Speciale: D’Amorire Di Jessica Ravera

Jessica Ravera;

Jessica Ravera nasce nel 1981 fra i monti innevati dell’Alto Adige dove trascorre un’adolescenza irrequieta e sognatrice. Trasferita a Milano si mantiene agli studi facendo: la guida nei musei, la traduttrice di romanzi, l’impiegata di banca e la danzatrice del ventre. Infine si laurea in Lingue e Letterature Straniere. Dopo una crisi isterica, decide che nella vita sarà fedele solo ai suoi due grandi amori: l’insegnamento e la scrittura. Dal 2008 a oggi ha pubblicato due romanzi di narrativa incentrati sulla vita degli adolescenti: I Papaveri crescono anche sull’asfalto e Latte di Ragno, un racconto per ragazzi ambientato in India nel mondo dei fachiri: Il Bacio del fuoco e una fiaba per bambini: Amici tra due mondi, il romanzo D’amorire e di prossima uscita una fiaba nera: La strana Notte del Conte Stecchito.

http://www.jessicaravera.it/index.html

 

Titolo: D’Amorire (ISBN-10:8896941040; ISBN-13: 978-8896941041)
Autore: Jessica Ravera
Edito da: Happy Hour Edizioni
Prezzo: 15.00 euro
Genere: Narrativa, Romantico
Pagine: 176 pag
Voto:

Trama: Gemma, un’appassionata professoressa di inglese e Italo, un informatico disilluso, si incontrano a Dublino dove nasce un’intensa storia d’amore. Tornati a Milano, dopo pochi anni felici una notte il loro mondo perfetto s’infrange: lei muore in un incidente e lui si ritrova, solo e con una figlia, a dover reinventare la propria vita. Ma il destino gli rimescola continuamente le carte. Il seme del dubbio su una doppia vita della moglie lo porterà a indagare nel mondo irrequieto ed effimero degli adolescenti… Incontrando così Nathalie, dolcissima tentazione.

Recensione:

“Non avevo quarant’anni, né cinquanta, non mi ero stufato della mia vita di merda con una moglie di merda a passare un fottutissimo week end del cazzo in un centro commerciale a caccia delle offerte del volantino che avevo trovato nella cas- setta della posta, con la bimba frignante nel carrello e la mia donna tacco-spillata e fresca di parrucchiere che si affannava lungo le corsie al neon.
Che non fossi tutte queste cose era chiaro, ma che fossi uno che pensava troppo e un paranoico lo era ancora di più.”


Eccolo qui Italo, il protagonista del nostro romanzo, descritto, seppure con poche frasi, in maniera perfetta. L’autrice ci presenta infatti un uomo sui trenta felicemente sposato con Gemma, moglie amorevole e professoressa di liceo, padre di Sara, una bambina dolce e gentile come la madre. La vita felice del protagonista viene stravolta dalla morte della moglie in seguito ad un incidente stradale, uno di quelli anonimi raccontati al Tg. La morte di Gemma viene così inserita “fra un tacchino mancato, un risultato calcistico e un insetto verde che tromba”. Niente di importante per il resto del mondo, ma  che invece significa tutto per chi le è stato accanto fino a quel giorno.
La vita del protagonista continua veloce per due anni, dove il motore che lo manda avanti giorno dopo giorno è principalmente l’affetto della figlia e la vita lavorativa che diventa il suo rifugio: più lavoro implica, infatti, meno tempo per pensare, meno possibilità di soffrire. Mettere in pausa le emozioni. I ricordi, però, non possono essere cancellati e così la narrazione del romanzo verte su due piani: quello del  presente e quello del tempo che non può più tornare. Scopriamo così il loro primo incontro, ci ritroviamo spettatori del loro primo bacio e di tanti altri bei momenti condivisi dalla coppia.

