Premio Strega… Potevamo fare di meglio!


Oggi leggendo qua e la nel web sono venuta a conoscenza dei finalisti del Premio Strega 2010.

Per quanto mi riguarda negli ultimi due anni questo premio non ha fatto altro che sfornare libretti sempre peggiori, il che è un peccato visto che è uno dei premi letterari italiani più importanti.

Volendo sorvolare sul nome del premio stesso (premio “Strega”… ma per favore!) mi viene da pensare che se libri come Stabat Mater (2009) e La solitudine del numeri primi sono arrivati a vincere il primo premio… O c’è un problema di giuria che non ci capisce molto oppure, semplicemente, il panorama narrativo italiano è più desolante del previsto. Che tristezza.


Comunque, tornando alla questione principale i 5 finalisti sono:


Paolo Sorrentino con “Hanno tutti ragione”

Tony Pagoda è un cantante melodico con tanto passato alle spalle. La sua è stata la scena di un’Italia florida e sgangheratamente felice, fra Napoli, Capri, e il mondo. È stato tutto molto facile e tutto all’insegna del successo. Ha avuto il talento, i soldi, le donne. E inoltre ha incontrato personaggi straordinari e miserabili, maestri e compagni di strada. Da tutti ha saputo imparare e ora è come se una sfrenata, esuberante saggezza si sprigionasse da lui senza fatica. Ne ha per tutti e, come un Falstaff contemporaneo, svela con comica ebbrezza di cosa è fatta la sostanza degli uomini, di quelli che vincono e di quelli che perdono. Quando la vita comincia a complicarsi, quando la scena muta, Tony Pagoda sa che è venuto il tempo di cambiare. Una sterzata netta. Andarsene. Sparire. Cercare il silenzio. Fa una breve tournée in Brasile e decide di restarci, prima a Rio, poi a Manaus, coronato da una nuova libertà e ossessionato dagli scarafaggi. Ma per Tony Pagoda, picaro senza confini, non è finita. Dopo diciotto anni di umido esilio amazzonico qualcuno è pronto a firmare un assegno stratosferico perché torni in Italia. C’è ancora una vita che lo aspetta.


Antonio Pennacchi con “Canale Mussolini”

Canale Mussolini è l’asse portante su cui si regge la bonifica delle Paludi Pontine. I suoi argini sono scanditi da eucalypti immensi che assorbono l’acqua e prosciugano i campi, alle sue cascatelle i ragazzini fanno il bagno e aironi bianchissimi trovano rifugio. Su questa terra nuova di zecca, bonificata dai progetti ambiziosi del Duce e punteggiata di città appena fondate, vengono fatte insediare migliaia di persone arrivate dal Nord. Tra queste migliaia di coloni ci sono i Peruzzi. A farli scendere dalle pianure padane sono il carisma e il coraggio di zio Pericle. Con lui scendono i vecchi genitori, tutti i fratelli, le nuore. E poi la nonna, dolce ma inflessibile nello stabilire le regole di casa cui i figli obbediscono senza fiatare. Il vanitoso Adelchi, più adatto a comandare che a lavorare, il cocco di mamma. Iseo e Temistocle, Treves e Turati, fratelli legati da un affetto profondo fatto di poche parole e gesti assoluti, promesse dette a voce strozzata sui campi di lavoro o nelle trincee sanguinanti della guerra. E una schiera di sorelle, a volte buone e compassionevoli, a volte perfide e velenose come serpenti. E poi c’è lei, l’Armida, la moglie di Pericle, la più bella, andata in sposa al più valoroso. La più generosa, capace di amare senza riserve e senza paura anche il più tragico degli amori. E Paride, il nipote prediletto, buono e giusto, ma destinato, come l’eroe di cui porta il nome, a essere causa della sfortuna che colpirà i Peruzzi e li travolgerà

Matteo Nucci con “Sono comuni le cose degli amici”

