Lo Hobbit – La desolazione di Smaug. Il film

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Lo Hobbit: La desolazione di Smaug

datifilm

Titolo: The Hobbit: The Desolation of Smaug
Regia: Peter Jackson
Sceneggiatura: P. Jackson, G. DelToro, F. Walsh
Genere:
Fantasy

Durata: 161 minuti
Interpreti: Martin Freeman: Bilbo Baggins; Ian McKellen: Gandalf; Richard Armitage: Thorin Oakenshield; Orlando Bloom: Legolas

Nelle sale italiane dal: 13 dicembre 2013

Voto

Trailer italiano HD

Trama: La compagnia che avevamo lasciato nel primo film riprende il suo cammino verso Erebor, dove finalmente si troverà faccia a faccia con il drago.

Recensioneù

di Jacopo Giunchi

Avevo già parlato esaustivamente del primo film circa un anno fa in questo articolo, giudicandolo non deludente e non sorprendente, espressione che posso benissimo riutilizzare per questo secondo capitolo; non delude in quanto risulta leggermente migliore di Un viaggio inaspettato, ma non sorprende perché foriero di maggiori aspettative, dato il maggior numero di situazioni spettacolari.

Molti saranno felici di sapere che La desolazione di Smaug è più scorrevole e organico del suo predecessore, complice il metraggio ridotto e la spiccata componente action; di certo non mancano momenti soporiferi e tagli che paiono effettuati con un’ascia nanica, ma tutto sommato è stato fatto un passo in avanti sul piano del ritmo e dell’armonia delle inquadrature. Va detto che si tratta di un film di transizione, e, come accade ne Le due torri, difficilmente lo si può vedere isolato dal resto della trilogia, in quanto l’inizio si riallaccia al film precedente e il finale rimanda (lasciando anche un pizzico di frustrazione) a quello seguente.

La sequenza iniziale vede la compagine ospite dell’uomo-orso Beorn. Questa parte presenta molte divergenze con il libro e probabilmente è soltanto un modo per presentare il personaggio, che rivedremo nella battaglia finale. Un po’ come accade per tutti i personaggi del film, il trucco e il costume eccesivamente caricaturali rendono Beorn poco convincente, per non dire ridicolo. Giunti a Bosco Atro, Gandalf abbandona Thorin e compagni, per diventare protagonista del suo sottofilm personale, dove riprende il plot del negromante cominciato nel primo film (e del tutto estraneo alle vicende de Lo Hobbit). Al di là dell’inserimento di questa vicenda, su cui avevo già espresso perplessità nella prima recensione, qui Jackson si lascia prendere un po’ la mano dalla sua esuberanza effettistica: mi riferisco al ricorso alla magia, che in LOTR era molto raro ed elegante, fatto di semplici bagliori di luce, mentre adesso assistiamo ad uno scontro fra Gandalf e una qualche proiezione di Sauron, dove le stregonerie sono talmente plateali e appariscenti che pare di assistere a un episodio di Dragon Ball.

Nel frattempo Bilbo e i nani entrano nel Bosco Atro, dove affrontano dei ragni giganti simili alla Shelob di LOTR. Quando sembra che stiano per soccombere, vengono salvati dagli Elfi Silvani, per essere subito fatti prigionieri dagli stessi e condotti al cospetto del loro re Thranduil. In questo contesto vengono inseriti altri due personaggi estranei al libro: Tauriel, interpretata da Evangeline Lilly (la Kate di Lost) e il ben noto Legolas. Nelle prigioni elfiche si sviluppa un improbabile triangolo amoroso tra Tauriel, Legolas e il nano Kili, davvero forzato e fine a sé stesso e che ha dato fastidio a tutti; è comprensibile la necessità di introdurre un personaggio femminile (che manca del tutto nel romanzo), ma si poteva sicuramente trovarle un ruolo meno banale e squallidamente sceneggiato.

