Spericolato atelier di Agostino Biavati

Agostino Biavati

Insegnante, nato e vissuto a Bologna, Agostino Biavati è anche sceneggiatore e regista di corti e documentari: Punta Alberete (1995), L’ultima rosa dell’estate (2000), L’erudito e il mendicante (2009), che hanno partecipato a numerosi festival nazionali e internazionali. Ha collaborato inoltre alla stesura di Albertine (1997), opera teatrale realizzata dalla compagnia “Teatro della Rabbia” di Bologna per la regia di Francesca Migliore. Spericolato atelier (Pendragon 2011) è la sua prima opera narrativa.

 

Titolo: Spericolato atelier
Autore: Agostino Biavati
Edito da: Pendragon
Prezzo: 10,00 €
Genere: racconti
Pagine: 91 p.
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Trama: In seguito alla scomparsa dello zio artista, morto in circostanze non del tutto chiare, Giorgio eredita un vecchio podere vicino al Parco dell’Uccellina. Da quel momento la sua vita prenderà una piega inaspettata. Che legame c’è tra Giulia, l’affascinante e misteriosa ex-compagna dello zio, e la morte dell’uomo?
È il mistero ad accomunare i racconti contenuti in questa raccolta d’esordio. Accurate prove di stile che hanno il sapore di piccoli classici, in cui protagonista è il linguaggio, che rimanda alle inquadrature di un film d’autore.

Recensione:
di Hydra

Spericolato atelier, oltre ad essere il primo dei tre racconti presenti in questa raccolta, e oltre a darle il nome, ne occupa la quasi totalità delle pagine. A mio parere è anche il pezzo meglio riuscito, e per tutti questi motivi la mia recensione si soffermerà per lo più su di esso.

Prima dei racconti l’autore ha inserito una breve introduzione, che come mia abitudine ho preferito leggere solo a lettura ultimata, anche se in questo caso non è che vi fossero scritte anticipazioni su trama e finali. C’era però una sorta di “spiegazione” dell’autore riguardo alcuni aspetti del racconto Spericolato atelier, ma ammetto che non li avrei mai colti da sola. In generale, credo che tutti e tre i racconti siano affetti da questo difetto, ovvero che purtroppo è poco quello che arriva al lettore rispetto a quanto l’autore aveva intenzione di trasmettere. O almeno questa è stata la mia impressione. Nessuno m’è parso superficiale, eppure arrivata alla fine mi è rimasta la sensazione di aver “sentito” solo ciò che era stato esplicitamente scritto.

Per dirla più chiaramente, nel primo racconto sono presentati tre personaggi e le loro figure e relazioni dominano incontrastate rispetto all’azione, si capisce perfettamente che l’autore intendeva dar loro spessore, però solo uno dei tre, Giorgio, sono riuscita a sentirlo come tridimensionale. Se l’intenzione era descrivere un personaggio assai ingenuo e sempliciotto, il racconto in questo ci riesce bene.

Di Ubu e Giulia invece non sono riuscita a “vedere” granché. E visto che la trama gira appunto intorno a questi tre personaggi (più la figura del morto), se rimangono bloccati nella carta non è che il racconto possa colpire più di tanto. Come giallo o noir non sarebbe un granché, dato che chiunque ami il genere capirà al primo indizio dove si andrà a parare e, inoltre, non viene fornita una spiegazione completa del mistero (okay, sappiamo chi è il colpevole di tutto e cosa lo spingeva, ma a molte altre cose non viene risposto, non scrivo direttamente i dubbi che mi sono rimasti in mente perché dovrei svelare troppo); ma non penso che l’intenzione dell’autore fosse quella di scrivere di un mistero e della relativa soluzione.

A livello di stile, la prosa scorre tranquilla ma ho avuto spesso difficoltà a distinguere i cambi di scena e di protagonista. Ho letto la versione ebook e non saprei se questa soffra di un’impaginazione differente che penalizza i vari stacchi, però ho dovuto spesso tornare a rileggere il paragrafo precedente per capire quando il passaggio fosse avvenuto. Stessa cosa succede spessissimo nel racconto L’ultima rosa d’estate, e per quanto capisca che un po’ di ambiguità lì fosse intenzionale, secondo me si esagera; se non si fa estrema attenzione alle parole si perde facilmente il filo, e anche così non è che si afferri bene la vicenda. Anche il secondo racconto, Capodanno ad Alberete, dato il narratore frenetico e allucinato, necessita di una lettura attenta per essere seguito.

Il narratore di Spericolato atelier invece è molto più tradizionale e, a parte il su citato problema nei passaggi di scena, non è difficoltoso da leggere. Un unico altro appunto che avrei riguarda la scelta di dargli una voce un po’ troppo “colta” che a mio parere è più controproducente che altro. Non ho nulla contro l’uso di un linguaggio un po’ alto o all’usare personaggi con una parlata da veri pozzi di cultura (d’altronde se il personaggio lo richiede non è che lo si possa far parlare come un ragazzino), ma quando lo fa il narratore non mi piace molto. Probabilmente perché dà al testo che lo usa un’aura un po’ snob che magari l’autore non aveva alcuna intenzione di trasmettere.

Ci sono romanzi che per essere apprezzati appieno necessitano di lettori con una certa base culturale, ma riescono a fare ciò senza ricorrere a parole desuete. Perciò ritengo che sia una scelta più felice non esagerare col forbito, per quanto ovviamente questo non sia un dogma della scrittura (e non vorrei dare l’impressione che l’autore scriva accozzando paroloni fra loro).

A questa raccolta alla fine assegno due stelline perché dietro ai racconti, a mio parere, ci sono delle buone idee e non sono scritti malaccio, però non li ho trovati molto riusciti. I due più brevi per la narrazione troppo confusa, Spericolato atelier perché nonostante tutta quella carne mista al fuoco se non me lo avesse rivelato l’introduzione non sarei riuscita a capire a cosa mirasse l’autore.

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