Per Lorenzo, Leonardo è stato un padre affettuoso e insondabile. La sua verità gli è sempre sfuggita: o forse, ha sempre preferito non scoprirla, temendo di trovare in essa anche la propria. Ma la morte di Leonardo mette il figlio finalmente di fronte a una scelta decisiva: continuare a seguirne le tracce, conducendo una vita di impulsi e tradimenti, una vita destinata alla solitudine – o tentare finalmente un’autenticità limpida, faticosa, una coerenza negli affetti, una lealtà che tuttavia gli pare ormai di non poter recuperare. In un’estate dei nostri anni spesa fra Roma e la Grecia, poche settimane in cui, come neanche il padre fece mai, nessuno sa o vuole dirgli tutta la verità, né le donne della sua vita, Sara e Carolina, né la madre Giovanna, elusiva e ferita, né la fragile sorella Martina, né Marco, l’amico tradito e rimpianto; in un’estate feroce in cui ciascuno è solo, eppure consegnato al desiderio, alla ricerca spasmodica, al bisogno insopprimibile dell’altro, e nulla è davvero come sembra; in questa estate definitiva, Lorenzo dovrà scoprire tutto insieme: chi era davvero suo padre? È ancora possibile amarsi? Che cosa c’impedisce di essere fino in fondo chi siamo?


Lorenzo Pavolini con “Accanto alla tigre”

Lorenzo è uno scrittore alle prese con teatro, riviste, radio e crede di possedere una visione politica consolidata. Vive a Roma nel quartiere Esquilino. Lì si mescolano due idee molto diverse dell’Italia contemporanea: quella multietnica, del mercato di piazza Vittorio e dei negozi cinesi e quella nazionalista rappresentata da un centro sociale di estrema destra. In quel pezzo di Italia c’è un altro dissidio, quello che Lorenzo coltiva sin dall’adolescenza dentro di sé, un dissidio che affonda le radici nel suo cognome. Lo stesso del nonno Alessandro, raffinato intellettuale ma soprattutto fascista implacabile, fondatore delle Brigate nere e anima della Repubblica di Salò. Lorenzo scopre chi era suo nonno a scuola, quando vede su una pagina del libro di storia una foto, quella immagine di piazzale Loreto, in cui Benito Mussolini, Claretta Petacci e gli altri gerarchi sono appesi a testa in giù. Tra loro un uomo a torso nudo pende sotto una pensilina su cui è scritto in stampatello: Pavolini. Tanti anni dopo l’autore prova a capire chi sia stato veramente suo nonno, cosa lo abbia spinto a cavalcare con tanta ostinazione la sua tigre. Ricostruisce così una storia fatta di reticenze, conflitti e timori riguardo il rapporto tra lui, la sua famiglia e l’eredità di quel cognome. Un romanzo di memorie e passione che attraversa l’Italia di questi anni dove ancora la notte giovani mani scrivono sui muri la scritta “Pavolini eroe” e le sue frasi celebri sono slogan di nuovi estremismi.


Silvia Avallone con “Acciaio”

Nei casermoni di via Stalingrado a Piombino avere quattordici anni è difficile. E se tuo padre è un buono a nulla o si spezza la schiena nelle acciaierie che danno pane e disperazione a mezza città, il massimo che puoi desiderare è una serata al pattinodromo, o avere un fratello che comandi il branco, o trovare il tuo nome scritto su una panchina. Lo sanno bene Anna e Francesca, amiche inseparabili che tra quelle case popolari si sono trovate e scelte. Quando il corpo adolescente inizia a cambiare, a esplodere sotto i vestiti, in un posto così non hai alternative: o ti nascondi e resti tagliata fuori, oppure sbatti in faccia agli altri la tua bellezza, la usi con violenza e speri che ti aiuti a essere qualcuno. Loro ci provano, convinte che per sopravvivere basti lottare, ma la vita è feroce e non si piega, scorre immobile senza vie d’uscita. Poi un giorno arriva l’amore, però arriva male, le poche certezze vanno in frantumi e anche l’amicizia invincibile tra Anna e Francesca si incrina, sanguina, comincia a far male.



