è dura. A Natale è come restare fuori da una festa a cui non sei stata invitata, sapendo che tutti gli altri sono dentro a divertirsi.» Si scostò da lui e si distese sulla schiena, a fissare il soffitto svettante. «In questo periodo per qualche motivo le emozioni sono più intense. Sembra che tutti gli altri abbiano qualcuno, anche se sai che non è così.»
«Non vedi mai tua madre?»
«Si è trasferita in Nuova Zelanda.»
«Non vai a trovarla?»
«Ci sono stata una volta, qualche anno fa. Non saprei dire per chi delle due è stato più doloroso. Io sono solo il ricordo di una parte della sua vita che preferirebbe dimenticare. E mio padre si sente in colpa non appena mi vede.» Si voltò a guardarlo e gli rivolse un sorriso storto. «Sono brava a distruggere un’atmosfera romantica, eh?»
«Siamo nudi davanti al fuoco e fuori nevica.» La sua voce era roca, e la attirò di nuovo contro di sé, stringendola forte. «Questo non puoi distruggerlo.»
Kayla rimase in silenzio per qualche istante, consapevole che quello che gli aveva detto aveva cambiato le cose.
Fra loro adesso c’era l’intimità di chi condivide il proprio corpo e l’intimità di chi condivide segreti profondi. Quest’ultima era una novità per lei e non avrebbe saputo dire come si sentiva.
«Non dovremmo controllare Maple?»
«Sta dormendo. Spende così tante energie di giorno che di notte crolla. Non si sveglierà prima di domattina.»
«Ma è in camera.»
Lui le passò le dita fra i capelli. «C’è un altro letto.»
Aveva intenzione di dormire lì?
Kayla non aveva mai trascorso tutta la notte con un uomo, ma lui era già in piedi e la tirava su.
Kayla sentì crescere un’ondata di panico. «Che cosa fai?»
Jackson le prese con dolcezza il viso fra le mani e la baciò. «È arrivato il momento che qualcuno ti regali dei nuovi ricordi natalizi.»

Dal romanzo Meno cinque alla felicità! di Viriginia Bramati: perché amare vuol dire anche ridere, una storia ricca di ironia, neve e un pranzo Natalizio in perfetto stile italiano.

L’accoglienza alla trattoria è trionfale.
Lascio l’allegra brigata alle mille domande di mia mamma e della signora Tina, e di tutti gli ospiti appena giunti per il pranzo (Speranza e Ambrogio Brambilla in prima linea).
E ora finalmente vado a cambiarmi.
Ho deciso che indosserò l’abito nero con la gonna svasata e le grandi tasche applicate che ho acquistato da Bloomingdale’s in previsione della cena al Le Cirque. Voglio essere bellissima.
Ho i capelli castani, sì, ma è un castano rossiccio a cui il nero dona molto. Inoltre, grazie alle svariate ore nella palestra newyorkese (rifugio delle single e delle male appaiate), l’abito mi cade alla perfezione.
La frattura (per composta che sia) rende spogliarsi, lavarsi, vestirsi e truccarsi (con la mano sinistra e cercando di fare attenzione all’ematoma) decisamente complicato, perciò ci metto parecchio a prepararmi. Ma l’eccitazione che mi attraversa fa diventare tutto persino divertente e mi ritrovo a fischiettare We Wish You a Merry Christmas mentre abbondo con il correttore.
Poi allo specchio mi piaccio anche. Gli occhi, grazie al trucco, sono molto migliorati e il contorno di matita scura l’Oréal li rende ancora più grandi e, se possibile, ancora più nocciola. Sul naso tante piccole efelidi dello stesso colore.
Allora buon Natale, Costanza.
«Buon Natale, papà.»
Si respira profumo di felicità in questa stanza…
«È proprio così» ammetto e la parola felicità diventa una cosa concreta, una presenza che irradia luce. «Dopo tutte queste emozioni, ora mi sento il cuore leggero come se si fosse improvvisamente dilatato.»
C’era una cosa che dicevi sempre da bambina quando andavamo al mare, ti ricordi? Appena dalla curva della Francesca scorgevi il golfo di Bonassola esclamavi: «Papà, ho il cuore che mi vola via dalla felicità».
Non me lo ricordavo più! A riprova che i genitori spesso conservano i tuoi ricordi in vece tua.
«Proprio così, anche oggi il cuore mi sta volando via dalla felicità! Sarai soddisfatto ora che, grazie ai vostri maneggi, potrei aver trovato un Per Sempre» scherzo ma fino a un certo punto.
Mi guardo alla specchio – l’ematoma si è molto ridotto e la benda è ben nascosta fra i miei (tanti) capelli mossi – e scopro che ho gli occhi e la pelle particolarmente luminosi, e che non riesco a smettere di sorridere.
Sì, sembra proprio che tu finalmente l’abbia trovato, bambina mia, ora possiamo dirci soddisfatti.
«Già» commento continuando serena a fischiettare, mentre cerco un libro in mezzo ai mille che affollano la mia camera. Un libro speciale. Un libro da regalare.
Poi però qualcosa stona: forse la voce via via più flebile o un che di definitivo nel tono delle sue ultime parole.
Mi blocco di colpo, presa da un timore.
«Papà?»
Sì?
«Papà, te ne stai andando… vero?»
Sì, tesoro. Sì, la voce ora è un sussurro lontano.
«Mi mancherai, papà… mi mancherai moltissimo», e lui non è già più qui con me.
Oh, se mi mancherà! Al momento credo di non essere neanche in grado di capire quanto. Il dolore monta, insopportabile, e adesso vorrei solo stare fra le braccia di Andrej per farmi consolare, invece devo scendere e affrontare il Natale di casa Moretti, come avrebbe voluto papà. Mi siedo sul bordo del letto e mi concedo un lungo pianto.
E con le lacrime arriva già il primo rimpianto: solo ora mi rendo conto di non aver più chiesto alla Roccia qual era poi la sua missione e se, alla fine, è riuscito a portarla a compimento.

