L’Ultimo Lupo (Wolf Totem). Il Film

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le pellicole che – dicono – stanno sbancando al botteghino

L’Ultimo Lupo (Wolf Totem)

 

Titolo: L’Ultimo Lupo (Wolf Totem)
Regia: Jean-Jacques Annaud
Sceneggiatura: Alain Godard, Jean-Jacques Annaud, Lu Wei, John Collee
Fotografia: Jean-Marie Dreujou
Genere: Avventura
Durata: 121 minuti
Interpreti: Shaofeng Feng, Shawn Dou, Ankhnyam Ragchaa, Yin Zhusheng, Basen Zhabu

Anno: 2015

Data di uscita nelle sale italiane: 26 marzo 2015

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Recensioneùdi Grove

 

Si sta parlando del lupo, di quel feroce predatore che più volte nella storia ha incarnato la doppia veste di portatore di morte e distruzione, e allo stesso tempo di bestia sUL3aggia dalle doti magiche. Per via del suo ambivalente fascino è uno degli animali più studiati dall’uomo. Grazie alla sua natura sociale e alla sua stazza, viene definito un predatore alpha poiché in cima alla catena alimentare insieme a pochi altri animali.
Il suo più grande pericolo però siamo proprio noi esseri umani. La persecuzione, soprattutto da parte delle popolazioni pastorali a cui ha sempre sottratto il bestiame in periodi di carestia, sta portando – e in alcuni casi ha portato – alla sua estinzione in molte zone della Terra.

Il film di Jean Jacques Annaud narra di ciò che accadde ai lupi nelle praterie della Mongolia Interna, zona meridionale del paese, della caccia che subirono fino al loro sterminio. Chen Zhen, un giovane studente di Pechino, viene mandato a vivere per un paio d’anni in una tribù mongola per insegnare loro la lingua cinese. Ben presto si renderà conto di essere lui quello ad avere molto da imparare dalle due comunità presenti in quel luogo e in perfetto equilibrio tra loro, quella dell’uomo e quella del lupo. E di fronte all’ordine del governo cinese di uccidere tutti i lupi della zona, per via delle numerose razzie al bestiame, lui deciderà di adottarne uno e di crescerlo in segreto.

I temi trattati da Annaud non sono nuovi, vi è da un lato la saggezza di un popolo nativo che, grazie alle conoscenze tramandate nel tempo sa come sopravvivere in quelle terre senza interferire con l’habitat naturale. Dall’altro lato, la voracità dell’uomo civilizzato che, come è già successo con gli indiani d’America, in qualsiasi posto si ritrova, pretende di modificare l’ambiente a suo piacimento, distruggendo allo stesso tempo quel che vi era precedentemente.

L’equilibrio conquistato nel tempo dalle comunità nomadi e da quella del lupo mongolo, costituito da sacrifici, abitudini e rispetto reciproco, viene divelto in pochi mesi dai coloni cinesi. Chen Zhen rappresenta l’anello cardine dei due popoli che riesce ad andare oltre la rigidità delle tradizioni e l’ignoranza del progresso per prendere la scelta più giusta in una battaglia dove il lupo è l’unico vero UL2innocente. Jean Jacques Annaud racconta questa tragica storia attraverso un docu-film dai toni favoleschi. Vi è infatti il capo del villaggio saggio, il cattivone di turno sempre presente ovunque vi sia ingiustizia e la Pocahontas pronta ad insegnare al protagonista cosa deve esser fatto; personaggi stereotipati che vengono però inseriti in un contesto storico molto realistico, pronti a fare da simbolo alle forze in gioco. Da momenti di vero e proprio documentario, in cui viene spiegata nel dettaglio la caccia del lupo alla gazzella o le abitudini della tribù, si passa ad altri di storia narrata dove i protagonisti e gli antagonisti risultano ben definiti. Il rapporto tra il lupo e Chen Zhen si costruisce mano a mano, non risultando mai forzato e trasportandoci dolcemente verso il sognante, e pur sempre così realistico, finale.

Gli attori asiatici scelti per le parti sono bravi, mantenendo fortunatamente lo stile di recitazione del loro paese. A rendere meno realistica la loro performance è il doppiaggio in un’altra lingua, che con prosodia e intonazioni differenti trasformano la scena visiva. Scelta quasi obbligata viste le richieste del grande pubblico, che però tuttavia denatura le interpretazioni.

Un sonoro e una fotografia formidabili (non aiutate tuttavia dalla visione in 3D, fastidiosa in più punti) ci estraniano dalla realtà nei centottanta minuti di film, trasportanUL 1doci senza grosse difficoltà nelle praterie mongole. Delle inquadrature che potrebbero essere delle opere d’arte (al primissimo posto la scena della bufera e il lago ghiacciato con i cavalli), rivelano l’occhio da maestro di chi queste cose le fa da una vita. Terzo film dedicato agli animali questo di Annaud, dopo “L’Orso” e “I Due Fratelli”, tuttavia si rivela essere un film più ambientalista che animalista. Emblematica la frase del saggio del villaggio riguardo ai lupi che secondo lui sono la “piccola vita” che tuttavia, mangiando altri erbivori (come le gazzelle e le marmotte) salvaguardano la “grande vita”, cioè l’erba e le piante, che permettono la vita di tutti. Uccidere i lupi equivale perciò a stravolgere il sistema naturale, rompendo quell’equilibrio delicato che ha necessitato di tanto tempo per assestarsi.

E l’uomo, unico animale a cui è stata donata la ragione e la consapevolezza delle proprie azioni, è colui che potrebbe fare la differenza, nel rispetto dell’Altro ma in primis di se stesso. Un film che fa da monito perciò, soprattutto a noi italiani che pur trovandoci dall’altra parte del mondo abbiamo agito per secoli alla medesima maniera dei mongoli, e che solo ultimamente stiamo cercando di tutelare questa specie tanto fiera quanto fragile.

L’Ultimo Lupo diviene così una sorta di film-progresso, elaborato però nella forma ben gradita di un realismo fantastico.

~ Grove.

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