The Road. Il film

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The Road

 

Titolo: The Road
Regia: John Hillcoat
Sceneggiatura: Joe Penhall
Genere: drammatico
Durata: 120 minuti
Interpreti: Viggo Mortensen: uomo
Kodi Smit-McPhee: ragazzo
Robert Duvall: anziano

Anno: 2009

Trama:  Un cataclisma ha devastato il mondo uccidendo ogni forma di vita non umana. I superstiti vagano alla ricerca del poco cibo rimasto lottando fra loro per sopravvivere. In questo cupo scenario un uomo cerca di proteggere il propio figlio mentre percorrono assieme la strada verso la costa, dove sperano di trovare salvezza.

trailer

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Recensioneùdi Jacopo Giunchi

Tratto dall’omonimo romanzo premio Pulitzer per la narrativa di Cormac McCarthy, questo film è passato ingiustamente inosservato nel 2009 e probabilmente molti di voi ne hanno sentito parlare poco/nulla. Si tratta di una pellicola di indubbio spessore che affronta inquietudini tipicamente umane con un taglio intimistico a tinte foschissime.

Un film che non brilla certo per la regia di Hillcoatt, che si dimostra banale sin dalla prima sequenza, dove il dettaglio dell’occhio segnala il passaggio dal ricordo del passato idilliaco all’opprimente visione di un presente asfittico (sottolineato dall’ovvio scarto colorimetrico). Bisogna in ogni caso riconoscere che lo stile impersonale e il ritmo dilatato del film risultano adatti a raccontare una storia delicata e toccante come questa. La materia è ovviamente molto forte e drammatica, l’orrore è palpabile, benché non venga né nascosto, né mostrato: è un orrore che proviene dall’Uomo, ed è il più atroce che si possa immaginare.

Più che post-apocalittico, quello rappresentato in The Road è un mondo pre-apocalittico, dove gli ultimi superstiti cercano di sopravvivere in uno scenario disperato, vagabondando verso una lenta, ma ineluttabile, fine. La società non esiste più, le persone sono monadi che si contendono gli ultimi brandelli di cibo, arrivando persino ad infrangere l’atavico tabù del cannibalismo: incontrare un altro uomo (l’Altro da sé) è solo motivo di terrore. La civiltà, privata dell’abbondanza che la sorregge, rivela la sua maschera ipocrita e deflagra nell’egoismo individuale. Solo  la forza primitiva del legame familiare resiste all’olocausto sociale e salva i protagonisti dalla completa solitudine.

The Road, infatti, è innanzitutto una storia sui rapporti tra padre (uno straordinario Viggo Mortensen) e figlio (Kodi Smit-McPhee). Una storia di “oltreformazione”, dove un uomo, un padre già adulto e formato, è chiamato a crescere oltre i limiti di quello che è comunemente richiesto ad un individuo, per far fronte a una realtà agghiacciante, che lo mette di fronte a decisioni estreme, come quella di uccidere suo figlio. Si ostina a insegnare al bambino una morale in un mondo in cui una morale non c’è, si ostina a dargli una speranza, potendogli offrire solo una vita che è peggio della morte, con prospettive ancora peggiori. Il solo conforto è  il ricordo felice di un passato irrecuperabile. Può bastare il ricordo della felicità ad essere felici? Probabilmente no, ma Viggo Mortensen rifiuta stoicamente di lasciare ogni speranza e accompagna il figlio lungo questa strada infernale, benché spesso togliersi la vita sembri l’unica decisione sensata. Avere un figlio gli dà un motivo per vivere ed è, occasionalmente, fonte di gioia e di coraggio. Questa figura, integerrima ed amorevole, è tanto toccante quanto irreale: non sgrida o maltratta mai il figlio, non ha momenti di vigliaccheria o stupidità, ma viene sempre raffigurato come un anima candida incapace di qualsiasi malizia o meschinità. Questo serpeggiante buonismo melassoso è una delle principali debolezze del film.

L’infanzia negata del bambino lo condanna a una “non-formazione”, che forse lo preserva dalla disumanizzazione che subiscono gli adulti. Abbandonato dalla madre, ha come unico punto di riferimento il padre, da cui riceve messaggi contrastanti: gli insegna valori borghesi, ormai incompatibili con la realtà, mentre lo trascina in una vita “on the road” priva di qualsiasi rapporto umano. Forse è propio il padre, con la sua arrogante ostentazione di una superiorità etica, a indicargli più nettamente una visione diffidente e cinica dell’Altro, del diverso, del non familiare. Un “non parlare con gli sconosciuti” elevato all’ennesima potenza, che, se fosse introiettato dal bambino, avrebbe come conseguenza esiziale la condanna a non conoscere nessuno. Lui, però, mantiene un animo puro, curioso verso il mondo e fiducioso nel genere umano. È il bambino che conserva la vera speranza: quella di convivere, non quella di sopravvivere.

vecchioroadInteressante l’episodio in cui incontrano l’anziano (Robert Duvall), che mette a confronto le tre fasi della vita: infanzia, maturità e vecchiaia. Il continuo memento mori ha portato padre e figlio ad autorappresentarsi, innaturalmente, come morenti (che stanno morendo lentamente ). L’anziano, invece, è colui che si trova faccia a faccia con la morte naturalmente, per cui è maggiormente propenso ad accettare la situazione; la sua saggezza gli consente uno sguardo distaccato sul mondo, non viziato dall’ingenuità o dal cinismo dei protagonisti. Inoltre, l’incontro consente ai due di avere un contatto umano e acquietare la loro coscienza infelice con un azione caritatevole, ma al contempo li mette in una posizione di forza, dalla quale possono fare del male, cosa che peraltro fanno, sebbene in maniera “dignitosa”. L’episodio del ladro dà invece a Viggo Mortensen l’occasione di divenire un personaggio concreto, imbruttito dalla realtà e blandamente meschino. Peccato che si tolga la maschera perbenista solo per una scena, per poi farsi abbindolare velocemente dall’idealismo del bambino.

Uno scambio di battute davanti al mare racchiude il pessimismo solipsistico-sociale dell’opera:

Ragazzo: Cosa c’è dall’altra parte? Padre: Niente. Ragazzo: Deve esserci qualcosa! Padre: Forse un altro padre con il suo bambino.

La sentenza di McCarthy è dura e inequivocabile: l’Altro è un deserto blindato, simile a noi, ma confinato nella propria realtà intrasoggettiva. Legami al di là di quelli strettamente familiari sono solo miraggi infantili. Il finale, poi, mostra come anche nel caso di più intima e profonda comunione spirituale, la morte costituisce il limite invalicabile che separa le persone. L’epilogo regala un po’ di speranza e ci ricorda come, nonostante tutto, a volte siamo comunque costretti a fidarci degli altri.

The Road è il road movie definitivo, davvero imperdibile. Ma se ne sconsiglia la visione prima di andare a letto: non vi farà dormire sonni tranquilli.

– Jacopo Giunchi

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