Tolkien Day #4

Eccoci con l’ultima tappa dello speciale tolkieniano organizzato da SognandoLeggendo in occasione del Tolkien Reading Day, ricorrenza proposta dalla Tolkien Society.

SognandoLeggendo quest’anno ha deciso di unirsi all’iniziativa della Tolkien Society e abbiamo dunque organizzato anche noi uno Speciale Tolkierano, che si articolerà in 4 post:

Dopo aver ricapitolato la struttura dello speciale – per chi si fosse unito solamente adesso alla lettura -, vi lasciamo subito con la la parte finale di questo magnifico speciale tolkieniano!

Cinemania

Speciale Tolkien

 

Il 20 Dicembre del 2001 arrivò nelle sale cinematografiche un film destinato a cambiare il mondo del genere fantasy cinematografico, conferendo dignità a un genere che, fino a quel momento, veniva relegato a un mezzo per intrattenere i bambini. L’immagine di uno stregone con cappello a punta e bastone era considerata risibile, ridicola. Persino i film fantasy di successo come Labyrith, La Storia Infinita e Conan rimanevano qualcosa di distante ed era difficile prenderli sul serio. Ed ecco che entra in scena Peter Jackson, un regista neozelandese conosciuto per le sue commedie horror e Heavenly Creatures, film vincitore del Leone D’Argento a Venezia ma comunque lontano dall’essere un successo al botteghino. E un nuovo capitolo si aggiunge alla storia del cinema,

 

Titolo: Il Signore degli Anelli 

Film: La Compagnia dell’Anello (2001), Le due Torri (2002), Il Ritorno del Re (2003)
Giudizio della Critica (Rotten Tomatoes): 91 %(La Compagnia dell’anello), 96% (Le Due Torri), 95% (Il Ritorno del Re)
Incasso Complessivo: 3 Miliardi di Dollari
Premi Oscar Vinti: 4 (La Compagna dell’Anello), 2 (Le Due Torri), 11 (Il Ritorno del Re)

La prima cosa che notiamo nella Trilogia del Signore degli Anelli è il diverso approccio adottato da Peter Jackson nel girare quello che oggi è IL film fantasy per eccellenza. Fino a quel momento, c’era sempre stata una “quinta parete” tra lo spettatore e il film fantasy, un vero e proprio muro che impediva di prendere il film sul serio; nessuno, guardando quei film, poteva sentirne il peso o accettarne la “realtà”. Per quanto successo potessero avere quei film, non c’era alcuna possibilità di sentirli vicini a sé. I colori, il design, i costumi: tutto era così esageratamente fantastico da rendere impossibile immaginare che un mondo come quello portato sullo schermo potesse davvero esistere da qualche parte. In un mondo di orchi, troll e magia, che bisogno c’era di rendere il tutto credibile?

Il Signore degli Anelli cambia tutto. Armi e armature mancano di quei tratti fantasy che le avrebbero rese inutilizzabili in un contesto reale, così come i capi di vestiario, che conferisce loro concretezza e unicità. Si, se quegli elfi esistessero davvero, allora potrebbero indossare quegli abiti e portare quelle armature. Se brandissero quelle spade, allora taglierebbero e ucciderebbero. Le creature che vediamo sono creature fantastiche, ma biologicamente corrette. Persino Gollum.

Ma non è stato solo il genere fantasy a cambiare, ma il cinema. Dimostrando che ogni effetto, quando ben utilizzato, è un effetto speciale. Dalla semplice, ma geniale, tecnica di prospettiva forzata che permette di trasformare un attore di altezza media in un hobbit ai maestosi effetti CGI passando per la costruzione di un’intera città (Edoras), questa trilogia ha rivoluzionato il modo di approcciarsi ai film.

La Trilogia vanta uno dei migliori Cast di sempre, con l’esperienza di attori come Christopher Lee (la personificazione del carisma), Ian McKellen e Bernard Hill da una parte e il coraggio di puntare su volti nuovi o poco conosciuti, come Orlando Bloom ed Andy Serkis. E tra tutti spicca Viggo Mortensen, attore già navigato all’epoca della Compagnia, ma che il grande pubblico conoscerà sempre come Aragorn, che forse è quello che più di tutti si è calato nella parte, mettendo in gioco persino la propria incolumità fisica più volte. Mortensen ha interpretato un Aragorn più fragile e più umano rispetto alla sua controparte letteraria, una scelta che ha pagato perché ha permesso agli spettatori di avvicinarsi di più a un personaggio che altrimenti sarebbe stato troppo altero e distaccato.

