Una sola pagina bianca di Silvana Uber

Silvana Uber;

Silvana Uber nasce a Trento nel 1982, esattamente 4 minuti dopo suo fratello-gemello Maurizio, al quale si è ispirata per la creazione del personaggio Martin in A occhi bendati. ( gemello di Còrin )
Diplomata nel 2000 al Liceo socio-psico pedagogico di Trento, decide di continuare gli studi e si iscrive all’Università di Sociologia. Ma quasi subito abbandona per poter lavorare come maestra.
Ha provato una varietà di lavori, telefonista, maestra, gioielliera e perfino commessa, ma non ha mai abbandonato la sua passione per la scrittura che porta avanti dall’età di 6 ani.
Nel frattempo, durante un viaggio ad Ibiza, conosce Davide L. B. il quale dopo pochi mesi diventa suo marito e primo fan.
Grazie a lui (come ha dichiarato lei stessa in un’intervista) vince la paura di proporsi come scrittrice e partecipa al concorso “Gaetano Cingari” indetto dalla Casa Editrice Leonida.
Il suo romanzo d’esordio si classifica tra i finalisi su una rosa di oltre un centinaio di libri pervenuti da tutta Europa e si catapulta, con sua grande sorpresa, in cima ai libri più apprezzati dalle adolescenti prima ancora dell’effettiva pubblicazione.

Tra gli hobby di Silvana Uber troviamo l’Africa, dove da diversi anni sta cercando di trasferirsi.

Sito: http://www.wix.com/silvana_uber/unasolapaginabianca

Titolo: Una sola pagina bianca (isbn:9788896561300)
Autore:
Silvana Uber
Serie:
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Edito da:
Eracle Edizioni
Prezzo:
12,50 €
Genere:
Romanzo Contemporaneo
Pagine:
126 pg.
Voto: 4Astelle.png

Trama: In uno sperduto campo rom messicano, la vita è faticosa e squallida per tutti i membri, ma chi ne soffre di più sono le donne: costrette a lavorare dieci ore al giorno sotto il sole cocente, mantengono i mariti ubriaconi, in grado soltanto di umiliarle e  picchiarle. Poiché sono tenute nell’ignoranza, nessuna osa ribellarsi. In questo contesto spicca la bellissima Lyral, sedicenne ribelle, che ha potuto frequentare la scuola nel mondo civile e quindi non riesce più a sottostare alle leggi arcaiche del suo popolo. L’incubo ha inizio quando è costretta a sposare uno degli Anziani…

Ho pregato, supplicato, implorato, pianto, pianto e ancora pianto.

Pianto tanto da non sapere più cosa significa avere il volto asciutto. Ma non è servito a niente.

E non servirà più a niente.

Perché io sabato morirò.

Allora mi rivolgo a tutti voi; se non potete fare nulla per me prima di sabato, vi prego, vi scongiuro, aprite le porte della vostra fantasia, insaporitela con la vostra realtà, mescolatela alle mie parole, incasellate verità e finzione come in un puzzle e regalatemi almeno la fine di questo libro.

 

Recensione:

Una storia che lascia l’amaro in bocca, non tanto per le crude descrizioni delle torture fisiche e psicologiche, quanto soprattutto per la patina di razzismo che aleggia in sottofondo. In un paese intollerante e xenofobo come il nostro, un tale racconto non può che contribuire ad alimentare le ondate di odio nei confronti della comunità rom, di cui abbiamo continui esempi soprattutto nel Nord-est. É vero che la storia ha luogo in Messico, ma le analogie con i cliché classici del nostro immaginario sono evidenti: sporcizia, un villaggio che ricorda un accampamento, rapimenti di bambini bianchi, mentalità retrograda, matrimoni e gravidanze precoci, violenze, superstizioni…

Se però non teniamo conto di questi possibili equivoci, ci troviamo di fronte a un romanzo breve molto intenso, che coinvolge per forza di cose il lettore: come potremmo ignorare la condizione di Lyral, la cui unica colpa è quella di sognare una vita dignitosa? Per tutto il tempo soffriamo per lei, intrappolati in un vicolo cieco che ci toglie il fiato. Mai una parola di pietà, mai uno spiraglio di speranza, mai neppure un accenno di arrendevolezza.

Lyral è forte e intelligente, non si lascia spezzare lo spirito neppure quando sa che la sua vita non può migliorare. Compie ogni scelta in modo consapevole, da donna libera, e ci lascia la sua testimonianza affinché il suo ricordo viva in noi.

Per quanto riguarda lo stile, l’autrice talvolta sembra avere difficoltà a gestire il PoV,  cosa che spezza il ritmo narrativo e crea distacco emotivo nel lettore proprio quando dovrebbe attirarlo a sé. Anche la successione temporale non è perfetta, perché i ricordi passati si collegano alla narrazione del presente con una soluzione di continuità inopportuna. A tratti, troviamo leggere sbavature di infodump e monologhi interiori che sembrano copia incollati direttamente da un’enciclopedia, mal addicendosi a dei personaggi analfabeti e fuori dal mondo.

Infine, troviamo alcuni refusi che l’editor avrebbe dovuto eliminare, come gli spazi doppi e tripli o la formattazione sballata.

Nonostante questi errori, tra l’altro facilmente correggibili nella prossima edizione, la Uber è riuscita a creare un romanzo breve di ottima qualità: non solo ha tratteggiato un microcosmo dettagliato e credibile, ma ha inserito in esso dei personaggi ben caratterizzati, cosicché il lettore si immerge facilmente nel racconto ed è spronato ad arrivare alla fine. Mi ha molto colpita l’introduzione, che si ricollega al finale, perché, in poche parole, l’autrice ha creato una lettera struggente e indimenticabile.

Non è facile intessere una trama così intensa in poche pagine, ma l’autrice ci è riuscita benissimo.

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