Odio quindi amo di Susan Elizabeth Phillips

Odio quindi amo

di Susan E. Phillips

 

odioquindiamoTitolo: Odio quindi amo
Autore: Susan E. Phillips
Traduttore: Arianna Pelagalli
Edito da: Leggereditore
Prezzo: 16,90 € //ebook 4,99 €
Genere: Narrativa Contemporanea
Pagine: 464 p.

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Trama: All’epoca delle scuole superiori a Parrish, Mississippi, Sugar Beth Carey aveva il mondo in pugno. Era la ragazza più ricca e più popolare della scuola, era lei che decideva quali erano i tavoli più in della mensa, con quali ragazzi si poteva uscire e se l’imitazione di una borsa di Gucci era accettabile se non eri la figlia dell’imprenditore più ricco della città e non potevi permetterti l’originale. Bionda e divina, aveva regnato incontrastata. Quando aveva lasciato Parrish per andare all’università, aveva giurato di non farvi ritorno mai più. Solo che adesso, quindici anni e svariati mariti dopo, si ritrova senza soldi, senza speranze e senza alternative, e si vede costretta a tornare nella città che pensava di essersi lasciata alle spalle per sempre per cercare un quadro di enorme valore lasciatole in eredità da sua zia. Qui scopre che Winnie Davis, la sua nemica di più lunga data, adesso ha tutto il successo, i soldi e il prestigio che un tempo appartenevano a lei. E, peggio ancora, Colin Byrne ‒ l’uomo a cui Sugar Beth aveva distrutto la carriera ‒ è diventato uno scrittore ricco e famoso e ha acquistato la villa in cui Sugar Beth è cresciuta. Come se non bastasse, tutti gli abitanti di Parrish, primo fra tutti proprio Colin Byrne, sembrano intenzionati a vendicarsi di tutte le cattiverie che Sugar Beth ha compiuto durante gli anni della scuola. Tuttavia, nonostante la sua insolenza e il carattere apparentemente duro, Sugar Beth non è più la perfida ragazzina viziata che tutti ricordano. Adesso è una donna molto più saggia e più matura, e piano piano riuscirà a riconquistare l’affetto della città e a fare breccia nel cuore delle persone che avevano più motivi per odiarla. Troverà così delle amiche, una sorella e un nuovo amore che non si sarebbe mai aspettata.

 

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Recensioneùdi RoRò

Chi ha già conosciuto Susan Elizabeth Phillips sa bene di cosa sia capace e quanto possano essere emozionanti e, al contempo, strazianti le sue storie; sa bene come i suoi personaggi possano trasformarsi in un universo multicolore di umana imperfezione e reticente fragilità, e non per questo meno capaci di dare vita a quel trascinante vortice di emozioni e sentimenti che conducono il lettore lì, dove Susan vuole che sia, a soffrire e gioire insieme alle sue creature.

Nella sua produzione trova sempre spazio per quel pizzico di ironia che lei riesce a dosare sapientemente, in una ormai ben consolidata e fruttuosa ricetta, per stemperare la drammaticità del fardello che, ogni tanto, i suoi protagonisti si portano dietro; qualche volta, poi, questa sua accattivante formula in cui mescola serio e faceto dà vita a qualcosa di straordinariamente potente, ed ecco che i suoi non sono più semplici eroi di carta stampata ma qualcosa di più grande, di più vivido.

Chi ha letto Un piccolo Sogno o, il meno recente, Un fiore nella polvere, sa bene di cosa sto parlando. Sto parlando della dignitosa povertà di Rachel, protagonista del quarto episodio dei Chicago Stars, e i suoi consunti mocassini da uomo, parlo di quell’amor proprio che una madre, disperata e reietta, non può permettersi di perdere mentre si denuda con ostentata leggerezza davanti all’uomo che le getta in faccia un mucchietto di banconote in un gesto intenzionalmente sprezzante. Sto parlando della capacità di sapersi reinventare attraverso un doloroso percorso di riscatto, dal nulla e dal fango, con quella tenacia e quell’umiltà che solo chi ha toccato il fondo impara a usare come insostituibili alleati, come la viziata e sdegnosa principessina Francesca dopo essersi risollevata dal polveroso asfalto texano.

Con Odio quindi amo ho ritrovato, finalmente, la Susan Elizabeth che più ho amato e, con un quanto mai improbabile e profetico gioco di parole evocato dallo stesso titolo, anche ciò che più odio. L’aspettavo da tempo, l’attendevo con ansiosa pazienza dopo gli ultimi deludenti episodi dei Chicago in cui  Susan manda all’ortiche un potenziale stratosferico a causa di ciò che potremmo considerare come il suo personale tallone di Achille: un eccessivo buonismo da ‘sindrome del lieto fine’. Perché, se è vero che Susan tesse trame intense e delicate, altrettanto lo è il fatto che il tema della famiglia e della ‘riconciliazione a tutti i costi’ è un chiodo fisso che persegue con ossessiva ostinazione.

