Le tre regole del punto di vista

Le tre regole del punto di vista

Guardate le vostre mani. Sì, quelle cose che stanno in fondo alle braccia e che avete usato per navigare fino a questo articolo. Giratele e osservate bene il dorso e il palmo. Fatto? Bene. Ora guardatevi intorno e provate a descrivere, con poche parole, quello che vedete. Prendetevi il tempo che vi serve, ma non troppo: vogliamo fare una cosa veloce qui.

Va bene, adesso concentratevi su voi stessi e sulle vostre sensazioni. Come vi sentite? Di che umore siete? C’è qualche doloretto o fastidio che vi irrita? Vi piace dove siete in questo momento o vorreste essere altrove, magari a fare qualcos’altro? Provate, anche qui, a descrivere in poche parole quello che provate.

Quello che avete esaminato finora è il vostro punto di vista. Se doveste descrivere la vostra giornata, come si faceva nei temi delle elementari, lo usereste per raccontare quello che avete visto, le sensazioni che avete provato e quant’altro. Ora immaginate che qualcuno entri nella stanza e vi guardi. Vi vedrebbe secondo il suo punto di vista, che è al tempo stesso più e meno completo rispetto al vostro: saprebbe descrivere il vostro aspetto fisico come voi non potreste fare senza avere uno specchio (incluso il fatto che il vento vi ha spettinato i capelli e che c’è una macchia bianca sulla vostra maglietta, al sinistra del vostro ombelico), ma non potrebbe parlare a ragion veduta del vostro stato d’animo, a meno che esso non traspaia dal vostro viso e dal vostro linguaggio corporeo. E, se voi aveste un’arma nascosta e aveste fatto le cose per bene, lui non potrebbe saperlo fino a quando non sarebbe troppo tardi. Questo perché il suo punto di vista è diverso dal vostro.

Come scrittori, voi siete gli occhi di chi legge. È compito vostro far sì che le informazioni che gli arrivano provengano da un punto di vista univoco e identificabile; in caso contrario lo confonderete e distruggerete la sua immersione nella storia. Un errore nell’uso del punto di vista rende chiaro che quanto si sta leggendo è una finzione, un artificio, e che i personaggi non sono persone reali ma semplici invenzioni; voi non volete questo.

Quando la narrazione è in prima persona, il punto di vista è facile da gestire, sopratutto se il tempo della storia è il passato: quelli che sarebbero errori in una narrazione in terza persona possono essere giustificati dal fatto che il personaggio ha già vissuto le vicende narrate e, quindi, possiede informazioni che all’epoca dei fatti gli mancavano. Ecco un esempio:

Qualcuno sparò dall’edificio di fronte all’uscita della metropolitana. Mi buttai a terra dietro un taxi parcheggiato, distruggendomi i gomiti nel processo; un buon prezzo per tagliare la linea di fuoco del cecchino. Johnson e Mitraglia non furono così rapidi e un paio di colpi li abbatterono. Hoogie-boogie e Principessa erano accanto a me, affannati ma vivi. Purtroppo, i compagni del cecchino avevano tutta l’intenzione di correggere quest’ultimo dettaglio e una granata innescata rotolò in mezzo a noi, mentre sopra le nostre teste volavano i colpi del fuoco di soppressione.

L’esempio di cui sopra, sebbene accettabile, non è il massimo: manca di suspense, perché il protagonista racconta i fatti in modo asettico, col senno di poi. Inoltre, sebbene il punto di vista del militare legittimi l’uso di termini tecnici come “fuoco di soppressione”, bisogna tenere in considerazione il fatto che i lettori potrebbero non capire: sarebbe meglio pertanto usarli regolarmente solo dopo che sono stati spiegati (“«Fuoco di soppressione!» gridò il sergente. Obbedimmo con gioia, facendo cantare gli M-16 e inchiodando il nemico al suolo mentre Boom Boom prendeva la mira con il lanciarazzi.”).

Andrebbe bene se si trattasse, ad esempio, di un rapporto che il soldato fa a un superiore, ma in un romanzo di guerra fa abbastanza schifo. Meglio questo:

Mentre uscivo alla luce del sole, un colpo mi passò tanto vicino al collo da scottarmi. Il mio orecchio mi disse che era arrivato da qualche parte in alto e a sinistra e i miei occhi identificarono un taxi, parcheggiato proprio di fronte all’uscita, che avrebbe potuto essere sulla linea di fuoco del cecchino. Corsi verso l’auto e mi tuffai al riparo, distruggendomi i gomiti nel processo. Mentre cadevo udii altri due spari e due corpi cadere dietro le mie spalle. Un attimo dopo mi ritrovai spinto pericolosamente in là da Hoogie-boogie e, a giudicare dal profumo, quello alla mia destra doveva essere Principessa. Feci per ordinare al mitragliere di scovare quel cecchino e di fargli abbassare la cresta, ma in quel momento qualcosa di rotondo, metallico e innescato rotolò in mezzo a noi e sopra le nostre teste fischiò una tempesta di proiettili. Merda.

