Nuda vita di Daniela Frascati

Daniela Frascati

Eowyn Ivey È nata in Toscana, ad Abbadia San Salvatore (Si). Ha un figlio, una figlia e cinque gatti. Impegnata da anni nella politica, nel sindacatore, nel sociale, anche come organizzatrice di eventi culturali, ha ideato e condotto per Radio Città Futura (1996) una trasmissione dal titolo “Il Pane e le Rose” sulla cultura e il pensiero femminista.

Sito: http://www.eowynivey.com/index.shtml
Blog:
http://lettersfromalaska.wordpress.com/

Titolo: Nuda vita
Autore: Daniela Frascati
Edito da: Absolutely Free
Prezzo: 9,90 €
Genere: Romanzo, Narrativa
Pagine: 200 p.
Voto:

Trama: Delfina è una ragazza in coma a seguito di un incidente, chiusa in quello stato che i medici definiscono minimal responsive. Attorno a lei i personaggi che fanno parte della sua esistenza: la madre, donna ingombrante e perfezionista; un padre lontano, mite e un po’ egoista; un fidanzato inconsistente che nasconde una colpa terribile; la fisioterapista; le amiche. Una girandola di amici e parenti che si affolla sul guscio apparentemente vuoto della protagonista e, nel bene e nel male, porta avanti la sua vita. Eppure ognuno di loro è prima di tutto a se stesso che parla, mettendo a nudo le meschinerie e le paure che stanno a fondamento di ogni relazione, in una rappresentazione della normalità che sconfina pericolosamente con il suo opposto, quella sottile e banale follia del quotidiano in cui è immersa la nostra vita. Fuori Delfina, un succedersi di storie e di colpi di scena. Dentro, l’inquieto vaneggiare di Delfina in attesa del risveglio. Ma se fosse proprio lei a non voler aprire gli occhi?

Recensione
di Akikorossella

Nuda vita di Daniela Frascati è un libricino di dimensioni minuscole, pubblicato da una casa editrice di recente costituzione.

Il romanzo, molto breve ma intenso, avrebbe delle grandi potenzialità.

La storia tratta di una ragazza, Delfina, che si ritrova in coma a causa di un incidente stradale. Attorno al suo capezzale, oltre al personale sanitario, si raccolgono amici e parenti, ma soprattutto la madre.

Quindi la trama di per sé sarebbe ottima. I problemi però sono molteplici e riguardano sia lo stile che la costruzione della storia.

Innanzitutto il POV è diviso tra i pensieri di Delfina e quello del narratore, con utilizzo del discorso indiretto libero. La parte della protagonista risulta troppo pesante e complessa per essere credibile, dato che si tratta di una ventiquattrenne in coma. Potrebbe funzionare se si usasse un linguaggio meno “aulico”, oppure se le parti attribuite a Delfina fossero frutto del pensiero di un personaggio più maturo e consapevole.

Poichè il pensiero è consapevolezza, e la consapevolezza è essenza devo nutrire il mio vuoto di pensieri. […] Una dimensione sconosciuta si è aggiunta all’essere qui e ora, allo scarto temporale del prima e del dopo, alla segmentazione dell’indietro e dell’avanti. […] Nella vastità di questo buio, parole vibranti ondeggiano come pura energia.

La parte della madre invece è credibile, ben tratteggiata, ma presenta troppi errori grammaticali e un fastidioso utilizzo del “As you know, Bob…“, come nella parte in cui riassume la vita del fratello in maniera minuziosa, parlando da sola ad alta voce, cosa che nessuno farebbe mai, a meno di non intrattenere una conversazione con qualcuno che non conosce nulla della sua famiglia (non è questo il caso).