Anche per Sugar Beth Carey la famiglia è il suo punto debole, è la coperta che non l’ha mai protetta dal freddo e dalla sofferenza, è il vestito comprato a buon mercato con cui ritorna, sconfitta e perdente, a Parrish, Mississippi, dove nessuno la desidera più da oltre quindici anni, gli stessi da cui manca dalla sua ridente cittadina. A bordo di una macchina scassata, con indosso un paio di stivali dalle suole bucate e in compagnia di un basset hound con gravi problemi di personalità, l’ex-reginetta della scuola ha un motivo più che valido per ritornare laddove non è più benaccetta.

Sugar lo sa bene di non meritarsi la benevolenza di nessuno, troppe, e troppo gravi, sono le colpe di cui si è macchiata durante la sua sfavillante gioventù, e altrettanti i rimpianti che da sempre l’accompagnano nella sua esistenza. Tuttavia il tempo non è stato del tutto inclemente con lei che conserva, benché sfiorita, la bionda bellezza con cui una volta abbindolava chiunque; e in effetti a Parrish quasi tutti possiedono un valido motivo per detestarla e, se è per questo, qualcuno ne possiede a sufficienza da reclamare il degno risarcimento per le passate umiliazioni, mai del tutto sopite.

Come Colin, il suo vecchio insegnante di inglese, che a causa delle sue infamanti menzogne è stato licenziato, o Winnie, la sorellastra illegittima, cui Sugar aveva rivolto tutto il proprio cocente rancore, solo per il fatto di possedere l’amore paterno, a lei, invece, da sempre precluso. Tutta Parrish è in famelico fermento dall’istante in cui Sugar calca nuovamente il suo suolo; ogni abitante attende avidamente il momento della resa dei conti, specie adesso che Sugar è in evidente stato di affanno.

Sarà Colin a fornire l’occasione perfetta a quanti attendevano da tempo l’agognata opportunità per rimpinguare il proprio orgoglio, grazie alla cena commemorativa del suo ultimo successo editoriale durante la quale, una Sugar armata solo della propria fasulla strafottenza, nelle vesti di donna di servizio, la più debole delle posizioni, verrà immolata al sacro ‘altare della vendetta, accogliendo stoicamente tutto ciò che i suoi nemici hanno da riservarle. Soltanto troppo tardi, Colin si renderà inutilmente conto che la situazione gli è sfuggita di mano, trasformando la propria casa in uno spietato campo di battaglia, un vero e proprio bagno di sangue, quello di una Sugar che nemmeno tenta di parare i colpi che le vengono inferti. Implacabili. Impietosi.

E lo farà con quella coraggiosa compostezza di chi sa che deve pagare per le proprie malefatte; lo farà per espiare e perché non può sottrarsi alla sua sorte se vuole proteggere chi ama. Lo farà sempre ostentando quella parvenza di irriverente indifferenza, come un condannato a morte incontro al proprio destino, offrendosi in pasto ai piccoli voraci pesci che, alternandosi uno dopo l’altro in una ferale danza, tenteranno di rivendicare, pezzetto dopo pezzetto, la propria rivalsa. Sarà in questo frangente di drammatica intensità che Susan compirà la sua magia: tanta umana rabbia, tutto il remoto rancore, realizzerà troppo tardi Colin, trovano appagamento a un prezzo troppo alto e che la vendetta, a queste condizioni, ha un sapore troppo amaro, che non reca nemmeno la tanto anelata soddisfazione. Da Boia inflessibile, Colin si tramuterà in Cavalier servente, assecondando la sua inglese natura di perfetto gentiluomo e indossando la nobile armatura per trarre in salvo da se stessa quella che credeva essere la strega cattiva.

«Ti sei creata un alter ego… una donna dura a cui non importa niente di quello che la gente pensi di lei. Una donna talmente dura che mostra orgogliosamente i propri difetti a tutto il mondo, solo che ‒ e stai attenta, perché è qui che risiede tutta la tua genialità ‒ i difetti che sbandieri ai quattro venti non c’entrano niente con la persona che sei realmente. Applausi, applausi.»

Vivono ancora dentro me le sensazioni che questa storia mi ha saputo suscitare; il veder affiorare pian piano la consapevolezza, la comprensione, il superamento dei pregiudizi, la trasformazione dell’astio in ammirazione prima, e dell’ammirazione in amore dopo, è stata un’esperienza brutalmente toccante. Colin e Sugar danzeranno romanticamente sul mio cuore, scambiandosi in una mutua richiesta inespressa, ciò di cui entrambi hanno bisogno. La dolcezza di questi momenti, così acutamente intimi, è la prova concreta, se mai ce ne fosse bisogno, di quanto Susan sappia sfiorare le corde più profonde dell’animo umano, e ci riesce con quella disinvoltura che le è congeniale, attraverso dialoghi sempre brillanti e mai stucchevoli, con cui accresce, pagina dopo pagina, lo spessore dei suoi personaggi. Colin non apparirà più come un freddo vendicatore, Sugar non più una frivola ed egoista narcisista.