La monotonia della nuova vita di Italo viene però scossa quando Sara trova un vecchio taccuino nel quale Gemma riversava tutto i suoi pensieri. Il quaderno, che un tempo era stato ricco di annotazioni e riflessioni, viene trovato vuoto ad eccezione di due scritti che sembrano riferirsi uno al matrimonio dei due, considerato da Gemma come qualcosa di rotto, doloroso, l’altro all’incontro della donna con un altro uomo, l’unico al quale lei possa concedere anima e corpo.
Questa scoperta irrompe violenta nella vita di Italo, che non aveva fatto altro che idealizzare la sua ex-moglie, giurandole fedeltà e amore eterno e innalzandola al di sopra di ogni donna. Immaginare la sua Gemma che lo tradisce, mette in crisi tutte le certezze del protagonista che, pur di scoprire la verità, cerca in tutti i modi di contattare Marco, l’uomo dalla casa del quale la moglie stava venendo prima di avere l’incidente. Nel tentativo scoprire qualcosa di più sul ragazzo, Italo incontra Nathalie, una diciassettenne bellissima che lo stregherà. La frequentazione tra i due, inizialmente platonica, sfocerà, a seguito di una vacanza a Rimini, in una vera e propria relazione fatta di alti e bassi, dovuti alla reticenza di Italo verso l’immagine della ragazza che appare ai suoi occhi troppo distante ed imperfetta rispetto a quella della defunta moglie.
Nathalie non è però l’unica figura femminile che viene messa a paragone con Gemma. Nella vita di Italo, infatti, si alternano anche altre donne: Cristina, la migliore amica della moglie che, nonostante tutti i difetti fisici e caratteriali, razionalmente sembra essere la “futura coniuge” migliore; e Paola, il freddo e calcolatore capo di Italo, che chiede all’uomo di sposarla.
Italo si trova dunque di fronte ad una scelta da compiere, cercando di fare ciò che è meglio per sua figlia, e tentando di scoprire la verità su una possibile doppia vita di Gemma.

“D’amorire” è un romanzo che si legge tutto d’un fiato: è impensabile credere di poter interrompere la lettura una volta cominciato. Devo ammettere che io stessa all’inizio ero piuttosto reticente: era da tanto che non leggevo un libro che non fosse fantasy e pensavo fosse il solito e banale libro smielato sull’amore, descritto come un sentimento immortale.
Niente di più sbagliato. E’ vero, il libro è incentrato sull’amore, presenza immateriale che permea tutto il romanzo; sulla morte, che distrugge e lega al passato i “sopravvissuti”, ma sopratutto, a mio avviso, il libro parla della vita.

C’è un passo del libro mi ha colpito molto:

“Quando nasciamo sappiamo che la morte farà parte del nostro percorso.
Andiamo al cinema e sappiamo che prima o poi lo schermo si oscurerà, e quando le luci si riaccenderanno in sala ci alzeremo e ce ne torneremo a casa. Alcuni si alzano prima che il film finisca. L’essere umano sa di dover morire eppure vive lo stesso.”

Quel “eppure vive lo stesso” credo che sia una delle chiavi di questo appassionante romanzo. Il protagonista, dopo la tragica morte della moglie, vive.
Vive.
Certo, all’inizio la sua più che una “vita” può essere descritta come una semplice “esistenza”, dove per esistenza mi riferisco al respirare, al mangiare ecc… insomma a tutto quello che permette ad un organismo di sopravvivere. Pian piano però Italo comincia a “vivere”: fa progetti, pensa al futuro, compie decisioni e, alla fine del romanzo, sceglie finalmente la vita, non il sopravvivere stentato legato al ricordo di un passato destinato a sbiadirsi con gli anni.