L’unico decente è “Acciaio“.  Per quanto mi riguarda anche “Bambini nel bosco” (Beatrice Masini) era da portare fra i primi cinque…

Bambini nel Bosco di Beatrice Masini

C’è un campo, la Base, dove crescono i bambini senza ricordi o memoria. Tra loro c’è un gruppo più vivace, composto da Hana, capo del Guscio, dura e metodica, Dudu, sempre attento e guardingo, Glor, grande e goffo, Cranach, il più lento di tutti, Orla, la più piccola, e infine ZeroSette, l’ultimo arrivato. C’è anche Tom, ma lui appare diverso: si perde in mille pensieri e a volte sente riaffiorare un Coccio, un frammento di vita passata. Un giorno convince i ragazzi a spingersi nel bosco per esplorare il mondo di fuori. Porta con sé un libro di fiabe appena ritrovato, che comincia a leggere ad alta voce suscitando emozioni e curiosità. Ma ben presto nel gruppo si alterneranno rivalità e gelosie, scoperte e amori: tutto seguito da lontano da Jonas, addetto al sistema di controllo del campo, che in realtà ha programmato una fuga. Così, quasi per incanto, quel libro e quella lettura doneranno a ognuno di loro un filo di speranza e di gioia.



Ma, ripeto, visto gli ultimi vincitori non c’è di che sorprendersi…


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8 risposte a “Premio Strega… Potevamo fare di meglio!”

  1. Billaneve ha detto:

    Allora,io ha partecipato al progetto per il premio strega sia l'anno scorso sia quello precedente tramite la scuola.Non sono libri eccezionali,certo,ma ti assicuro che erano i migliori tra quelli proposti.Oramai l'editoria s'è piegata completamente al mondo del consumismo,si scrive per vendere e non più per il semplice gusto di farlo,se l'argomento va di moda allora si pubblica,non importa com è scritto,si pubblica uguale.Altrimenti bisogna avere qualcuno dietro che ti "spiani" la strada.Il premio strega oramai è una semplice vetrina per certi autori che,secondo me,hanno le spalle coperte,ha perso la sua vecchia funzione di premio al talento.

    • Nasreen ha detto:

      concordo ma non che questo mi faccia sentire meglio, ad essere sincera ^^
      Comunque, Acciaio, promette benino… Ma non l'ho finito di leggere. ti saprò ridire… per il resto: abbiamo un solo premio decente (mentre per il cinema e musica ce ne saranno 200) e lo sprechiamo così? Dovrebbe essere un trampolino di lancio e di lustro. Eravamo la culla della cultura ç___ç

  2. G.L. ha detto:

    Acciaio non vale la carta su cui è scritto, è la dimostrazione di tutti i mali che affliggono l'editoria italiana. Lo Strega è suo.

    • Nasreen ha detto:

      Sinceramente non l'ho finito MA tra i tanti se proprio devo scegliere (almeno per ora… in genere mi astengo dal giudicare definitivamente un libro se prima non l'ho finito). Stai profetizzando che vincerà Acciaio? Potrebbe anche essere ma sono due anni che lo Strega tira fuori cose non all'altezza ormai non mi sorprendo più di tanto (mi scuso se ci sono errori, sono dal cellulare…)

  3. G.L. ha detto:

    Non profetizzo mai. So. E' un libro che segue pedissequamente ciò che il marketing vuole. Costruito. Di plastica. Che solletica i bassi istinti, ma anche un finto "sinistrismo" d'accatto. Buono per due chiacchiere con il vicino d'ombrellone. Privo di linguaggio, ambizione e sferza. Ha già vinto. 

    • Nasreen ha detto:

      Ah beh… quello è vero. Dà al mercato esattamente quello che vuole. Io ho letto anche "Hanno tutti ragione" e "Bambini nel bosco". Se vogliamo parlare di linguaggio posso dire che alla fine non è che ci discostiamo troppo eh… Non ce l'ho letto quel gran tocco di orginalità (stilistica e non) che dovrebbe evidenziare una lavoro di valore, degno di un premio.

      Ah, aggiungo, orami il "sinistrismo" è una maledetta moda. Tra qualche anno la smetteranno… basta saltellare da una barchetta all'altra in virtù di quale imbarca (almeno apparentemente) meno acqua. Ormai ho capito come fanno.

  4. G.L. ha detto:

    Hehe, di tutti il migliore era Bambini nel bosco, nulla di che, ma almeno divertente e piacevole. Sincero, ecco. 

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