Lei balzò in piedi. «Eravamo. Faccio quello che devo fare per badare a me stessa.»
«Costruendo un muro talmente grosso che nessuno riesce a vedere cosa c’è dall’altra parte? È questa la tua idea di badare a te stessa?»
«Ehi, non sono io che nel tempo libero costruisco un muro nel cortile della Sposa del Francese. Se vuoi parlare del simbolismo…»
«A volte un muro è solo un muro, Sugar Beth. Ma nel tuo caso, costruire barriere è un’occupazione a tempo pieno. Tu non vivi la tua vita. Tu fai finta di viverla.»

Per ben oltre la metà della sua durata, il libro trasuderà emozioni incontenibili attraverso pagine pregne di umane miserie e sofferenze, fin quando, ahimè, Susan si farà prendere la mano forzando una riconciliazione tra le due ritrovate sorelle senza prima premurarsi di creare le doverose condizioni a sostenerne la plausibilità. Con un coatto colpo di spugna Susan, preda del delirio che la possiede ogni volta di fronte alle odiate fratture famigliari, cancella anni e anni di sottaciuta acredine e recondito risentimento facendo appello a una sparuta consanguineità che è ben misera cosa, da sola, per avvalorare il riavvicinamento di due donne presentate, sin dall’inizio, esattamente come l’una la nemesi dell’altra. Così, come se niente fosse, dall’oggi al domani, il lettore si ritrova scaraventato davanti all’improbabile convivenza di Sugar e Winnie.

Ora giunge finalmente il doveroso chiarimento alla precedente affermazione in cui facevo riferimento a ciò che mal digerisco in questa storia, e anche in alcune che l’hanno preceduta. Questa sua tendenza al superamento forzoso dei conflitti, da lettrice attenta ed esigente, non posso accettarla, non la sento realistica, la vivo come una mancanza di rispetto nei confronti di quei momenti di gravosa intensità creati fino a poco prima del feroce “scurdammece ‘o passato”, un’imperdonabile banalizzazione delle dolorose vicissitudini che entrambe le sorelle hanno vissuto. E invece la Phillips perseguendo questa strada manda a rotoli le mie aspettative di un gran finale, scivolando irrimediabilmente verso un epilogo farsesco da sit-commedy, suo peculiare marchio di fabbrica, lo riconosco, che se gestito diversamente e con le giuste premesse avrei accolto con maggiore benevolenza.

E però, nonostante tutto, quest’infelice impasse, in cui di tanto in tanto Susan incappa, non è stata sufficiente a scalfire l’intricato groviglio di emozioni che Odio quindi amo, con tutte le sue pecche, ha deposto sul mio petto come un gigantesco monolite. Ciò che ha comportato, in effetti, è il mancato raggiungimento di una perfezione cui per altro la Phillips è capacissima di arrivare, e la perdita della quinta stellina che, con altri presupposti, avrei donato entusiasticamente, senza il rischio di incorrere in ingiustificate esagerazioni, come quando si promuove acriticamente tutto quello che esce dalla penna della propria autrice preferita. Per quanto mi riguarda la Phillips deterrà sempre di diritto un posto speciale nel mio cuore, in compagnia di altre colleghe col suo stesso talento che più volte hanno saputo commuovermi, come lei, grazie alle loro storie. Concludo sottolineando come Odio quindi amo si sia rivelato una primavera di profumi e colori da cui ciascun lettore sogna di lasciarsi avvolgere ogni volta che solleva una copertina, e che senza dubbio promuovo, difetti compresi.

 

Voto

 

1Astelle

 

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Susan Elizabeth Phillips è una delle maestre del romanzo femminile internazionale. I suoi 20 romanzi si sono posizionati ai vertici delle classifiche Usa, conquistando anche quelle di Paesi come la Germania e il Regno Unito. Il suo successo è legato alla capacità di cogliere con estrema delicatezza e con un tocco di ironia le sfumature dell’animo femminile, dando vita a scene di grande sensualità e intensità. Leggereditore pubblica per la prima volta in Italia un’autrice che ha conquistato lettrici in tutto il mondo, con l’intento di diffondere anche qui la magia di storie frizzanti e romantiche che lasciano il segno.

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Una replica a “Odio quindi amo di Susan Elizabeth Phillips”

  1. Gocce di Memoria ha detto:

    Come sempre un’analisi accurata capace di cogliere le straordinarie sfumature che rendono emozionante un libro e ci spingono a perdonare le sue imperfezioni.

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