C’è un’altra cosa che mi ha affascinato del romanzo in questione, è la visione del mondo giovanile. Essendo io stessa una “quasi-ventenne” è stato divertente leggere i pensieri di Italo sui ragazzi di oggi.
All’inizio queste nuove generazioni vengono descritte come una massa uniforme infantile. “sembrava le facessero in serie” dice ad un certo punto il protagonista. Banali e superficiali. Mi ha quasi stupito non leggere proprio la parola “bamboccioni”, etichetta della quale dobbiamo “ringraziare” la Gelmini e che più volte è saltata di bocca in bocca in quest’ultimo periodo. L’analisi che però l’autrice fa del mondo giovanile non si ferma alle apparenze, ma, anzi, scava in profondità. Verso la fine del romanzo, infatti, Italo penserà “Quando [Gemma] mi diceva che un suo allievo era svogliato ma tutto sommato interessato o via dicendo. Non potevo credere che in questi mezzi uomini e mezze donne potesse esserci quest’intensità. Eppure era lì e mi aveva investito in tutta la sua potenza.”

“Il tempo della narrazione segue, nelle mie scritture, il tempo delle immagini, dell’istinto e delle percezioni. Cerco di entrare nell’anima dei miei protagonisti e creare racconti con i loro pensieri, con le loro sensazioni, con le loro visioni del mondo.” scrive Jessica Ravera nel suo sito e non c’è niente di più vero. Leggendo “D’amorire” verrete investiti dal vortice d’emozioni di un protagonista maschile paranoico e alla fine vi troverete a chiederne di più, sempre di più.

 

E ora passiamo a scambiare due chiacchiere con l’autrice che ci ha, molto gentilmente, concesso qualche minito del suo tempo.

D: Ciao Jessica, benvenuta su Sognando Leggendo. Ti ringrazio per aver accettato di concederci un’intervista. Nell’email sei stata veramente molto disponibile e soprattutto hai risposto rapidamente. Prima di iniziare vuoi dirti qualcosa in più su di te che non è già stato scritto sulla biografia del tuo sito?

R: Ciao Serena, grazie per avermela chiesta! Mi fa davvero piacere essere qui! Per molti tuoi lettori io oggi sono la Signorina Nessuno, quindi credo che basti quanto detto nella mia biografia. Se ci fosse qualcuno che, dopo aver letto i miei romanzi, avesse voglia di saperne di più su di me, la mia mail è in bella vista sulla homepage del sito.

D: Leggendo la biografia ciò che mi ha veramente colpito è stata la varietà di lavori che hai svolto nel corso degli anni: come sei passata dal lavorare come export manager in un’azienda chimica a fare la ballerina di danza del ventre?

R: Sai quando sei bambina che ogni giorno hai un “lavoro della tua vita” diverso e crescendo prendi una direzione? Ecco, per me è stato il contrario. Da piccola i miei passatempi preferiti erano mettere tutti i miei peluches sul letto e fare la loro maestra e inventare storie per gli amichetti. Da ragazza sono diventata meno decisa e ho provato tutte queste attività pensando che ogni occupazione sarebbe stata quella definitiva. Oltre a quelle che sai ce ne sono un’infinità, sono una dall’entusiasmo facile. Il fatto di essere andata via di casa da sola poi, a diciotto anni, mi ha permesso di fare le esperienze più disparate senza dover rendere conto a nessuno. Ad un certo punto mi sono chiesta: ok cosa vuoi fare nella vita? E mi sono aggrappata alle mie uniche certezze: l’insegnamento e la scrittura.

D: Come sei riuscita a coniugare tutte queste attività con la scrittura? Che cosa significa per te “scrivere”?

R: La scrittura è sempre stata il mio momento “intimo”, l’attimo in cui tutto resta fuori e ci siamo solo io e la mia pagina bianca su cui svuoto cuore e cervello. Da ragazzina era la compagnia della mia solitudine, poi è diventata l’eutanasia dei miei brutti pensieri e dei miei dolori. Ora si divide in due caratteristiche opposte: quella degli “scritti istintivi” e quella della creazione di racconti più razionali. Quasi tutti i miei romanzi sono frutto di un mescolamento di questi due stili narrativi.

D: Quando hai cominciato a scrivere?