Ottime le scene di combattimento, dove gli elfi si esibiscono in acrobazie e tiri con l’arco fulminei ed eleganti, mentre i nani si danno a una rocambolesca fuga fluviale a bordo di barili. L’azione si sposta poi a Pontelagolungo, e viene introdotto Bard l’Arciere, interpretato da Luke Evans, che dà rifugio ai tredici. La città viene mostrata decadente e vessata dal malgoverno, con qualche timida dinamica sociopolitica, ma il tutto finisce presto e i nani proseguono la loro marcia verso la montagna.

Molto suggestiva la sala del tesoro, ricolma di oro e ricchezze, sotto le quali è sommerso il gigantesco drago Smaug. Devo dire che la realizzazione del famigerato drago è stata un po’ deludente: ovviamente non intendo sminuire il lavoro degli animatori, che hanno realizzato il miglior drago della storia del cinema, ma vista la grandissima attesa che si era creata lo scorso anno per queste sequenze, ci si aspettava qualcosa di mai visto, mentre Smaug non riesce a stupire l’occhio viziato dello spettatore contemporaneo.  Anche sul design del mostro c’è da ridire: non è come viene descritto e illustrato nei libri, ma nemmeno qualcosa di radicalmente diverso, un compromesso né tradizionale né innovativo che non può che essere accolto tiepidamente. Il finale è caratterizzato dal ritmo incalzante che scandisce la roboante azione jacksoniana tra nani, Smaug, fiumi di lava e fiumi di oro. La pellicola si chiude interrompendo l’azione che rimanda al capitolo successivo, per il quale dovremo aspettare il prossimo dicembre.

La regia segue ed esaspera la tendenza a imitare gli stilemi dei precedenti film, cristallizzandosi in un vero e proprio “manierismo jacksontolkieniano”, in cui il regista ripropone fino alla nausea i procedimenti tipici della saga, spesso accentuandoli, fino a far perdere loro ogni valenza drammatica (in effetti a volte pare di assistere addirittura a una parodia di LOTR). Si pensi, ad esempio, alle frasi pregnanti di fine inquadratura che stringono lentamente sul volto del personaggio, o ai trionfali “last second rescue”, qui utilizzati addirittura più volte nella stessa sequenza. Purtroppo non ho potuto visionare il film in 3D, per cui non posso pronunciarmi su questo, ma si nota già, dalla versione bidimensionale, che la fotografia ha superato i problemi relativi alla nuova tecnologia HFR, lamentati in Un viaggio inaspettato.

La desolazione di Smaug conserva comunque quasi tutti i difetti riscontrati nel primo episodio, come i costumi fanfaroni, i momenti morti e il generale clima di “minestra riscaldata” (nonché allungata), sebbene rimanga il miglior film d’avventura degli ultimi anni. Se da un lato questa nuova pellicola riesce a migliorare alcuni aspetti che non convinsero lo scorso anno, dall’altro fallisce nello scongiurare le riserve che tutti avevano sulla trilogia. Il terzo film si incentrerà, con ogni probabilità, sulla Battaglia dei Cinque Eserciti, e molti temono che il poco materiale rimasto nella trama de Lo Hobbit costringerà ad una ancora più invadente intrusione di materiale estraneo. Direi che, a questo punto, i dubbi e le perplessità che l’opera ha suscitato fin dal suo annuncio possano considerarsi confermati, e, al contrario dei nani, che riconquisteranno il loro antico reame, nel prossimo film Jackson non riconquisterà la gloria ottenuta con la sua antica trilogia.

– Jacopo Giunchi

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0 risposte a “Lo Hobbit – La desolazione di Smaug. Il film”

  1. […] che è uno dei fan più accaniti dell’Inkling Tolkien, ovvero il geniale Peter Jackson (qui e qui le recensioni dei primi due episodi della trilogia cinematografica, colossale e liberamente tratta […]

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