Pur essendo film incredibilmente vicini alla perfezione, non sono però film perfetti. Imperfezioni che però, sia chiaro, non sono dovute alle differenze con l’originale letterario: con buona pace dei puristi, occorre sempre tenere conto che film e libri sono media differenti e con differenti esigenze. Una trasposizione letterale dei libri avrebbe probabilmente fatto fuggire la quasi totalità degli spettatori alla prima mezz’ora del primo film, senza contare la presenza di numerosi personaggi che non avrebbero mai potuto funzionare in un film, come Tom Bombadil. No, i difetti della Trilogia sono quasi tutti difetti di regia. Per prima cosa, non si può ignorare la progressiva supereroizzazione di Legolas, che ferisce particolarmente in questi film in cui ogni scena d’azione viene vissuta con realismo; strettamente legato a questo punto è la trasformazione di Gimli in spalla comica del trio dei cacciatori, il che lo porta a scadere nel ridicolo: la scena nei Sentieri di Morti è particolarmente dolorosa da vedere. Tocca poi parlare dei 40 minuti finali del Ritorno del Re, in cui ogni scena viene tagliata e montata come se fosse un finale a sé stante, interrompendo il flusso narrativo e mancando di continuità. Si dovrebbe poi almeno accennare della storia di Arwen morente, la cui dinamica non viene mai spiegata all’interno del film e non può fare a meno di lasciare perplessi.

Nonostante questi difetti, la Trilogia del Signore degli Anelli rimane uno dei punti più alti della storia del cinema. La visione della Terra di Mezzo di Peter Jackson trasuda rispetto e amore per la Terra di Mezzo di Tolkien, e trasporta lo spettatore in un mondo fantastico, ma reale, ricco di personaggi straordinari, ma familiari; un’esperienza cinematografica che ogni appassionato di cinema dovrebbe vivere.

Titolo: Lo Hobbit

Film:
 Un Viaggio Inaspettato (2012), La Desolazione di Smaug (2013), La Battaglia delle Cinque Armate (2014)
Giudizio della Critica (Rotten Tomatoes): 64%(Un viaggio inaspettato), 74% (La Desolazione di Smaug), 59% (La Battaglia delle Cinque Armate)
Incasso Complessivo: poco meno di 3 Miliardi di Dollari
Premi Oscar Vinti: Sci-tech Award (Un viaggio inaspettato) – premio non competitivo

Prima di tutto occorre dire che questa trilogia è comunque composta da film che rimangono piacevoli da vedere, perfettamente in grado di eseguire il loro compito, vale a dire intrattenere lo spettatore. Sono in tutto e per tutto buoni film, ideali per passare un paio d’ore senza pensieri. DI conseguenza, non credo che meritino il disprezzo che buona parte della comunità cinematografica ha verso questa trilogia che rimane vittima delle aspettative troppo alte che ha generato, in quanto successore (sebbene sia il prequel) di quel capolavoro assoluto che è la Trilogia del Signore degli Anelli.

E no, il problema non è che si è girata una trilogia partendo da un libro per bambini di 300 pagine. Inserire la storia del Necromante di Dol Guldur, per fare un unico esempio, diventa necessario in questo film: nel libro, questo Necromante viene solo accennato, un’ombra sul Bosco Atro, un nemico che va ben oltre le capacità dei nani e che per questo rimane ai margini della storia, ma nel film il Necromante diventa indispensabile, perché permette di collegare lo Hobbit al Signore degli Anelli grazie alla presenza dell’anello e del suo padrone, Sauron. Un’altra critica che viene spesso mossa, in quanto fondata, riguarda i nani della compagnia di Thorin Scudodiquercia, disperatamente anonimi. Difficile da negare, ma è anche vero che molti di questi nani esistono a stento persino nel libro. Da questo punto di vista, Jackson ha fatto quel che poteva, trasformando Dwalin nel picchiatore del gruppo, Balin nel vecchio saggio e Bofur in quello spiritoso; caratterizzazione minima, è vero, ma pur sempre una caratterizzazione.