R: Da piccolissima trascorrevo i pomeriggi a raccontarmi storie inventate da me, all’asilo ho iniziato a illustrarle per narrarle agli amichetti e a scuola a scriverle per crearmi dei “libretti personali”. Quindi potrei dirti… da sempre? Ho armadi pieni di manoscritti redatti con la macchina da scrivere e computer pieni di file. Ma solo nel 2008 ho pensato di poter pubblicare qualcosa.

D: Georges Simenon si preparava al lavoro appuntando 50 matite che allineava sulla scrivania, Marcel Proust scriveva sempre a letto tra le pareti ricoperte da sughero e Isabel Allende fa crescere le storie dentro e intanto rimugina, ma senza mai sedersi a cominciare un nuovo lavoro in un giorno diverso dall’ 8 gennaio. Hai anche tu dei rituali, delle abitudini o dei gesti scaramantici legati alla scrittura?

R: La scrittura per me è una cosa talmente istintiva, mi coglie in qualsiasi momento, che non ho il tempo di escogitare riti propiziatori o altro. L’unico scongiuro che faccio è nella fase dopo, quella dell’invio del manoscritto, una volta mandato sistemo il file nella cartella “Limbo” e non lo guardo più fino a quando l’editore non mi risponde.

D: Prima di cominciare a scrivere ti prepari una traccia-guida che tendi poi, nel corso della stesura, a seguire, oppure preferisci lasciarti guidare dall’ispirazione?

R: Invidio tantissimo che riesce a stilare prima di ogni romanzo una sorta di scaletta o di schema narrativo! Io vado a sensazioni, detto brutalmente a “come mi gira in quel momento”, infatti i pezzi che scrivo rispecchiano lo stato d’animo di quell’istante o una particolare esperienza che ho vissuto. Le mie storie nascono dai personaggi, dai loro pensieri, dal loro modo d’essere e dalle loro azioni, la trama arriva alla fine, quando devo unire tutto questo. Un po’ la parte “arlecchinante” del mio modo di scrivere, cucire i tessuti di colori e forme diverse e dare loro un senso!

D: Com’è nato “D’amorire” ?

R: Come tutti i miei romanzi per adulti D’amorire è nato per caso. Un noioso viaggio in treno e i personaggi che piano piano mi si delineavano nella testa. Hanno iniziato a tenermi compagnia raccontandomi la loro storia. Li ho amati da subito, tutti, con i loro pregi e i loro difetti, perché quando sono arrivati erano già entità a sé, sia fisicamente che caratterialmente. Non avevo con me nemmeno carta e penna, per fissare qualcosa di loro, ho dovuto mantenerli vivi per quattro ore, poi una volta a destinazione, messe le mani su un pc ho potuto scriverne. In seguito, l’idea di far incrociare i due universi paralleli degli adolescenti e dei miei coetanei, anche se restii nel farlo. Infine un valido motivo, perché ciò avvenisse: la morte di Gemma, la donna amata.

D: Milano fa sempre da sfondo, in un modo o nell’altro, nei tuoi romanzi. Molti scrittori tendono invece a raccontare di posti che non conoscono o, a volte, che non esistono. Cosa ti ha spinto a ricercare sempre un contatto con la tua città “d’adozione”?

R: A questa ci devo pensare un po’… Credo per due motivi: un’altra mia passione, oltre alla scrittura, è quella per i viaggi. Una cosa che amo fare in particolare, dato che non leggo fantasy, è ritrovare sempre i luoghi, gli scenari descritti nei libri che leggo e che ho amato. Volevo che anche con i miei, le persone potessero cogliere dei particolari, delle vie, delle zone e poterle riconoscere. L’altro motivo è forse l’ imprinting datomi dal professor Friedrich Baher quando parlava con Josephine March (Piccole Donne, L.M.Alcott) e più o meno le consigliava di scrivere un romanzo su ciò che conosceva meglio e che l’aveva emozionata di più. Il consiglio ha funzionato per Jo e anche per me.