In generale i personaggi tendono a parlare al lettore anziché tra di loro o a se stessi, infilando informazioni che loro conoscono benissimo e che non hanno alcun motivo di ripetere, se non per informare il lettore. Non risulta credibile che il padre (o lo zio) di Delfina le racconti certi episodi del passato che lei stessa deve già sapere da anni, come il fatto che se ne sia andato via di casa quasi subito e che si sia separato dalla moglie molti anni dopo. I dialoghi sono perciò, il più delle volte, inverosimili. Per esempio, le due amiche, che appaiono una sola volta nel libro, parlano di episodi passati ripetendoli interamente e raccontandoseli a vicenda. Oppure lo zio racconta che sua sorella è diventata titolare di uno studio di un commercialista: che bisogno c’è di dirlo alla nipote, che ci vive insieme e quindi lo sa benissimo? Tutti continuano a ripetere che la paziente è “minimal responsive“, e la fisioterapista le descrive la sua storia clinica punto per punto, come se Delfina non la stesse vivendo in prima persona e non sapesse già cosa succede al suo corpo.

Ma la cosa che infastidisce di più durante la lettura sono le virgole piazzate nei posti più errati, come tra soggetto e verbo o tra verbo e complemento oggetto:

Non lascerò, a chi ha provocato questa sciagura di proseguire per la sua strada (p. 129)

Delfina, non sta dormendo (p. 147)

Il letto, ha le rotelle (p. 148)

Mia sorella, non ha niente a che vedere con le donne (p. 149)

Lei, aveva imparato (p. 154)

Io, farei di tutto (p. 156)

Delfina, diventava (p. 163)

e, autorizzava, lei, sua madre (p. 164)

Tutti coloro che avevano potuto alzarsi dal letto, erano sulla porta (p. 165)

Anche l’introduzione dei singoli personaggi nella trama non va bene, perché è “buttata lì” con il solo fine di essere funzionale agli scopi dell’autore, senza bilanciamento con la naturalezza della storia: sembra che in quella clinica privata chiunque possa entrare nelle stanze private dei malati, senza conseguenze di alcun tipo.

Infine l’episodio del finale è totalmente fuori da ogni logica e lascia il lettore a bocca asciutta: viene da chiedersi che senso aveva leggere tutte le vicende e le litigate di quella famiglia, se poi non si danno soluzioni finali. Delfina si sveglia dopo solo due mesi (alla faccia del minimal responsive), e, vestita da sposa e piena di nastro adesivo sulla schiena, non si accorge di trovarsi in un ospedale, ma pensa bene di andare dalla vicina di stanza, riuscendo a camminare con pochissime difficoltà, e la butta giù dalla finestra senza troppi problemi. Non viene detto più niente né del matrimonio né della reazione dei personaggi al risveglio improvviso. Il libro si chiude così, né più né meno.

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8 risposte a “Nuda vita di Daniela Frascati”

  1. Raul Mordenti ha detto:

    Trovo questa recensione incomprensibilmente acidula e ostile. "Nuda vita" è un bel libro, e chiedersi perché finisca come finisce, cioè senza "soluzioni finali" (sic!) (che voleva akikoetc.? un bel matrimonio?) significa non aver capito nulla di questo libro, cioè che la vicenda è come sospesa fra vita e sogno, fra realtà e irrealtà (esattamente come la nuda vita della protagonista). Per questo sorprendersi che la "ventiquattrenne in coma" parli/pensi troppo bene, o che "in quella clinica privata chiunque possa entrare nelle stanze dei malati senza conseguenze di alcun tipo" (sic!) è un po' come chiedersi chi possa aver aperto la porta all'Insetto di Kafka o in quale cassonetto differenziato sia stato buttato il suo cadavere. Lo stesso vale per il problema dei monologhi, che sono spesso anche parole rivolte alla dormiente (ed è per questo che le ricordano cose già note!). Quanto all'accusa più maligna, quella relativa alla punteggiatura che non segue le regole delle scuole elementari, basterebbe dire che esistono anche gli errori di stampa (anche akikoetc. scrive "Defilna"…), cose minime dunque, di cui di solito la critica (come il pretore…) non si cura; ma la risposta vera è un'altra: le regole per la letteratura valgono sempre in modo indiretto e limitato, si pensi solo – si parva licet..- a come punteggiava Gadda, contro ogni regola delle scuole elementari. Nel miglior manuale di punteggiatura in circolazione (F. Serafini, Questo è il punto, Laterza,2012), che mi permetto di consigliare ad akikoetc., ci sono esempi di virgola fra soggetto e verbo: "L'amore, ha lo stesso meccanismo…" (Aldo Nove), "la cosa più spaventosa da immaginare, è che…" (F. Piccolo), etc.. In tal modo l'accento semantico ed emotivo viene posto con ancora più forza sul soggetto, esattamente come fa la Frascati scrivendo "Lei, aveva imparato…" o "Io, farei di tutto…". Si dice che il nanetto reazionario che fu re d'Italia fosse solito, visitando i musei, chiedere quanto pesassero le statue o quanti abitanti avessero i villaggi rappresentati nei quadri, e così via: domande legittime, ma si convenga che la critica letteraria è altra cosa.

