Premio Strega 2009 per Tiziano Scarpa

Oggi parlerò di un libro che mi hanno letteralmente obbligato a comprare quando sono andata a fare la tessera per il gruppo Club di Mondolibri. Stabat Mater di Tiziano Scarpa. L’ho pagato solo 5 € e tutto sommato ringrazio Dio.


Tiziano Scarpa;

Tiziano Scarpa (Venezia, 16 maggio 1963) è un romanziere, drammaturgo e poeta italiano. Vive e lavora a Venezia. Con il suo romanzo Stabat Mater vince il Premio Strega 2009 e il Premio SuperMondello 2009. I suoi libri sono tradotti in numerose lingue, cinese compreso. Collabora alla rivista-sito “Il primo amore”, pubblicata anche su carta dalle edizioni Effigie, di cui è uno dei fondatori assieme alla rivista nazioneindiana.com.




Titolo: Stabat Mater
Autore: Tiziano Scarpa
Serie: //
Edito da: Einaudi
Prezzo: 17,00€
Genere: Adult, Introspettivo
Pagine: 144 p.
Voto:

 

Trama: È notte, l’orfanotrofio è immerso nel sonno. Tutte le ragazze dormono, tranne una. Si chiama Cecilia, ha sedici anni. Di giorno suona il violino in chiesa, dietro la fitta grata che impedisce ai fedeli di vedere il volto delle giovani musiciste. Di notte si sente perduta nel buio fondale della solitudine più assoluta. Ogni notte Cecilia si alza di nascosto e raggiunge il suo posto segreto: scrive alla persona più intima e più lontana, la madre che l’ha abbandonata. La musica per lei è un’abitudine come tante, un opaco ripetersi di note. Dall’alto del poggiolo sospeso in cui si trova relegata a suonare, pensa “Io non sono affatto sicura che la musica si innalzi, che si elevi. Io credo che la musica cada. Noi la versiamo sulle teste di chi viene ad ascoltarci”. Così passa la vita all’Ospedale della Pietà di Venezia, dove le giovani orfane scoprono le sconfinate possibilità dell’arte eppure vivono rinchiuse, strette entro i limiti del decoro e della rigida suddivisione dei ruoli. Ma un giorno le cose cominciano a cambiare, prima impercettibilmente, poi con forza sempre più incontenibile, quando arriva un nuovo compositore e insegnante di violino. È un giovane sacerdote, ha il naso grosso e i capelli colore del rame. Si chiama Antonio Vivaldi. Grazie al rapporto conflittuale con la sua musica, Cecilia troverà una sua strada nella vita, compiendo un gesto inaspettato di autonomia e insubordinazione.


Opinione Personale

L’idea è bella, meritava davvero di essere approfondita ed essere sviluppata meglio.

All’inizio non si capisce di cosa sta parlando, per le prime 15 pagine il lettore si interroga su dove vuole andare a parare lo scrittore, la protagonista starà morendo? Gli sarà morto qualcuno? Sarà depressa?

Alla fine il testo comincia ad concretizzarsi un po’, riusciamo ad intravedere lo sfondo su cui si muove ed interagisce la protagonista. Cominciamo a comprendere meglio questo monologo di un’adolesciente che è alla disperata ricerca di sè stessa.

Fondamentalmente tutto il libro verte sulla disperazione di un’orfana che ha bisogno di non arrendersi ad una vita fatta d canti, pregheriere e misera accettazione. La sua mente si ribella allamediocrità e non trova pace, tutto in lei urla ribellione, ribellione all’annichilimento delle sue compagne, ribellione verso se stessa, verso sua Madre che l’ha abbandonata e rabbia.

Il monologo è frammentario, carico di sensazioni ma forse un po’ troppo artificioso. Si percepisce chiaramente che a scrivere è un uomo, molti sentimenti sono espressi concentrandosi solo sul fulcro del problema quando, in realtà, una donna avrebbe colto senza dubbio ogni sfaccettatura.

E’ stato un errore, anche se gestito bene dall’ottima capacità di scrivere, incentrare un libro interamente sull’intima sfera emotiva di una ragazza. L’autore è un uomo, difficilmente avrebbe potuto imprimere la stessa rabbiosa fragilità di una ragazza con il carattere forte di Cecilia.

Il romanzo è un po’ lento e forse perfino troppo frastagliato e comincia ad acquisire velocità con l’entrata in scena di Don Antonio… Vivaldi.

La musica diventa piano, piano protagonista come mezzo di fuga dalla realtà, come rivalsa e segno di ribellione (lei che stona volutamente).

Diciamo che ho sopportato molto poco Vivaldi.
Inizialmente, ero diffidente, non capivo dove voleva andare a parare lo scrittore, già la mia mente si figurava questo compositore in preda all’accecante passione idealizzata grazie all’estrema bravura della protagonista come violinista.

Poi ho compreso davvero perchè non avesse intenzione di farla spiccare, per quale motivo volesse spingerla a stringere il patto dietro il ricatto di non farle più suonare dei bei pezzi.
Lei è brava, intelligente, lei curiosa, lei è diversa dalle altre e, forse, voglio sperare, il suo intento era proteggerla da una matrimonio privo di ragion di esistere che avrebbe annientato la sua passione e la sua bravura.

E così ha iniziato a spingerla sempre più verso una ‘crescita’ emotiva, la mette alla prova in vari modi. Le propone un patto, una trappola, una gabbia dorata e lei rifiuta mostrando tutta la sua maturità.
E, infine, la spinge a sacrificare la sua innocenza per fabbricargli una singola corda per il violino. E lì il mondo della ragazza cade e si annienta fino a che non trova la rabbia di reagire. E suona, torna a suonare per rabbia, con disperazione e dolore.

Ed è forse questo il punto più bello e meglio scritto di tutto il libro!

Per questo la delusione è assoluta quando il libro si getta senza preavviso in un finale scontato e privo di fascino che smorza interamente tutto l’entusiasmo che aveva scatenato nel lettore in quelle ultime pagine.

Tre stelline perchè il finale è tremendo e la trama andava sviluppata meglio (l’idea è orginale è meritava di essere curata!)

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