D: Ho sempre pensato che fosse più facile per uno scrittore scegliere come protagonista principale del proprio romanzo un personaggio dello stesso sesso. è stato facile immedesimarsi in un protagonista maschile?

R: È la seconda volta che scrivo in prima persona al maschile e devo dire che mi piace molto, mi diverte e poi realizzo un mio sogno infantile: essere un maschio. Certo è molto più difficile perché per tracciare meglio certe reazioni fisiche e psicologiche ho bisogno comunque sempre di dialogare con “l’altra metà del cielo”, ho scoperto molte cose piacevoli, altre un po’ meno…

D: Per tutto il romanzo il protagonista vive tra due fuochi: il ricordo di Gemma, la donna amata ormai idealizzata e irraggiungibile, e Nathalie, incarnazione dell’istintività. Per Italo le due donne sembrano vivere quasi agli antipodi, ma ai miei occhi non sono sembrate poi così diverse. Entrambe sono buone, generose ed istintive. Mi sbaglio? è il protagonista che ha applicato questa separazione nella sua mente o non ho veramente capito nulla del romanzo? Rispondi liberamente, un po’ di autocritica mi fa bene 🙂

R: Nei miei romanzi non c’è mai un’interpretazione giusta o sbagliata. Quando qualcuno mi legge, scavando le mie storie nell’animo umano, quello che ne esce è davvero così pieno di sfaccettature e variabili secondo le esperienze personali del lettore, che ogni impressione è a sé! Ora che me lo fai notare, però, le due donne sono dotate davvero di un’istintività positiva, forse proprio per questo attirano Italo, invece così negativo e razionale. Bisognerebbe chiederlo a lui…

D: C’è qualcosa di autobiografico in “D’amorire”? Se dovessi scegliere un personaggio del tuo romanzo che ha più affinità con te, quale sceglieresti?

R: Vorrei poterti rispondere Nathalie, ma io sono in tutto e per tutto Gemma: nel suo orribile modo di vestirsi totalmente a caso, nelle sue manie zen e animaliste, nella passione per il suo lavoro di insegnante. Forse però sono meno buona di lei! Infatti mi faccio morire alla seconda pagina! Riguardo invece ad alcune scene, sono in effetti fatti realmente accaduti, ma così mescolati a situazioni immaginarie che è molto difficile ormai discernere.

D: Un personaggio che mi ha molto interessato è quello di Paola. Pensi che al giorno d’oggi siano molte le persone che preferiscono ragionare con il cervello piuttosto che con il cuore?

R: Ti dirò, forse proprio perché non ne sono capace io, sono molto affascinata dalle persone composte, ragionevoli, inquadrate. Io sono istintiva, metereopatica, lunatica, mi muovo e agisco secondo la sensazione e la passione del momento. E non sempre faccio bene! A volte mi sento “un casino totale”. Forse è per questo che sono sempre stata attratta da uomini molto più anziani di me, oppure da ragazzi “noiosamente” riflessivi e razionali.

D: Vuoi parlarci della tua esperienza editoriale? Hai avuto subito fortuna o hai dovuto inviare i tuoi romanzi a molte case editrici prima di essere accettata?

R: Il giorno che ho deciso di mandare il mio primo manoscritto alle case editrici non sapevo davvero che pesci pigliare. Ora vedo che molti scrittori esordienti sanno perfettamente cosa fare, come e a chi rivolgersi. Io, sprovveduta come poche, ho mandato davvero a casaccio. Però è andata bene: su dieci case editrici contattate in sei mi hanno risposto subito positivamente, due erano a pagamento e pur non sapendo nulla di editoria mi sono detta “Di sicuro al mio primo romanzo non posso sperare in grossi guadagni o anzi, credo che non riceverò nemmeno un centesimo, ma da qui a pagare io, mi sembra assurdo!” Dopo aver cestinato quei due contratti ho scelto fra le quattro rimanenti quella che mi ispirava di più.