    Raul Mordenti

    • Akikorossella ha detto:

      Paragonare la Frascati a Kafka è ridicolo, dato che si tratta di una scrittrice emergente e non di un'autrice classica studiata nelle scuole e nelle università di tutto il mondo, che non può quindi permettersi errori madornali di grammatica e di stile giustificandoli come "licenze poetiche".

      Le regole dell'Accademia della Crusca possono essere ignorate soltanto nel momento in cui si ha una cultura sufficiente per poterselo permettere, o una vena geniale riconosciuta dalla critica (nessuno contesterebbe la violazione della sintassi alla Merini, questo mi sembra ovvio).

      In Nuda Vita gli errori sono molti, e riguardano anche le regole basilari che si conoscono anche solo leggendo un manuale o frequentando un corso di scrittura creativa (evitare l'infodump, per esempio, o la tecnica dell' "As you know, Bob"). Non ci troviamo di fronte a banali refusi che l'editor non ha visto. L'enfatizzazione del soggetto attraverso l'uso delle virgole non può essere usata indiscriminatamente e senza ragione, come fa la Frascati, perché si tramuta in un errore vero e proprio.

      Quando si esprime un'opinione imparziale bisognerebbe portare esempi concreti e argomentare con elementi reali riguardanti il libro in questione, non con semplici frasi quali "è un bel libro", soprattutto di fronte a citazioni precipue e critiche circostanziate.

      "La critica letteraria è altra cosa": siamo d'accordo sul fatto che un post sul blog Sognando Leggendo non abbia alcuna pretesa di figurare nel novero delle critiche letterarie all'alta letteratura italiana, e non mi pare che alcuno abbia detto il contrario. D'altra parte mi pare evidente che dal mio CV (riassunto in calce all'articolo) si evinca chiaramente che sono una giurista e una traduttrice, non certo una critica, né una giornalista.

      Il fatto che un libro contenga molti errori e appaia poco credibile non vuol dire che non debba avere successo, anzi, l'esperienza ci dimostra che il lettore medio non nota certe cose e apprezza anche libri mal scritti come "Cinquanta sfumature di grigio" (bestseller). Per questo motivo io non credo che la mia recensione sia maligna, anche perché non ho nulla contro l'autrice e le auguro di scalare le vette delle classifiche internazionali, o di vincere un prestigioso premio letterario, se davvero se lo merita.

  2. Marida Nidoli ha detto:

    Sono una lettrice curiosa sempre attenta ai nuovi autori e a quegli editori che, pur piccoli, investono sulle loro storie e la loro scrittura. Girando sul web alla ricerca di suggerimenti per le mie letture mi sono imbattuta in questa recensione di un romanzo, Nuda Vita, letto circa un anno fa e acquistato al festival Book di Pisa dove l’editore era presente.

    Sono rimasta allibita della critica fatta dalla blogghista poiché nulla di quanto lei ha scritto corrisponde all’impressione che io ho tratto da questo romanzo, a cominciare dall’appunto sui personaggi che ruotano attorno alla ragazza in coma e ai loro quasi monologhi. Chi la va a trovare nella clinica lo fa per “parlare con lei”, ripercorrendo ricordi comuni e memorie che facendo parte dell’esperienza quotidiana e interiore della vita della ragazza potrebbero riportarla alla coscienza. Mi pare evidente che queste narrazioni o interlocuzioni senza risposta servano proprio a sollecitare il risveglio come sanno, ormai, tutti, anche coloro a digiuno di cognizioni mediche.

