The Grandmaster. Il film

cinemamania

The Grandmaster

 

Titolo: “The Grandmaster”
Regia: Wong Kar-Wai
Sceneggiatura: Wong Kar-Wai
Genere
: Drammatico
Durata: 133 minuti
Interpreti: Tony Leung: Yip Man; Zhang Ziyi: Gong Er; Chung Le: Tiexieqi; Chang Chen: Razor Yixiantian

Nelle sale italiane dal: 05 luglio 2013

Voto:

Trailer italiano HD

Trama:

Il film racconta di Yip Man, il famoso maestro di arti marziali e Gong Er, erede di una secolare tradizione. Sullo sfondo della guerra sino-giapponese dovranno affrontare i pretendenti al titolo di Granmaestro e sacrificare la loro esistenza alla custodia dell’antico sapere.

 

Recensione
di Jacopo Giunchi

Dopo sei anni di silenzio Wong Kar-Wai torna in cabina di regia con questo ambiziosa opera. Yip Man è stato un maestro di arti marziali, noto soprattutto per aver diffuso lo stile Wing Chun ed aver addestrato Bruce Lee; negli ultimi anni la sua figura ha ispirato numerosi film che ne hanno innalzato l’importanza storica fino ad arrivare a quest’ultima pellicola che lo glorifica apertamente. A differenza dei precedenti biopic sul personaggio, The Grandmaster toglie molto spazio ai combattimenti e introduce un secondo protagonista femminile, Gong Er. Gong Er è la legittima erede di una prestigiosa scuola di kung fu che consacra la propria vita alla custodia della tradizione e al perseguimento di una vendetta personale. Il film si divide equamente tra questi due personaggi, che saranno prima in conflitto, poi attratti l’un l’altro da un amore che non potrà mai concretizzarsi.

Difficile inquadrare quest’opera all’interno di netti confini di genere. Viene presentata come un “biopic”, sebbene i fatti siano quasi del tutto inventati (e spesso nemmeno verosimili); come in un wuxia, le arti marziali sono il tema attorno al quale ruota tutto il resto, anche se questo non sempre si traduce in combattimenti; le vicende e le sofferenze dei personaggi suggeriscono una vocazione drammatica esacerbata dall’occupazione giapponese che fa da cupo contesto storico al tutto. Eppure, nessuna di queste definizioni sembra calzare. I combattimenti sono pochi, brevi e altamente sublimati: vengono usati quasi sempre per simboleggiare o risolvere un conflitto, in funzione puramente narrativa; siamo molto lontani dalle roboanti coreografie tipiche del wuxia, dove si ricerca l’essenza dei vari stili di combattimento e la purezza estetica del gesto atletico. Le travagliate vicende dei personaggi, fatte di perdite, umiliazioni ed emozioni soffocate, hanno l’effetto di appesantire molto la visione, senza conferirgli spessore: tutto il potenziale drammatico è in qualche modo neutralizzato dal canone wuxia, dove ogni conflitto si risolve con una scazzottata o con una frase da biscotto della fortuna. Infine non si tratta certo di un film storico, nonostante insista molto nella storicizzazione del contesto, anche utilizzando finti filmati e finte foto d’epoca.

Un film dove quindi coesistono molte anime diverse che mal si amalgamano tra di loro. Il problema di questa fusione è che, a differenza di altri pastiche, dove all’interno di un canone narrativo si inseriscono elementi di generi estranei, in The Grandmaster Wong Kar-Wai cerca di mescolare non solo temi e situazioni, ma strutture narrative provenienti da tradizioni diverse e incompatibili fra di loro. Per quanto si ricerchi la cura nella ricostruzione ed il realismo del dettaglio, niente può celare l’intrinseca falsità di un uomo che ne combatte contemporaneamente cento; è impossibile rendere i personaggi umani e allo stesso tempo circonfonderli di un’aura mistico-sacrale. E se è possibile, non è questo il caso. Ci andò molto più vicino con Ashes of time, opera per molti versi accostabile a The Grandmaster, ma meglio riuscita; entrambi i lavori comunque presentano la stessa debolezza narrativa a fronte della grande forza visiva. Pare che il regista sia più adatto a rappresentare sobborghi metropolitani che non un mitico passato che non gli appartiene.

La cosa più fastidiosa del lungometraggio è la sua pesantezza. L’arco narrativo copre un periodo molto lungo: ne consegue uno sviluppo che procede per salti temporali, facendo frequente ricorso a riassunti ed ellissi, non sempre in ordine cronologico. A ciò si aggiunge il fatto che le due storie (quella di Yip Man e quella di Gong Er) sono sostanzialmente indipendenti e si incrociano solo per brevi momenti. Oltre alle difficoltà imposte dall’intreccio, anche lo stile dell’autore, ossessionato dall’esprimere ciò che i personaggi stessi non riescono (o non possono) esprimere, contribuisce ad ostacolare la comprensione: gli avvenimenti cruciali vengono “non mostrati” e i pensieri dei personaggi sono taciuti o travestiti da massime zen.

Un film ambizioso, ad alto budget,  anche discretamente atteso. Con queste premesse anche i migliori professionisti possono sbagliare, sopraffatti dalle pressioni esterne, cosa che infatti è accaduta. Dopo sei anni di letargo, ci si aspettava di più da questo cineasta, che come sempre sfodera inquadrature di bellezza cristallina, ma non riesce a inserirle nel tessuto narrativo che meriterebbero. Deludente.

– Jacopo Giunchi

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