Notate le differenze: il soldato non pensa subito al cecchino, ma agisce d’istinto, cercando copertura dal fuoco nemico; non nomina i compagni caduti, perché in questo momento non può vederli e non sa chi sono; riconosce chi gli sta accanto per un dettaglio, non perché si ricorda quello che è successo; descrive i fatti in termini di sensazioni e dettagli frammentari che è in grado di cogliere durante l’azione. Questo è un punto di vista molto migliore di quello del primo esempio, che in un certo senso non è altro che una variante di questo:

Il cecchino sparò dall’edificio di fronte all’uscita della metropolitana. Michael si buttò a terra dietro un taxi parecchiato, distruggendosi i gomiti nel processo; un buon prezzo per tagliare la linea di fuoco del cecchino. Johnson e Mitraglia non furono così rapidi e un paio di colpi li abbatterono. Hoogie-boogie e Principessa erano accanto a lui, affannati ma vivi. Purtroppo, i compagni del cecchino avevano tutta l’intenzione di correggere quest’ultimo dettaglio e una granata innescata rotolò in mezzo ai tre, mentre sopra le loro teste volavano i colpi del fuoco di soppressione.

Usando la terza persona invece della prima, gli errori diventano chiari. Il punto di vista cambia repentinamente da neutrale a Michael, poi ai compagni di squadra del tiratore scelto: una gran confusione, che infastidisce chi legge. In generale, il punto di vista dovrebbe rimanere il più possibile fisso e i cambiamenti dovrebbero essere segnalati in modo vigoroso, ad esempio staccando i paragrafi:

«Pidocchi!» esclamò Giuseppe, tenendo fra le dita un insettino verde. «Non bastavano gli austriaci, pure le bestie ci si mettono!»

A centocinquanta metri di distanza, nella trincea austriaca, un gruppo di fanti aveva lo stesso problema, ma ne aveva tratto vantaggio organizzando una gara di salto dei pidocchi con sigarette in palio.

Il punto di vista cambia, da quello di Giuseppe a quello di un osservatore neutro, ma in mezzo c’è uno stacco netto che rende il passaggio meno traumatico. Nella narrazione in terza persona è fondamentale non commettere l’errore di introdurre informazioni che il punto di vista corrente non può includere, come in questo caso:

Conor, stremato, si puntellò con la propria spada. Non vide arrivare il colpo che lo trafisse alla schiena.

Se il colpo arriva da dietro le spalle di Conor, come fa questi ad accorgersene? Non lo fa, infatti, e per questo la seconda frase contiene un errore. Meglio scrivere così:

Conor, stremato, si puntellò con la propria spada. All’improvviso un dolore terribile gli esplose nella schiena e nel petto, accompagnato dal rumore di qualcosa che veniva lacerato. L’aria fuggì dai suoi polmoni e la bocca gli si riempì di sangue. Abbassò lo sguardo e vide la punta di una spada spuntare fra due costole, il rosso brillante del sangue che contrastava col bianco dell’osso spezzato.

Questa narrazione è molto più efficace della prima: dovendo mantenere il punto di vista di Conor, l’autore è costretto ad arricchirla con i dettagli che fanno capire al personaggio che cosa è successo. Questo rende il tutto più coinvolgente, avvicinando personaggio e lettore.

Il punto di vista di un personaggio, per essere espresso in modo credibile, deve tenere conto delle caratteristiche di quest’ultimo. Un operaio milanese del 1861 non può esprimersi come un uomo istruito, perché difficilmente lo sarà, mentre un civile che non ha mai preso in mano un’arma difficilmente saprà identificare il modello di una pistola a prima vista. Errori di questo tipo sono molto facili da fare. Ecco un esempio, in cui il punto di vista è quello di un giovane mendicante:

Alzai lo sguardo e vidi una signora con un lungo abito di seta bianca, i capelli neri raccolti in uno chignon tenuto insieme da due bacchette d’argento e una pelliccia di zibellino sulle spalle. Si chinò su di me dicendo, con voce tremante: «Povero bambino, non hai freddo qui fuori?»

Confrontate questa narrazione con quella che segue:

Alzai lo sguardo e per poco non rimasi abbagliato dalla luce riflessa sull’abito della signora, candido e brillante come una stella. I suoi capelli, neri e lisci, erano raccolti in cima alla testa, con in mezzo due bastoncini di metallo brillante; sulle spalle aveva una pelliccia bianca che sembrava molto calda. Si chinò su di me dicendo, con voce tremante: «Povero bambino, non hai freddo qui fuori?»

Il poverello non ha mai visto dell’argento o della seta in vita sua, quindi li descrive ricorrendo a metafore o termini abbastanza vaghi. La seconda descrizione non è perfetta (non si descrive l’aspetto fisico della donna al di là dei capelli, per dirne una), ma rende l’idea di come l’attenzione al punto di vista possa migliorare la scrittura.

Riassumendo, le tre regole più importanti riguardo il punto di vista sono:

  1. Mantenete il punto di vista saldo e non cambiatelo senza avvertire il lettore.

  2. Descrivete gli eventi come li descriverebbe il personaggio di cui state usando gli occhi.

  3. Quando scrivete in prima persona, pensate alle impressioni del personaggio nel momento in cui viveva la storia e scrivete quelle.

Lascia un commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Condividi