    Quello che mi ha colpito in questo romanzo è proprio la scrittura così bistrattata dalla recensione: a tratti pura poesia, per esprimere le emozioni più alte, a tratti prosa volgare, a raccogliere gli umori e gli istinti.

    La storia procede su due piani di narrazione, quello di Delfina che, disperatamente, tenta di sottrarsi alla realtà e alle presenze che la lambiscono dall’esterno per rimanere riparata dalla sofferenza e dalle paure, dentro la dimensione onirica e interiore dove è precipitata e da dove sembra non voler uscire e quella dei personaggi che si affannano per portarla fuori dal coma e che la ragazza percepisce come assediatori della sua quiete. Mai interlocutori, mai presenze “buone” capaci di attirarla di nuovo verso la vita.

    Delfina diventa, dunque, lo specchio dove si riflettono le miserie degli altri personaggi, il riverbero delle loro incapacità di indagare se stessi e di incontrare l’altro.

    Inoltre mi meraviglia che Akiko Rossella, che si dice giurista, non abbia colto il richiamo alla nuda vita – la citazione è addirittura nel titolo – un particolare aspetto del diritto romano, tema di un bel saggio del filosofo Giorgio Agamben. Non so se, da parte dell’autrice, questo richiamo fosse così consapevolmente esplicito, e credo che non a tutti è dato coglierlo, proprio per questa specificità ma, da una giovane fresca di studi giuridici, me lo sarei aspettato.

    Sulle questioni definite grammaticali, la punteggiatura, mi sempre che molto propriamente abbia risposto il prof. Raul Mordenti, docente di critica letteraria e non l’ultimo arrivato. Come insegnante di materie letterarie non posso che condividerne l’opinione.

    C’è poi una parte del romanzo in cui si racconta l’amore, anche fisico, tra la giovane ragazza e quello che è stato il suo amante, di molti anni più grande di lei, e mi appare davvero incredibile leggere che l’autrice della critica possa comparare pagine di tanta intensità e crudezza a una qualsiasi delle sfumature in cima alle classifiche

    • Akikorossella ha detto:

      Non crederei che improvvisamente una lettrice sia arrivata a questa recensione il giorno dopo il primo commento nemmeno se vedessi la cronologia del suo browser. Non credo affatto che sia un caso, dato che l'articolo è nascosto da molti altri post: credo invece che il suo intervento sia stato sollecitato, e si nota anche dal fatto che lei conosce le qualifiche del primo commentatore.

      Mi sembra davvero ridicolo che un prof. ordinario venga in un blog di ragazze appassionate di lettura per esprimere i suoi giudizi, nemmeno stessimo scrivendo sulla maggiore rivista di critica letteraria della letteratura italiana, letta da milioni di persone. Trovo altrettanto ridicolo il codazzo di "amiketti" che ne è seguito.

      Non ho mai scritto di essere la verità rivelata, né ho tenuto lezioni di letteratura all'università, ho soltanto espresso la mia opinione nel blog di cui faccio parte, cosa che è nei miei diritti, e non trovo giusto che chi viene a commentare su questo blog si permettano di denigrare la mia persona solo perché abbiamo opinioni differenti.

      Per quanto riguarda Agamben, proprio il mio prof. ordinario di diritto romano l'ha fortemente criticato in questo saggio, materia d'esame: http://www.anteprimalibri.it/site/Libri_Scheda.ph
      Infine, se sa leggere attentamente, noterà che io non affatto paragonato le storie di Nuda Vita e di Cinquanta sfumature, ho semplicemente portato un esempio di bestseller scritto male (ma di esempi ce ne sarebbero a migliaia).

  3. G. Coppola ha detto:

    "Criticare è valutare, impadronirsi, prendere possesso intellettuale, insomma stabilire un rapporto con la cosa criticata e farla propria". O almeno questo è quello che Henry James, rileggendosi, si augurava nel momento di scrivere le "Prefazioni" per la raccolta della sua opera omnia… Nel suo caso, per la stesura di questa recensione, non credo che lei abbia minimamente compreso il senso del racconto "Nuda Vita" o quanto meno la sua lettura è alquanto approssimativa.