Questi film hanno avuto problemi fin dalla produzione, con Peter Jackson costretto a lavorare sulla sceneggiatura senza avere un progetto a lungo termine da poter seguire, modificando in corso d’opera anche punti fondamentali dei film. E molte di queste scelte hanno fatto più male che bene.

Il peccato più grave si manifesta nell’utilizzo del CGI, decisamente troppo abbondante e presente persino lì dove sarebbe stato meglio avere trucchi prostetici. Mai, neanche per un solo istante, si può immaginare di avere davanti Azog, Bolg o il Re dei Goblin. Complice anche un alto frame rate (la frequenza dei fotogrammi), fin dalla prima apparizione questi nemici sono subito apparsi come quello che erano: qualcosa inserito mediante computer. Basta fare un confronto tra un uruk hai o un orco qualsiasi della prima trilogia e questi personaggi per capire subito quale sia la dolorosa differenza. Non potendo neanche “credere” che il cattivo di turno esista, viene difficile allora considerarlo una minaccia per gli eroi.

Il design delle creature presenti nella battaglia finale è un altro punto debole del film: un troll con un masso legato in testa per sfondare le mura? Dovrebbe intimidire o far ridere? E un discorso simile per le scene d’azione, che pure erano un vanto nella prima trilogia. Ora la regola è esagerare, che sia un nano in grado di mettere KO orchi equipaggiati con elmi d’acciaio con un testata o uno che si trasforma in un barile portatore di morte. Senza dimenticare Legolas, che a momenti riduce il numero delle armate da 5 a 4 praticamente da solo, sconfiggendo le leggi della fisica prima del suo avversario, ridicolizzando l’intera scena e alienando lo spettatore. Anche il fan più accanito di Orlando Bloom non può che fermarsi a riflettere su quanto sia assurda la scena. Ma questo problema si estende a tutte le scene che vedono protagonisti degli elfi che, a differenza del primo film, vengono trasformati in ninja tirati fuori da qualche manga shonen.

Infine, si ha la storia d’amore di cui nessuno sentiva il bisogno, tra un’elfa e un nano, nata da quella che appare essere una battuta sul contenuto dei pantaloni di Kili. Una storia debole, che allunga film che non avevano bisogno di ulteriore minutaggio e che fallisce miseramente nell’intento di catturare lo spettatore poiché inizia dal nulla, senza alcuna ragione apparente se non quella di inserire una sfumatura romantica a un film che non ne ha bisogno e finisce in tragedia, senza che a nessuno importi poi davvero qualcosa.

In definitiva, la trilogia dello Hobbit ha pesanti difetti su cui è difficile sorvolare e che possono essere capiti, ma non perdonati, ma merita comunque di essere vista, anche solo per vedere Martin Freeman nei panni di Bilbo Baggins.
Titolo: Il Signore degli Anelli


Anno:
 1978
Giudizio della Critica (Rotten Tomatoes): 50%
Incasso: 30 Milioni di Dollari
Regista: Ralph Bakshi

Ultimo, ma primo in ordine temporale, è il film di Ralph Bakshi del 1978. Il film copre l’arco narrativo dei primi due libri, fermandosi alla battaglia del fosso di Helm. La particolarità di questo film sta, come può aspettarsi dai lavori di Bakshi, nell’animazione che, da sola, basta a giustificare la visione di questo film, altrimenti non memorabile.

Bakshi utilizzò una tecnica assolutamente innovativa che consisteva nel girare le scene con personaggi reali ripresi dal vivo e poi elaborati al rotoscopio, garantendo così un aspetto naturale e realistico. Per girare scene di battaglia campale (cosa semplicemente impossibile per l’epoca) venne abbinato a questo metodo quello della solarizzazione, così da garantire un aspetto più tridimensionale.

Il film rimane ancora oggi un’esperienza visiva unica nel suo genere, che vale sicuramente la pena di vedere.

 

Posted by Francesco Mirabella
Editing by Nasreen&CriCra
Graphic by Valluccina

Ragazzo di 26 anni, laureato in Giurisprudenza. Appassionato di film, anime e manga e tolkeniano devoto, dotato di grande fantasia e feroce sarcasmo.