D: Ho notato che sei passata dalla casa editrice 0111 a Happy Hour Edizioni. Cosa ti ha spinto a questo passaggio?

R: Nella mia “vita editoriale” come in quella reale, ho sentito l’esigenza di cambiare e di intraprendere altre strade, preferendo case editrici che si dedicassero a pubblicazioni “di genere”, come appunto la Happy Hour Edizioni, che si sposa perfettamente con il tipo di narrativa che scrivo io. Così come ho scelto Edizioni Astragalo per bambini e ragazzi e Bakemono Lab per le mie fiabe nere.

D: Qual’è stato il primo pensiero che ti è passato per la mente una volta scoperto che finalmente saresti stata pubblicata?

R: Un pensiero assurdo e divertente: tutte le volte che andavo in libreria, guardavo i libri di narrativa in ordine alfabetico per autore e arrivata alla “R” vedevo le opere della mia omonima Lidia Ravera, quando ho saputo della pubblicazione mi sono chiesta, ma la “J” viene prima o dopo la “L”, dove mi dovrò cercare ?

D: Hai qualche consiglio da dare a chi non è ancora riuscito a pubblicare i suoi romanzi?

R: Come ti dicevo prima, la maggior parte degli altri autori sono molto più “sgamati” di me, io mi arrabatto, decido di volta in volta, quindi direi che non è il caso che dia consigli…

D: Hai degli autori di rifermento? Quali sono i tre libri che più ti hanno segnata nel corso della tua crescita?

R: Ho sempre amato leggere i classici della letteratura. In particolare due autori – completamente diversi tra loro – hanno caratterizzato il mio stile narrativo e il mio modo di pensare: Kafka con la sua “Metamorfosi”, che grazie al fatto di essere quasi bilingue ho potuto gustare in lingua originale e sul quale ho poi elaborato la mia tesi di laurea e Anaïs Nin i cui diari e in particolare “Fuoco”, oltre ad avermi tenuto compagnia durante i primi anni nella mia nuova grande città così diversa da quella altoatesina da cui provengo, mi hanno trasmesso quella libertà e quello stile che amo utilizzare quando scrivo. Il terzo libro ad avermi segnata è stato senza dubbio “Donne che corrono coi lupi” di C.P. Estés, ma più come persona che come autrice.

D: Cosa ne pensi del panorama editoriale italiano?

R: Quale panorama? Io vedo solo e sempre pochi elementi del paesaggio che riempiono tutti gli spazi. Per vari motivi ho avuto contatti con il variegato mondo editoriale austriaco. Un’altra musica!

D: Che progetti hai per il futuro? Stai già lavorando ad un nuovo romanzo?

R: Nel settore dell’infanzia è imminente l’uscita di un racconto dark in versi per bambini. Una fiaba nera in rima baciata in italiano e in inglese in salsa “timburtoniana”. E a breve la stesura di un romanzo storico a quattro mani. Questo per quanto riguarda le opere più “concrete”, aleatori frammenti di altre tre storie infestano da qualche tempo la mia testa e il mio pc.

D: Grazie per il tuo tempo e la tua disponibilità. Sono stata molto felice di aver avuto l’occasione di intervistarti e rinnovo icomplimenti per il tuo libro. è stato veramente una scoperta, uno dei libri che ho letto nell’ultimo periodo che più ha più affascinato. Vuoi dire qualcosa prima di salutarci?

R: Come ti ho confidato il tuo apprezzamento per il mio libro è arrivato al termine di una serie di giornate pessime. Ho sorriso leggendo ciò che mi scrivevi. Uso queste righe per ringraziare tutte le persone che anche con poche parole mi sostengono e mi danno la forza di affrontare i momenti difficili, nella scrittura così come nella vita!

 

E noi ringraziamo nuovamente l’autrice per questa bellissima intervista!


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