    Probabilmente non si è neanche molto informata (il che non sarebbe di per sé un male) sul come affrontare un "minamally responsive" o "minimal responsiveness" (che può rappresentare uno stato transitorio o permanente, infatti non c'è alcuna regola che stabilisca la durata di uno "stato di minima coscienza"). La comunicazione con un paziente in coma è fondamentale (almeno nella medicina contemporanea) e dunque il parlare di episodi della vita quotidiana faliciterebbe il paziente a tornare in "questa realtà". Quindi ora può finalmente comprendere l'escamotage della scrittrice: presentare la protagonista e la vita di quest'ultima attraverso i racconti di terzi. Quello che per lei era una banalità, in medicina si chiama "process work", pensi che Almodovar ci ha fatto anche un film Hable con ella (Parla con lei) in cui grosso modo storie e personaggi si intracciano con la vita della protagonista proprio come Delfina in Nuda Vita.

    Quindi a questo punto la sua critica sembra dettata da una sorta di "ignoranza" sul tema piuttosto che da un'oggettiva valutazione sulla costruzione della trama del romanzo.

    Accanto al mondo "reale", la dimensione onirico-spirituale di Delfina fa da controparte alla vita che continua al di là del suo corpo inerme; quello che appare come un monologo interiore della protagonista, si oppone con forza ai "dialoghi" degli altri personaggi ed è proprio da questo contrasto che scaturisce la decisione finale di Delfina.

    La scelta di apostrofare questo romanzo come libricino fa intendere, almeno ai "suoi" lettori, o che lei stessa sia abituata a leggere solo delle opere del calibro (o del peso visto che si parla di mole) de À la recherche du temps perdu oppure che lei abbia un "pregiudizio", nel senso kantiano del termine ovviamente, sul fatto che un romanzo, per essere considerato tale, debba essere costituito da un "tot" di cartelle (come insegnano fantomatiche scuole di scrittura). Insegnando filosofia in un liceo anche i miei studenti, nel momento di presentarmi un lavoro scritto, mi chiedono se la lunghezza del loro testo sia direttamente proporzianale al voto… ovviamente la risposta è no considerando che è il contenuto che dovrebbe essere valutato e non il conteggio delle parole… non siamo tutti dei Marcel Proust.

    • Akikorossella ha detto:

      Eccone un'altra, addirittura anonima. A questo punto mi aspetto che ne arrivino molti altri, viste le amicizie influenti dell'autrice.

      Il fatto che lei pensi che io non mi sia informata la dice lunga su quanto lei sia prevenuta. Innanzitutto, io mi sono informata sull'argomento, e ho seguito da vicino il caso Englaro: il padre della ragazza è venuto nella mia università come ospite per presenziare a una conferenza tenuta da un mio amico, poco dopo la morte di Eluana. Quindi si risparmi pure la supercazzola a sfondo medico-dilettantistico.

      Il punto è proprio questo: pur conoscendo la situazione di un paziente come Delfina, la Frascati non ha saputo utilizzare le tecniche narrative in modo adeguato, e ha costruito dei dialoghi inverosimili, uno dei peggiori errori che uno scrittore può commettere. Visto che sembrate digiuni in materia, vi fornisco il link in cui potete approfondire l'argomento: http://www.fiction-writers-mentor.com/info-dumpin
      Inoltre, partendo proprio dal suo ragionamento, le parti in prima persona sono a maggior ragione ridicole: un paziente minimally responsive non può avere quel livello di coscienza, né esprimersi in quel modo, il che dimostra che la persona "ignorante" (uso le sue stesse virgolette) in materia è lei. Anche qui potete approfondire l'argomento: http://www.neurology.org/content/58/3/349.long
      Per quanto riguarda La recherche e simili, io non ho alcun pregiudizio nei confronti dei romanzi brevi, come potete verificare guardando la mia libreria di Anobii: http://www.anobii.com/akikorossella/books
      I miei autori preferiti sono tutti giapponesi, che non sono certo famosi per la loro prolissità (a parte Oe Kenzaburo, premio Nobel). Il termine "libricino" è riferito al fatto che il romanzo è presentato come un libro di 150 – 200 pagine, cosa che deriva solamente dalle sue piccole dimensioni.