Quando (dopo essermi lavata di nuovo il viso e ritruccata) scendo nella sala da pranzo, trovo la solita confusione di carta colorata, nastri e bambini tipica di ogni Natale ma moltiplicata per undici, dato che tutta la famiglia Brioschi è qui e i loro nove ragazzini scatenati si sommano ai nostri – una squadra di calcio in miniatura con regolamentari genitori vocianti di supporto. I regali vengono aperti con rumore stordente sotto la supervisione di Alberto. La stanza è tutta un nugolo di ragazzini che tira nastri, strappa confezioni e in un gioioso coro commenta ogni regalo.
Come se non bastasse, ci si mettono anche le oche, che qualcuno ha agghindato con meravigliosi nastri rossi forniti di grandi gale. Le guardo e mi stanno quasi simpatiche. Quasi.
In cucina, intanto, ormai è tutto pronto e l’attività ha raggiunto ritmi frenetici. I coloratissimi canapè, ai salumi, ai gamberetti, al salmone e (meraviglia!) anche al caviale “esportato” da Antonio, rivestono gran parte del tavolo, ricordando un quadro di Mondrian ma molto, molto più goloso. Il profumo dei capponi arrosto che si diffonde dal grande forno mi spinge a chiedere conferma che il ripieno sia il nostro classico.
«Sì, castagne e salsiccia» mi risponde la custode dei forni.oche
I filoni di pane e le focacce arricchiti di vari, meravigliosi, ingredienti – tutti appena sfornati e ancora caldi e fragranti – sono pronti sui taglieri.
Le tre preziose salame da sugo ferraresi stanno sobbollendo da questa mattina alle cinque nei grandi pentoloni, legate e sollevate da un bastone per non intaccarne la delicata preziosità. Le patate che diventeranno il purè sono state fatte bollire con rosmarino e scalogno e ora sono tenute in caldo, e fra le varie insalate riconosco la mia preferita (indivia, pere e pinoli).
Una cosa so per certo: a papà questo Natale sarebbe piaciuto moltissimo.
Andrej si avvicina da dietro intrecciando le sue braccia con le mie e posandomi un bacio nell’incavo del collo che per poco non mi fa vacillare. Poi, facendomi voltare verso di lui, sussurra: «Costanza, sei bellissima, e lascia che ti dica che hai delle gambe veramente notevoli», facendomi sorridere. Poi, però, scostandosi mi solleva il mento con due dita: «Hai pianto» ed è un’affermazione, non una domanda. La voce è velata di preoccupazione.
È l’unico ad averlo notato.
«Sì, ma è stato un momento di commozione passeggera.»
«Bene.» Ma subito indaga: «E questo momento di commozione ha forse a che vedere con il Non Vincolante?».
«No, assolutamente no» e mi viene da ridere al pensiero che Andrej possa essere geloso della mia “storia newyorkese”. Con tutto quello che è successo nel frattempo come fa a ricordarsi ancora di Pierluigi?!
E allora sorride anche lui, mi afferra la mano e mi trascina fuori sulla soglia della trattoria.
«Guarda» esclama, «siamo sotto il vischio!»
Eh già, siamo sotto il vischio.
Andrej, abbracciandomi con la solita tenera attenzione, si china a mormorarmi sulle labbra: «Una tradizione è una tradizione… un peccato non rispettarla», poi mi toglie il respiro con un nuovo bacio.
Un bacio lento e avvolgente. Mi ritrovo a occhi chiusi stretta a lui, la sua guancia appoggiata alla mia. Ok, io rimango qui. Per sempre. Voi andate pure.
È un momento perfetto.

È giunto il momento di correre a cercare un pezzettino di vischio sotto cui baciare la nostra dolce metà. Io e Simo vi lasciamo con la canzone più romantica con cui scartare il regalo più bello: l’amore ♥

TANTI AUGURI DI BUON NATALE

Tappe di “It’s Christmas Time…”

  1. 8/12 – It’s Christmas Time #1… TOP Libri 2015
  2. 9/12 – It’s Christmas Time #2… Anteprime Natalizie
  3. 10/12 – It’s Christmas Time #3… Recensione “Le cinque Leggende”
  4. 11/12 – IIt’s Christmas Time #4… Recensione “Let it Snow: Innamorarsi sotto la neve”
  5. 12/12 – It’s Christmas Time #5… Anteprime Natalizie
  6. 13/12 – It’s Christmas Time #6… FLOP libri 2015
  7. 14/12 – It’s Christmas Time #7… Natale a Berlino!
  8. 15/12 – It’s Christmas Time #8… Anteprime Natalizie
  9. 16/12 – It’s Christmas Time #9… Speciale Lovers Corner’s
  10. 17/12 – Just arrived
  11. 18/12 – Just arrived
  12. 19/12 – Just arrived
  13. 20/12 – Just arrived
  14. 21/12 – Just arrived
  15. 22/12 – Just arrived
  16. 23/12 – Just arrived
  17. 24/12 – Just arrived
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