  4. G. Coppola ha detto:

    Cara Akikorossella ( che come me si nasconde dietro l'anonimato) ho semplicemente espresso la mia opinione; oltretutto c'é il mio indirizzo di posta dunque tanto "anonima" non sono ma soprattutto avendo la tua età – un paio di anni di meno per l'esattezza – e facendo altro nella vita non credo sia necessario mettere i miei dati per esteso ( vorrei infatti sapere se dal tuo datore di lavoro ti fai chiamare Akikorossella oppure no, dunque visto che anche il mio nome, come credo il tuo, é facilmente rintracciabile su qualsiasi motore di ricerca non vedo perché polimizzare ) .

    Il fatto di citare terzi ( o mettere un link) per avvalorare il proprio pensiero, alcune volte denota una sorta di "faiblesse' consentimi il termine. Uno stato vegetativo ( quello di Serana Englaro o quello di Scott Routley il quale, neanche una settimana fa, é riusicto a comunicare con i medici avendone interpretato le onde cerebrali) é altro rispetto al minamally responsive che é praticamente lo stato che precede quello vegetativo in una progressione di quello che comunemente viene chiamato coma in senso lato. Dunque l'esempio della partecipazione al convegno della Englaro -curato da un suo amico visto che ci tieni a specificarlo – direi che non sia molto pertinente visto che si tratta di un'altra cosa ( come se fosse antani anche per lei ).

    Per quanto riguarda l'aricolo medico che hai pubblicato non so se tu sia arrivata a leggerlo fino alla fine visto che é esplicitamente scritto che "the functional interactive communication" rappresenta un metodo di riabilitazione del paziente quindi non capisco dove tu voglia andare a parare…

    Ah si' (scusami ma ho una tastiera azerty dunque mi mancano le i e le o accentate) che non ti piace la scrittura della Frascati…

    Non penso di essere prevenuta nei tuoi confronti credo che sia il contrario in effetti… visto che tu senza neanche chiedermelo hai supposto che fossi un'amica -influente- dell'autrice direi che tu mi abbia sopravvalutato un po'.

    Cosi' come sei partita prevenuta rispendendo all'altra persona adducendo, ancora una volta, che siamo tutti 'amiketti' dell'autrice ma non serve citare Garofalo per fare bella figura basta usare il cervello ( e mi sentirei orgogliosa nel momento in cui i miei prof iniziassero a citare me e non il contrario visto che questo é semplicemente una maniera scolastica di riportare un argomento o una tematica e non sinonimo di erudizione).

    I nomi alterati come "libricino" possono essere fraintesi nella lingua italiana ( Gianni Rodari ne ha scritti di racconti su questo) visto che il suffiso -ino potrebbe dare adito a pensare che non si tratti di un semplice diminutivo ma potrebbe anche essere inteso come dispreggiativo… ad esempio in francese bouquin – che ha comunque origini olandesi- indica un "piccolo libro" ma nessuno si permetterebbe di apostrafare l'opera "Exercises de Style" di Queneau -neanche 100 pagine- come bouquin… e in generale anche in italiano é piuttosto raro trovare qualcuno che in una recensione possa attribuire a libricino un giudizio positivo visto che proprio tu nella tua risposta li chiami romanzi brevi…

    Comunque se hai visto nel mio intervento un attacco e non la mia personale opinione su un romanzo e sulla recensione credo che probabilmente tu sia andata più lontana di quello che in realtà volevo dire – considerando che non sono stata la sola ad averlo appercipito – nel senso filosofico del termine ovviamente.

    Buona serata

    • Akikorossella ha detto:

      La disinformazione in Italia deriva proprio dal fatto che la gente non cita le fonti su cui si basano le proprie argomentazioni. Parlare a vanvera è inutile e

      dannoso, soprattutto nei campi che non rientrano nelle nostre specializzazioni. Noi giuristi dobbiamo sempre supportare ciò che scriviamo con citazioni giurisprudenziali e dottrinali, altrimenti la comunità scientifica boccia il nostro lavoro.

      Io personalmente non ho un datore di lavoro, comunque.

      Per il resto è un dato di fatto che tanti commenti ravvicinati qui non li abbiamo nemmeno per gli autori famosi in tutto il mondo, quindi inutile insistere.

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